Gigliese Sorgenti

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Ipotesi di formazione delle sorgenti del Giglio

(da una ricerca del Prof. Ennio De Fabrizio)

Questo breve studio è stato intrapreso per dare una risposta conclusiva agli interrogativi che, da sempre, gli isolani si sono posti sull’origine delle loro numerose sorgenti.

Qualcuno, molto fantasioso, ipotizza la provenienza delle acque sorgive, da Santa Fiora o, addirittura, dalla Corsica [1], ma poi non sa spiegare come queste possano risalire fino a 400 metri, da sotto il fondo del mare e da tali distanze.

Qualcun altro, con più spirito di osservazione, afferma che la terra dell’isola prima assorbe la pioggia, come una spugna, e poi la rilascia lentamente; tuttavia, dubita che i poggi abbiano la capacità di trattenere una così grande quantità d’acqua.

Ho, quindi, concentrato la mia attenzione sulla sorgente principale dell’isola, l’Acqua Selvaggia, che sgorga alla base del poggio più alto, la Pagana, e dista solo 116 m, in linea d’aria, dal suo picco.

L’ipotesi più plausibile mi è sembrata quella della spugna e ho cosi affrontato il problema su basi scientifiche, stimando prima il volume della Pagana, isolata dal poggio dei Castellucci, e poi, in base ad un semplice esperimento, ho affrontato il calcolo della sua totale capacità d’assorbimento dell’acqua piovana.

Stima del volume in m3 della Pagana

La mappa del Giglio, edita dall’Istituto Geografico Militare (I.G.M), riporta delle linee continue che rappresentano tutti i punti del terreno aventi la stessa quota.

Per convenzione, il dislivello fra due linee vicine deve sempre essere lo stesso ed è, nella cartografia ufficiale, pari ad un millesimo della scala del disegno (ad es. in una carta da 1 a 25.000, il dislivello è di 25 m).

La rappresentazione del terreno risulta, però, approssimata, perché, diversamente dalla realtà, si presuppone che la superficie compresa tra due linee di livello successive sia sempre pianeggiante.

La Fig.1 illustra come è il poggio della Pagana secondo la cartografia ufficiale con scala 1 a 25.000: una serie di piattaforme, a passo costante di 25 m, con superfici che diventano sempre più piccole salendo di quota.

 

 

Più le linee di livello sono ravvicinate maggiore è la pendenza del terreno.

L’area di ciascun piano di livello (v. Fig.1) è stata calcolatacon il metodo delle triangolazioni, cioè tracciando al suo interno una rete di triangoli, in modo da ricoprire l’intera superficie.

Dalla somma delle singole aree dei triangoli sono state ottenute quelle dei piani.

Queste ultime, moltiplicate per 25 m, hanno fornito la stima dei loro volumi.

La somma dei singoli volumi ha dato il seguente risultato in metri cubi:

18.325 milioni di m3,

che rappresenta, nella suddetta approssimazione, una stima del volume totale del poggio della Pagana (a gradoni).

Esperimento dell’assorbimento dell’acqua piovana.

E’ stata raccolta una certa quantità di tufo alla base del colle, con granulometria naturale.

0,150 dm3 (litri) del campione, seccati in forno, pesavano 0,178 Kg.

Il campione posto in un imbuto con filtro, è stato impregnato d’acqua, a modo di pioggia, e pesato di nuovo alla formazione della prima goccia.

L’acqua contenuta nel tufo soprassaturo ammontava a 0,050 dm3.

Dopo circa 24 ore il campione ha terminato di sgocciolare trattenendo il 70% dell’acqua e cioè 0,035 dm3.

Questo valore rappresenta l’acqua di saturazione[2] del campione di tufo.

Stima dell’acqua di saturazione

E’ possibile, ora estendere questo risultato all’intero volume stimato della Pagana.

Con una proporzione si può calcolare la quantità (P) di pioggia che il poggio, completamente asciutto e non pressato, trattiene per saturarsi:

miliardi di dm3 18.325

P = 0,15 dm3 di tufo: 0,035 dm3 di acqua

da cui

P = 428 m3

Questa quantità d’acqua può essere utilizzata dalle piante, ma non è disponibile per le sorgenti.

Considerazioni

Se il poggio è privo di vegetazione folta e di alberi ad alto fusto, anche durante il periodo estivo rimarrà internamente umido.

In autunno e primavera, l’acqua piovana sposterà l’acqua di assorbimento che andrà ad alimentare le sorgenti.

Nel caso di sorgenti perenni, però, si deve necessariamente ammettere che ci siano della sacche d’acqua di riserva, trattenute da lastre di masso[3], poggiate su un fondo di granito compatto.

La Fig.2 mostra la probabile stratigrafia dei poggi dell’isola.

Il colore celeste rappresenta le ipotizzate sacche di riserva o falde freatiche[4].

Il masso è il nome locale del granito friabile che sotto l’azione degli agenti atmosferici genera il cosiddetto tufo.

Quest’ultimo, poi, viene trasformato in terreno agricolo dagli organismi vegetali e animali.

 

Stima della quantità annuale di pioggia precipitata sulla Pagana

Negli ultimi sette anni, la quantità annuale di pioggia riversata sull’isola è stata in media di 962 mm, cioè 962 dm3 (quasi una tonnellata) per m2.

Nell’ipotesi che le precipitazioni siano state non di forte intensità e dilazionate nel tempo, si stima, considerando l’area di base della Pagana (373.000 m2), un valore di:

0.962 x 373.000 = 358.800 m3

Una quantità d’acqua quasi mille volte maggiore di quella necessaria per saturare il poggio stesso, supposto asciutto e non compresso.

La maggior parte di questa acqua, però, potrebbe essere defluita in mare, perché i versanti nord e ovest della Pagana sono molto scoscesi, con una pendenza media del 40%.

Ammettendo che la quantità effettivamente assorbita e immagazzinata sia solo la decima parte di quella precipitata, si avrebbe un valore di circa:

36.000 m3 (tonnellate).[5]

Nell’ottobre 1947 e poi di nuovo nel dicembre 1986, le insistenti piogge causarono lo svuotamento improvviso di una stessa polla a ridosso del poggio del paese[6](circa 30 m più in basso).

La grande massa d’acqua, liberata, provocò rovinose frane lungo la ripida dorsale est dell’isola.

La fortunata formazione di queste riserve idriche naturali, all’interno dei rilievi, è dovuta alla particolare origine geologica dell’isola.

 

Formazione geologica dell’Isola del Giglio

 

Recentemente[7] alcuni ricercatori delle Università di Pisa e di Norwich (USA), tramite analisi chimiche, petrografiche e radiometriche hanno individuato due diverse strutture (facies) del granito gigliese.

In base a questi rilevamenti l’isola, riguardo alla sua composizione mineralogica, è stata divisa quasi a metà, dal Capelrosso al Fenaio, secondo un asse diretto a 20° NW.

La mappa geologica (Fig.3), tracciata dai suddetti ricercatori, illustra questi due diversi tipi di granito, uno friabile, il masso, e l’altro compatto e di ottima qualità.

Questo fatto era già noto agli scalpellini del luogo[8].

Solo il promontorio del Franco, ad ovest ed una piccola porzione della punta del Fenaio, a nord, sono costituiti da rocce sedimentarie, essenzialmente calcaree.

 

 

Nella pubblicazione di Nota 5, le due facies del granito sono così descritte:

1) Facies Pietrabona, a ovest, caratterizzata da un granito a struttura stratificata, con un orientamento preferenziale lungo la direzione dei cristalli, talvolta foliato (a scaglie), più colorato per una maggiore percentuale di cristalli di biotite, con inclusioni di nastri di quarzo grezzo e di blocchetti di gneiss, legati tra loro ad incastro (chiamati localmente “catene”), che, a detta degli scalpellini, sono più duri del granito stesso (e rimangono attaccate al pezzo durante la rifinitura).

2) Facies Arenella, a est: il granito è più chiaro (povero in biotite), non foliato, con una tessitura essenzialmente omogenea (quasi una struttura porfidica), con grossi cristalli di feldspato e più ricco di calcio. 

I ricercatori, inoltre, sono dell’opinione che questa seconda zona che forma la costa est (Arenella, Torricella, ecc.) costituisca la massa interna dell’intera isola.

In pieno accordo con quello che affermano i vecchi cavatori:

il granito migliore è quello che sta sotto, quello sopra, il masso, è tutto marcio e ti si disfa nelle mani”.

I due graniti diversi per struttura e composizione hanno circa la stessa età.

Misure di radioattività indicano in media 5 milioni di anni (con una incertezza di circa 70.000 anni, periodo molto breve in Geologia). Siamo, quindi, in presenza di una roccia mista (migmalite), costituita da una porzione di tipo gneissico-scistosa[9]ricca di biotite (mica) e da una porzione avente la composizione chimica e mineralogica di un granito (v. Fig.4 e Fig.5).

 

 

I suddetti ricercatori affermano di non aver osservato traccia alcuna di metamorfosi (marmo) nel calcare del promontorio del Franco e concludono che queste rocce sedimentarie, durante la formazione dell’isola, dovevano trovarsi ad una sufficiente altezza dalla massa magmatica[10]da non aver subito trasformazioni strutturali, per azione del calore. Questo fatto e la presenza delle due facies fanno supporre che il granito dell’isola si sia formato, in fasi successive, da due magmi di diversa origine.

Il primo magna, prodotto dalla fusione delle rocce sedimentarie, costituite da calcare e sabbia, che, in seguito al loro grande accumulo, cominciarono a sprofondare lentamente.

Il secondo generato dalla fusione del mantello[11](v. Fig.4) e che spinto verso l’alto, per la forte pressione dei gas, sviluppati dal calore (acqua e anidride carbonica), si mescolò parzialmente al primo.

Dopo il lento raffreddamento della massa fusa, la futura isola di granito con uno spesso zoccolo di basalto iniziò ad emergere, (Fig.6) sotto la spinta fluidostatica del mantello.

 

 

Contemporaneamente il fondo del mare continuò ad abbassarsi[12]finché le masse raggiunsero un equilibrio statico[13].

I frammenti del tetto di rocce sedimentarie che copriva l’isola formano ora il promontorio del Franco.

In seguito, per l’azione chimica e fisica degli agenti atmosferici il granito di prima formazione si è sfaldato e sgretolato, formando terreno e cavità sotterranee, pronte ad accogliere acqua piovana.

Grazie a questa sua particolare origine geologica. l’Isola del Giglio abbonda di sorgenti

La pioggia, penetrando per gravità nel terreno, s’infiltra tra gli interstizi granulari e le fratture del granito friabile (facies Pietrabona) e dà inizio ad una circolazione idrica lungo il profilo della superficie impermeabile sottostante, costituita dal granito compatto (facies Arenella).

La porzione di sottosuolo composto da detriti granitici imbevuti e da eventuali cavità colme di acqua al di sopra della zona impermeabile costituisce una riserva idrica, la falda freatica.

Quando questa trova una via di comunicazione coll’esterno dà origine ad una sorgente.

Spesso, si ritrovano delle sorgenti nei versanti, erosi, dei poggi (sorgenti di versante), le cui acque fuoriescono delle catene che hanno spaccato le lastre del granito di prima formazione.

L’isola è percorsa secondo la lunghezza da una dorsale, formate da sette poggi, che raggiungono la vetta massima con quello della Pagana.

A ciascuno dei poggi dell’isola corrisponde una o più falde freatiche che alimentano tutt’intorno ad una serie di sorgenti.

Senza considerare gli stillicidi, raccolti in piccoli pozzi negli orti, le sorgenti sono più di quaranta[14]con portate che in media variano da 30 a circa 400 l/h.

La portata di una sorgente dipende dal suo dislivello rispetto alla superficie libera dell’acqua contenuta nelle polle interne e, quindi, in definitiva dalle precipitazioni.

Le sorgenti perenni principali dell’isola, sono l’Acqua Selvaggia a 381 m, la Felce a 270 m e la S.Giorgio a 220 m. Queste forniscono d’acqua potabile il paese (Castello) e le località Campese e Porto rispettivamente.

Va osservato che l’acqua piovana imbevendo lentamente il terreno e scorrendo sulle rocce ne asporta i componenti in forma solubile e si arricchisce così di sali minerali.

Se si pone in grafico la quota delle tre sorgenti in funzione del loro contenuto salino (residu fisso) si ottiene la Fig.7. Il residuo fisso viene misurato evaporando un nota quantità d’acqua, prelevata alla sorgente, e pesando il solido rimasto, dopo averlo seccato in stufa a 180°, per eliminare le sostanze che non sono dei minerali (v. Nota 16).

 

 

Il prolungamento della retta sulla quale si adattano i punti del grafico va ad incontrare la quota di 500 m, cui corrisponde un contenuto salino nullo, che è quello della pioggia.

Quest’inaspettata regolarità fa supporre che le tre sorgenti siano alimentate dalla stessa falda acquifera.

La Fig.5 illustra l’ipotesi delle tre sorgenti collegate alla stessa falda principale, situata sotto il poggio della Padana e questo perché scendendo di quota sia le portate[15]che il contenuto salino delle loro acque aumentano, come abbiamo visto.

Il grafico[16]di Fig.7 indica, inoltre, che le acque delle sorgenti dell’isola, che affiorano sopra 350 m sono tutte delle oligominerali naturali, con un residuo fisso minore di 200 milligrammi per litro (mg/l), se alimentate dalla falda freatica della Pagana e dei Castellucci (v. più avanti).

La Bredici

Questa sorgente, perenne, affiora ad una quota di soli 277 metri ed è situata più a sud[17]di quelle su menzionate. Tuttavia, il contenuto salino della sua acqua, pari a 183 mg/l, la classifica tra le oligominerali.

Ciò fa supporre che tale fonte, di proprietà privata, sia alimentata da una falda freatica situata sotto il soprastante poggio dei Terneti, che ha un’altezza di circa 388 metri.

Fino a qualche anno fa, era ancora attiva un’altra sorgente, detta di Mortoleto, ad una cinquantina di metri più in alto di quella della Bredici.

Conclusioni

Queste ultime osservazioni, l’accertata base granitica compatta del Giglio, e la riscontrata dipendenza lineare del residuo fisso delle sorgenti Acqua Selvaggia, Felce e S. Giorgio dalla loro quota di affioramento, rigettano definitivamente qualsiasi peregrina ipotesi di un rifornimento idrico dell’isola da parte di sorgenti aldilà del mare o da quest’ultimo stesso.

Raccomandazioni

Per conservare questo prezioso bene dell’isola, è necessario mantenere i poggi il più possibile privi di vegetazione e non permettere che gli alberi crescano troppo alti e frondosi, perché queste verdi bellezze turistiche, finirebbero col condannare i Gigliesi a dissetarsi con ‘acque morte[18]contenute in bottiglie di plastica.La sorgente Acqua dei Mori è secca, ma l’ombra che i rigogliosi lecci, tutt’intorno, proiettano sulla strada è una piacevole frescura nella calura estiva. La stessa sorte è accaduta alla sorgente La Casetta, che, non molto tempo fa, forniva d’acqua il Franco, a causa degli imponenti pini da rimboschimento, nonostante siano stati, ora, diradati.

E’ necessario, inoltre, tenere pulite le pinete e le leccete, asportando le foglie secche cadute e i detriti del sottobosco che impermeabilizzano il terreno, senza aspettare che lo facciano, in un tempo estremamente lungo, gli organismi demolitori.

Il bosco della Valle delle Docce[19], rimasto inglobato nel parco dell’arcipelago toscano, sembra già leggermente asfittico, con un evidente scolorimento delle chiome degli alberi.

Inquinamento

La sorgente dell’Acqua Selvaggia è sita a 381 m sul livello del mare, in direzione nord-ovest, e dista 600 m dal pozzo di raccolta dei liquami della discarica comunale.

Questo pozzetto si trova al fondo di uno scivolo con una pendenza del 18% e ad una quota di 361 m, in direzione est.

Allorché i liquidi di scolo raggiungono un determinato livello, questi vengono automaticamente pompati in un depuratore posto alla quota di 278 m, in direzione nord-ovest e distante 1,2 km dalla sorgente.

Quindi, dato che la sorgente è alimentata per caduta di acqua e considerate la distanza e la differenza di altitudine, 20 m, si può escludere qualsiasi possibilità d’inquinamento, da parte della discarica.

Non va, inoltre, trascurata una eventuale barriera di granito compatto tra i due siti, vedi Fig.3.

Le suddette direzioni sono relative al picco della Pagana.

Le altitudini, le posizioni e le distanze sono state rilevate con un ricevitore satellitare, Garmin GPS III plus.

Proprietà dell’Acqua Selvaggia.

L’Acqua Selvaggia, avendo un contenuto salino[20]minore di 200 mg/l, è un’oligominerale naturale.

I paesani hanno da sempre usufruito di questa per bere e per lavare. È qui interessante fare un confronto delle sue proprietà chimiche e terapeutiche con quelle delle “decantate” acque oligominerali che oggigiorno sono messe in commercio. Dal grafico di Fig.8 risulta che l’Acqua Selvaggia, la Vera e la Verna sono le più pure tra quelle prese in considerazione, avendo un residuo di 162, 162 e 150 mg/l rispettivamente. L’Acqua Selvaggia con la più bassa concentrazione di calcio è anche la più leggera, presenta la più alta concentrazione di ioni sodio, è la più ricca di sali di potassio (Fig.9) ed è l’unica che contenga ioni ferro in quantità misurabili (0.17 mg/l, rispetto alle tracce delle altre).

 

 

Il grafico in Fig.10 infine mostra i dati analitici dell’acidità espressa in unità di pH. Più i valori del pH sono minori di 7 più acida è l’acqua. Per avere un termine di paragone è stato preso in considerazione anche il valore del pH (circa 4, a 1 atm. e a 20° C) di una soluzione acquosa satura di anidride carbonica.

 

 

Anche l’acqua piovana in assenza di inquinanti è leggermente acida, con un pH pari a 5,4 a causa della anidride carbonica disciolta.

L’acidità delle acque naturali dovuta all’anidride carbonica disciolta dipende dalla temperatura e dalla quantità della carica salina. In quanto alle proprietà terapeutiche, l’Acqua Selvaggia vince il confronto con quelle prese in esame, perché oltre a svolgere un’azione benefica nelle calcolosi renali, nelle diatesi uriche, nelle malattie infiammatorie croniche delle vie urinarie e della pelle, azioni tipiche delle oligominerali, per il suo più alto contenuto di ioni sodio, potassio e ferro offre anche i seguenti vantaggi:

  • un sapore più gradevole,

  • una maggiore azione dissetante,

  • un’azione digestiva,

  • un’azione protettiva del fegato,

  • una maggiore azione stimolante della peristalsi intestinale e dei muscoli in generale,

  • una maggiore azione fertilizzante per le piante (potassio).

  

 

Le fonti sacre dell’isola

Il Giglio è probabilmente l’isola del Mediterraneo con la più alta densità di sorgenti d’acqua dolce.

Nel corso dei secoli, alcune di quelle perenni e più copiose, furono dedicate a divinità pagane.

Le vestigia delle loro fonti, ricostruite al computer compongono pregevoli architetture, che contrastano fortemente con l’essenzialità spartana dell’antico abitato.

La ragione di un così gran numero di sorgenti è da ricercarsi, come abbiamo in precedenza visto, nella particolare formazione geologica dell’isola.

La fonte di Barbarossa costruita sulla sorgente stessa, era probabilmente un Ninfeo, tempietto dedicato alla Ninfe, molto in voga nel periodo classico e rinascimentale.

 

 

Quella di San Giorgio, troppo raffinata per una semplice chiusa, poteva invece essere un Mitreo, costruzione adibita al culto del dio Mitra, divinità che nell’antica Roma godeva di un largo seguito tra la classe più elevata. Dalle enciclopedie Treccani e Larousse: “…da una porta si accedeva ad un ambiente di dimensioni piuttosto modeste coperto a volta, ove era la nicchia con il simulacro; comunemente vi era fatta giungere l'acqua da una sorgente vicina, due banchi affrontati accoglievano i fedeli per il banchetto sacro. Talvolta le pareti interne erano decorate con mosaici e dipinti parietali”.

La descrizione ben si adatta al Mitreo del Giglio. Il corpo semicilindrico frontale, ospita una cisterna che dal pavimento giunge fino allo sbocco del troppopieno ed è separata dalla sala da una sorta di transetto chiuso. Figure di santi in uno stile compendiario medioevale ricoprono le pitture originali sulle pareti. Nella ricostruzione la volta e la nicchia, per semplicità, sono state lasciate con il solo intonaco; la copertura doveva terminare con un tetto a due spioventi, come nel Ninfeo. La piccola edicola, con strombatura a mo’ d’entrata, era chiusa da una lastra con un foro in alto per la penetrazione del sole nel solstizio d’estate. Questo fascio di luce riflesso dall’acqua della cisterna segnava l’inizio dei riti misterici dedicati a Mithra Deus Sol Invictus.

Il Mitraismo si diffuse in tutto l’impero Romano, specie tra la fine del sec II e l’inizio del IV.

Le cerimonie, che avvenivano in questi sacelli, comportavano un banchetto sacro, nel quale s’immolavano bestie minute e si mangiava il pane e si beveva l’acqua o il vino, secondo un rituale che presentava alcune analogie con quello cristiano.

L’organizzazione dei fedeli, le caratteristiche di religione iniziatica, la complessità e ricchezza della dottrina, legata alle idee di salvezza, di purificazione e d’immortalità, rendono ragione dell’enorme diffusione del mitraismo, specie tra i militari e la classe dominante.

Nerone si fece iniziare ai misteri di Mitra e così anche Commodo. L’imperatore Aureliano (274) introdusse il culto ufficiale del dio Sole, identificato con Mitra già in età babilonese. Diocleziano dedicò a Mitra un santuario (307 d.C.), “D(eo) S(oli) I(nvicto) M(ithrae) ...”.

Lo stesso Costantino (401) professò per lungo tempo il culto del Sole Invitto.

 

 

 

Nella Fig.12, la ricostruzione al computer del Mitreo di San Giorgio.

 

 

1. Volta

2. Parete laterale con pitture di Evangelisti

3. Nicchia, metà per vista interna

4. Edicola con foro d’entrata del sole

5. Sala dei fedeli

6. Vasca dell’acqua

7. Foro di troppopieno

8. Apertura di drenaggio

 

Fonte Acqua Selvaggia

Il corpo ottagonale regolare della chiusa ricorda un battistero medievale, ispirato alla tradizione cristiana dell’ottavo giorno.

La tecnica di costruzione, ad iniziare dai conci di granito mirabilmente squadrati, è molto accurata.

 

 

 

Dimensioni del solo corpo ottagonale:

Altezza.= 5,4 m

Spigolo di base = 2,10 m.

Rapporto altezza/diametro = 1

Volume tot = 125 m3.

  

La Bredici è alimentata da un’altra falda freatica

 

 

 


[1] A 120 Km di distanza.

[2] In altre parole, più di tanto non ne prende!

[3]Per masso e granito compatto vedi più avanti.

[4]Termine scientifico per sacche o polle.

[5] Il consumo medio annuo d’acqua potabile: 62 tonnellate per famiglia residente (650 c.a.).

[6]Ad est del paese, in una località detta ‘sotto i cannoni’, a circa 400 m. s.l.m.

[7]D. S. Westerman et alii, Mem. Soc. Geol. Ital., (1993), 49, 345-363.

[8]Biblioteca Riccardiana di Firenze, Ms. Pecci, (1760).75.

[9]In altri termine, granito che presenta blocchetti (catene) molto duri e lastre sottili. In genere le catene spaccano i blocchi di granito, perché sono meno sensibili agli sbalzi di temperatura.

[10]Massa fusa di silicati ad altissima temperatura, situata in profondità  nella crosta terrestre

[11]Roccia semifluida, più densa del basalto e del granito, su cui galleggiano le terre emerse.

[12]Questo abbassamento fece emergere l’isola di Pianosa.

[13]Teoria isostatica di Airy.

[14] La più alta sorgente, di scarsa portata, detta dell’Orto del Negra, si trova a 471 m sulla Pagana.

[15]A.T. Sala, Bollettino della Soc. Geog. Ital., serie VIII, vol. IV, 1951.

[16]I dati sono stati rilevati dai certificati di analisi, presso l’Ufficio Tecnico Comunale.

[17] Coordinate UTM della carta militare: 33 06 56881, 46 89354

[18]Perché non contengono quelle particolari molecole organiche, derivate dall’humus, con specifiche azioni curative. G. D’Ascenzio, M.D. Medicinae Doctor, N.24, 1998.

[19]Così chiamata perché, in passato, le sorgenti dell’Acqua dei Mori e dell’Acqua Selvaggia vi si riversavano in continuazione, formando cascatelle (docce) tra i massi. Oggi, porta l’insignificante nome di Valle del Dolce e senza canne da zucchero.

[20]I dati sono stati rilevati dai certificati d’analisi, presso l’Ufficio Tecnico Comunale.