Gigliese Turchi

La procedura e pessima maniera di operare praticata dal tenente cappellano della Torre Campese nel giorno che diedero

ISOLA DEL GIGLIO

La vittoria del 18 novembre 1799

Contesto Storico

Il 24 marzo 1799 il Granduca Ferdinando III di Lorena venne deposto dalle truppe francesi al comando del Generale Gaultier.

Partiti i Francesi dopo la sconfitta di MacDonald alla Trebbia, fu restaurato il governo granducale per opera degli Austriaci. Ma, dopo la vittoria di Marengo (14 giugno 1800), la Toscana fu di nuovo invasa dagli eserciti francesi, finché con il trattato di Lunéville (1801) Ferdinando III fu spodestato e il Granducato con lo Stato dei Presidi fu trasformato in Regno d'Etruria e assegnato a Ludovico di Borbone, figlio del duca di Parma.

Il Giglio venne così a far parte del Dipartimento dell'Ombrone sotto la Prefettura di Grosseto, bisognava però attendere quasi otto anni prima che tutti questi cambiamenti si concretassero sull'isola.

Nel frattempo gli isolani abbandonati a se stessi riuscirono a fermare il calo demografico lavorando ed industriandosi, dottor Magi permettendo.

Il 15 agosto del 1808 al Giglio viene celebrata in grande pompa la festa di San Napoleone in onore dell'Imperatore e arrivano anche dei militari francesi. Tra i padrini dei battesimi celebrati lo stesso anno si ritrovano il militare Lorenzo Maret con consorte  italiana, il subcenturione (Sergente) della Gallia, così definito dall'economo della Parrocchia, Giacomo Obiot, i duci (capitani) della Gallia Stefano Meschin e Giovanni Zesch e altri provenienti dal dipartimento della Sturia.

Il 10 gennaio del 1809 ha luogo la prima formale registrazione degli atti di nascita fatta in comune alla presenza del Sindaco chiamato ora Maire (Nicola Modesti).

Negli anni successivi nacquero alcuni Napoleone gigliesi (Arienti, Rossi, Schiaffino, ecc.) e tutto proseguì in tal guisa fino al 18 dicembre 1812, allorché i Francesi abbandonarono l'isola e il prete ricominciò le sue registrazioni in latino.

Ritornano così anche il compare e la comare che se non sono marito e moglie molto spesso lo diventeranno, i coloriti soprannomi che ben risolvono le inevitabili omonimie e il vezzo di latinizzare anche i cognomi, de Rubiis invece di Rossi e de Stefanis invece di Stefani.

I Gigliesi dimenticano i Francesi e ritornano al loro quieto e laborioso vivere. Come si vedrà in seguito tutte le volte che gli isolani devono pensare con al propria testa trovano sempre una strategia vincente1.

Dopo la Restaurazione, per le decisioni del Congresso di Voenna, Ferdinando III fu reintegrato nel suo vecchio dominio nell'aprile del 1814. Tornò desideratissimo dai suoi sudditi e non esercitò vendette e conservò ciò che di utile e di buono aveva lasciato l'amministrazione francese: il codice di commercio, la procedura giudiziaria, lo stato civile ed il nuovo catasto.

I corsari barbareschi

Nel 1793 i veloci e agili sciabecchi dei Bey degli stati di Algeri, Tunisi e Tripoli2 presero ad attaccare anche i mercantili americani nel Mediterraneo.

Come risposta, con un decreto del 1794, il governo degli Stati Uniti decise di costruire sei fregate della Marina da destinare come scorta dei mercantili. Una di queste, la Philadelphia di 1240 tonnellate fatta arenare dai pirati al largo di Tripoli, fu costretta ad arrendersi alle cannoniere del Bey3 di questo stato.

Questi stati dalla regione nordafricana Barbèria, detti perciò barbareschi, agivano indipendentemente sotto la protezione formale dell'impero turco.

Il più potente era quello di Algeri fondato agli inizi del 1600 dai fratelli Arùg e Kair ad-dìn (Barbarossa), dopo l'afflusso dei moriscos scacciati dalla Spagna e desiderosi di vendicarsi sui cristiani, ebbe in parte autorità sui vicini paesi della Tunisia e della Tripolitania.

I barbareschi esercitavano una continua guerra di corsa contro tutte le navi cristiane, ma non potevano essere considerati veri e propri pirati perché battevano sempre la bandiera di uno stato anche se di comodo.

Infatti c'era una differenza tra pirati e corsari ovvero tra la bandiera nera con teschio e la bandiera di una potenza straniera con consoli accreditati nei porti, i primi se catturati venivano subito impiccati al primo pennone, i secondi al peggio erano fatti schiavi e condannati al remo delle galere.

L'appoggio dell'impero turco islamico (la Sublime Porta) era giustificato dal principio religioso-giuridico della guerra santa, che presso i musulmani glorifica il perenne stato di guerra e il saccheggio a danno delle popolazioni infedeli.

Possedevano delle potenti flotte costituite principalmente da sciabecchi e fregate.

Lo stato di Algeri verso la fine del '600 disponeva addirittura di 24 grosse fregate e per tutto il secolo XVIII il loro numero rimase all'incirca lo stesso, mentre Tunisi e Tripoli non erano in grado di armare più di una dozzina di navi4.

Le navi appartenevano sia allo stato che ai privati, in quest'ultimo caso al primo spettavano, secondo la legge musulmana, un quinto del bottino e tutte le navi catturate, il resto poi era spartito tra il proprietario della nave, l'equipaggio ed alcuni funzionari5.

Le navi corsare erano comandate da un rais, che otteneva tale titolo patente in seguito ad un esame in cui doveva dimostrare la sua capacità.

Le tattiche e le tecniche barbaresche specie quelle algerine servirono da modello per tutti i corsari cristiani. Gli sciabecchi (dallo spagnolo jabeque) del secolo XVII e XVIII colorati e con la poppa decorata in oro erano molto temuti per i cannoni di cui erano armati, per la ferocia del loro equipaggio e per la potenza di battaglia.

Le fregate invece erano più lunghe, più alte e più larghe degli sciabecchi, con tre alberi e con quattro ordini di vele quadre e una randa che si apriva a poppa e due fiocchi a prora.

Questi grossi vascelli con chiglia piatta erano abbastanza veloci e disponevano al massimo di 40 cannoni allineati sulle due fiancate.

Sciabecco

Fregata

E' infine interessante notare che nei suddetti porti si parlava un gergo misto di lingue mediterranee detto lingua franca, che da Tunisi verso ovest era in prevalenza l'italiano e da Algeri verso est lo spagnolo.

Questo fatto facilitava dei contati fra i Gigliesi e i Tunisini. Infatti, come riporta la Paolicchi, un articolo contenuto negli Statuti Comunali prevedeva pene contro "chi si dava a corseggiare sul mare; era inoltre severamente proibito acquistare o vendere alcuna cosa alle navi saracene; si transigeva solo nel caso che si trattasse di acquisti di armi perché queste venivano ad aumentare il patrimonio bellico dell'isola".

Il Manoscritto

Manoscritto del neosergente Giovan Battista Pini che rappresenta una lettera scritta a Ferdinando III, Granduca di Toscana, circa gli avvenimenti del 18 novembre 1799, giorno in cui avvenne l'ultimo assalto all'Isola del Giglio da parte di pirati tunisini.

Attualmente il manoscritto è di proprietà di Giovanni Zanella.

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La procedura e pessima maniera di operare praticata dal tenente cappellano della Torre Campese nel giorno che diedero l'assalto i Turchi, eseguito il dì 18 Novembre, e le false informazioni date a V.A.R. mediante le quali la clemenza della A.V. si è mossa a gratificare non solo il detto cappellano, ma ancora altri, che poco in detto giorno agirono, muovono l'animo degli abitanti dell'Isola del Giglio, che furono spettatori o testimoni di vista rappresentare alla V.A.R. il fatto veridico e sincero seguito in detto giorno, acciò la carità di V.A.R. si degni gratificare coloro che si sono veramente prestati per la difesa, e non quelli che stettero inoperosi.

Espongono quanto, come nella mattina di detto giorno verso le ore sette si presentaro in faccia alla Torre del Campese sette bastimenti Turchi (I sette bastimenti erano una Fregata e sette Sciabecchi, n.d.r.), ai quali avendo la detta Torre rivoltata qualche cannonata a vuoto, li detti bastimenti risposero, e proseguirono con moltissime cannonate a quella, ed incominciarono con dieci lance a fare sbarco di gente in terra in distanza della Torre di circa un miglio.

La detta Torre replicò con circa quattro cannonate a piano ed inde abbandonò vergognosamente la batteria con gran meraviglia e stupore del popolo spettatore.

Veduto ciò i Turchi si fecero maggior coraggio, e spedirono le lance cariche di Turchi che li sbarcò più da vicino alla Torre senza fare resistenza alcuna. Allora i Turchi maggiormente animandosi, spedirono il lauto predato ai pescatori camoglini ed una lancia caricata di gente e fecero lo sbarco nel canto della spiaggia sotto l'istessa Torre in lontananza di circa cento braccia, e la Torre neppure li vide.

Vedendo allora i Turchi quivi sbarcati, che la Torre non faceva alcuna resistenza, tutti di carriera con le sciabole in mano la spiaggia se ne andarono sotto la Torre.

I bastimenti avendo veduto che i Turchi sbarcati nella spiaggia erano andati sotto la Torre senza essere impediti, muovevano allora tutte le lance cariche di Turchi a fare lo sbarco nella cala del Fondaccio, lontano dalla Torre circa trenta braccia, i quali circondarono tutta la Torre spogliarono vergognosamente la cappella di San Rocco di tutti gli arredi sacri accanto all'istessa Torre, salirono fino al ponte, spogliarono tutti li magazzini rompendo tutte le botti di vino che ivi esistevano, e finalmente attaccarono fuoco.

Insomma nello spazio di circa sette ore e mezzo di vivo fuoco, che fecero i poveri Gigliesi sopra i torrioni specialmente sopra la Casa matta, che resta in faccia a detta Torre di dove venivano i Turchi, ove nella mattinata fu portato un cannone a palla, tener lontano i Turchi dalle loro mura, la torre di Campese non si degnò tirare neppure una spingarda. La sera poi verso le ora quattro la fregata fece delle fumate e alzò una bandiera sopra l'albero. A questo segno i Turchi che avevano circondato tutti corsero verso la marina e lasciarono l'assedio. In questo tempo il ............. corse alla fortezza e prese un cannone e lo portò sopra il luogo nominato Casa matta, ove sono due troniere fatte anticamente in faccia alla torre di Campese e con quello si tirò a mitraglia vicino alla detta Torre ove era un'infinità di Turchi i quali all'arrivo di detta mitraglia tutti precipitosamente s'imbarcarono sopra le lance e non potendo rientrare tutti presero la barchetta di Giuseppe Magnani, che stava tirata in terra e si imbarcarono sopra di quella, e se la portarono via.

 Quando tutti i Turchi se ne furono andati e la spiaggia di Campese restò pulita, allora il cappellano di detta Torre ritornò in batteria e fece tirare due cannonate ai bastimenti, in atto per così dire di salutarli non essendo ancora tramontato il sole.

La sera poi tutto il popolo si pose in sentinella sopra i torioni e sopra le mura bruciando legna a ciambella, ed in ogni ora il sergente Pini girava inculcando a tutti la vigilanza e il coraggio e verso le ore due della notte approdò vicino a detta Torre una grossa lancia Turca con un fanale per imbarcare gli altri Turchi che erano restati in terra, ed avendone i soldati della Torre che furono Andrea Baffigi e Marco Pini, fatto rapporto al cappellano, il medesimo neppure di mosse dal proprio quartiere, poiché cosa che fa orrore a sentirla, aveva in tale circostanza li cannoni scarichi e fuori di traiettoria. E qualora la V.A.R. voglia credere il grande veridico assalto fatto da popolo medesimo basterà per rilevarne la verità che si degni mandare qua un delegato per esaminare il fatto suddetto purché però il detto delegato non prenda familiarità col comandante Bondoni, né con il Vicario Incontri, né con il caporale dei cannonieri stato avanzato ora a sergente, e molto meno con l'arciprete, li due primi i quali nel tempo del fuoco non uscirono mai di fortezza, dopo aver nella mattina prima che arrivassero i Turchi alle mura distribuiti alcuni sacchetti di cariche e dati alquanti fucili per portarli sopra la Casa matta, si ritirò al proprio quartiere e non sortì mai fuori senza punto affacciarsi alle mura e tanto meno alla Casa matta, ove questo giorno si fece il maggior fuoco col cannone e cariche di fucili, ma solamente si fece vedere la sera sul tardi dopo che furono andati via i Turchi. L'isolano poi, cioè l'arciprete quando di sopra la Casa matta vide che i Turchi sbarcavano e che la Torre non faceva fuoco, se ne scappò al Porto e da una barchetta si fece portare a Santo Stefano. E perciò nessuno dei quattro suddetti può dire cosa alcuna di ciò che si operasse dagli ........ sopra le mura e sopra la Casa matta e molto meno di ciò che si facesse dalla torre di Campese.

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Nota delle persone che nel giorno 18 del mese di Novembre in cui seguì l'aggressione dei Turchi nell'Isola del Giglio furono vedute con l'arme in difesa del paese.

Alla troniera7di Fortezza

Giuseppe di Pietro Bancalà

Antonio di Andrea Rossi

Domenico di Natale Danei

Camillo Modesti

Domenico Milianelli

Cannoniere Giovanni Pietro Bancalà

Alla Polveriera nella Fortezza

Giovanni Luchi e

Antonio di Giovanni Giuliano Pellegrini, i quali caricavano i fucili, ed il soldato Gio.Batta figlio del sergente Francesco Antonio Pini continuamente girava ed uccise un turco ed un altro ne ferì nella coscia, i quali Turchi si portavano via la robba, che aveva nascosta in una siepe il sacerdote Francesco Mai, nell'atto che allo sbarco dei Turchi scappò dal paese, consistente detta robba in un sacco con entro  altra sacca e legumi in una bisaccia piena di panni; una cesta piena di pasta; uno schioppo senza acciarino8; e n° sei stoccafissi. Allorché la sera furono andati via i Turchi e fu aperta la porta il detto Pini andò a prendere la detta robba, con averne fatto rapporto al comandante. Al ritorno che fece poi il detto prete Mai, avendo saputo che la sua robba esisteva nelle mani di detto Pini, la fece chiedere, e dal medesimo gli fu intieramente restituita.

Alla fogna accanto alla fortezza

Michele di fu Carlo Bancalà

Francesco di fu Vincenzo Arienti

Domenico di Paolo Danei

Marco Ducci

Antonio Natali

Nell'orto del Comandante fuori della Fortezza e nel marciapiede9

Vincenzo Natali

Giovanni di Carlo Aldi = questo leggermente ferito in un labbro

Giovanni Angelo Pellegrini

Natale Giudici

Camillo Aldi

Sopra il Torione detto gli Olmi10 e marciapiede

Domenico Scotta

Francesco di Scipione Arienti

Natale Bancalà

Francesco Brizi

Giuseppe di Simone Modesti

Andrea di Santi Rossi

Cristofano Arienti

Torione detto di Mantuccio e marciapiede

Il Sacerdote Don Antonio Rossi

Stefano Stefani

Giorgio Mai

Domenico Pellegrini

Niccolao Baffigi

Niccola Stefani

Casa Matta,

che di fronte alla Torre del Campese dalla quale Torre venivano i Turchi, ove esisteva il cannone portato la mattina

Il tenente Niccola Martini

Il sergente Francesco Antonio Pini

Cannoniere Andrea Ducci

Cannoniere Biagio Modesti

Ex cannoniere Andrea Baffigi, questo restò gravemente ferito in una spalla

Giuseppe Modesti

Il Sacerdote Don Salvatore Danei

Il Sacerdote Don Francesco Bancalà

Il Sacerdote Don Giovanni Lubrani

Il Sacerdote Don Camillo Miliani

Luigi Pellegrini

Bernardino Aldi

Giovanni di fu Antonio Giudici

Francesco Mai

Capitano Raimondo Brizi

Giovanni d'Ambrogio Bancalà

Il soldato invalido Giovanni Giuseppe Pellegrini, questo restò ucciso da una palla turca

Torione detto la Sentinella

Domenico Fisei

Giacomo Brizi

Biagio Marengo

Giovanni Battista Brizi

Torione detto della Chiesa e marciapiedi

Diacono Ambrogio Bancalà

Diacono Pietro Giudici

Stefano Rosa

Giovanni di Pietro Giudici

Francesco Baffigi detto Chele

Torione detto di Fraticello e marciapiedi

Francesco di Ambrogio Bancalà

Domenico Bancalà

Bartolo Modesti

Giovanni Centurioni

Giuseppe Centurioni

Bartolo Brizi

Antonio di Gio Batta Brizi

Matteo Aldi

Paolo Rossi

Torione detto di Scotta

Il sacerdote don Vincenzo Rossi

Pompeo Miliani

Angiolo Aldi

Emanuello Rosa

(?) Andreini

Torione detto di Mario

Andrea Brizi

Andrea Bartoletti

Lorenzo Pellegrini

Pasquale Pellegrini

Giuseppe Fontana

Andrea di Biagio Rossi

Torione detto di Giuditta (ora di Sant'Anna)

Giuseppe Magnani

Giovanni Aldi

Stefano Modesti

Biagio Pini

Camillo Lubrani

Sopra il marciapiede sotto la Fortezza detto di Levante

Francesco Lubrani di fu Giuseppe Antonio

Giuseppe Bancalà detto Marzone

Deve avvertirsi che le persone sopra descritte non si ritrovarono tutte allorché si incominciò il fuoco dalla Casamatta, di fronte al Campese di dove venivano i nemici, poiché al primo fuoco non si ritrovarono più che circa trentacinque o quaranta persone al più poiché la maggioro parte di dette persone rientrò dalla porta del paese, che resta a scirocco e fuori di vista dal Campese ..... che sopra la Casamatta si proseguiva con il fuoco a impedire l'accesso al nemico.

Parimenti deve sapersi che le persone suddette non stettero sempre fisse tutte ne luogo sopra notato, ma alcuni si muovevano e da un posto passavano ad un altro, secondo il bisogno, e dove si vedevano più Turchi.

Il Tenente Martini di tanto in tanto girava le mura vigilando i posti.

Il Sergente Pini parimenti vigilava i posti tutti, portando in tasca cariche a pietra per darne a chi ne chiedeva animando i combattenti ed esortandoli a tirare con regolarità.

Li due fratelli Fabbri Crispino e Sebastiano Mibelli squartavano le palle di fucile perché i combattenti potessero colpire con maggiore facilità.

La mattina seguente furono spediti dal comandante quattro giovani fuori dallo paese appena giorno per vedere se ci fossero Turchi vicino al paese, e questi erano Gio Batta Pini, Vincenzo Arienti, Stefano Stefani e Francesco Arienti.

Il Paese

Dalla minuziosa descrizione del Giovan Batta è possibile visualizzare la posizione strategica dei Gigliesi sulle mura, contare i torrioni (trioni) e conoscere i nomi di quel periodo (v. figura).

I trioni veri e propri sono otto come risulta dal manoscritto, dalla pianta del 1745 lasciata dal Warren e da quella disegnata dal geom. D. Manzini11 nel 1845. Una pianta del 1596 è leggermente diversa e riporta anche un nono trione12 prima della torretta di levante, qui lasciato in bianco.

Il Gio. Batta iniziando dalla troniera della Rocca prosegue il suo elenco in senso antiorario. Dalla sua posizione sulle mura poteva facilmente vedere il posto dove il prete aveva nascosto il fagotto prima di precipitarsi in fretta e furia verso il Porto, ma per colpire il Turco che se ne voleva impossessare doveva essere sceso sulla torretta di levante.

Quello che più risalta in questi documenti, da un punto di vista strategico, è il comportamento razionale e calmo dei Gigliesi, ormai smaliziati ed abituati a tali circostanze, in contrapposizione con la confusione animalesca e la primitiva tattica militare terrestre dei corsari, un branco di lupi affamati, che dopo un ben pianificato sbarco si fecero spesso cogliere tutti ammucchiati in zone vicine e ben marcate da bandiere, in modo da costituire un facile se non divertente bersaglio.

La mossa vincente dei Gigliesi fu quella di esporre una bandiera bianca sulla Casamatta che ebbe subito l'effetto di scaricare l'aggressività dei pirati e di farli avvicinare speranzosi alle mura del paese, ma presero, dopo una cannonata, una scarica di fucilate.

Come si vedrà in seguito caddero nello stesso tranello che avevano teso ai rappresentanti e difensori del popolo gigliese "chi la fa se l'aspetti!".

Il Granduca Ferdinando III, al suo ritorno in Toscana dopo la prima invasione dei Francesi, venuto a conoscenza delle imprese e delle sofferenze del popolo gigliese elargì onorificenze e promozioni a tutti i rappresentanti, more solito, più o meno più o meno degni di tale incarico.

Inoltre il Sovrano volle sancire l'impresa del popolo gigliese con il dono di una monumentale cisterna che l'architetto senese per incarico progettò e fece costruire sul piazzale di fronte alla chiesa.

Sulla porta della chiesa di S. Paolo al Castello su posta una epigrafe:

Desta una certa perplessità la sollecitudine con cui questo provvedimento, scavalcando tutte le usuali procedure burocratiche (il Cav. Boni, a Firenze, avrebbe trovato sicuramente da ridire), venne effettuato.

Il Granduca, preoccupato dagli avvenimenti rivoluzionari del suo tempo, aveva forse interpretato questa vittoria, conseguita al di fuori dei crismi ufficiali, come la nascita sull'isola di una nuova coscienza sociale illuministica ed era corso ai ripari?

Niente di tutto questo. I gigliesi non erano degli intellettuali, ma solo degli isolani e l'isola è la loro patria sia col Granducato di Toscana da tappezzeria che con un qualsiasi altro governo al di là del mare.

Altro che ".... fà risaltare la costanza e la fedeltà di quegli abitanti verso il nostro amato Sovrano ...." come riporta il Supplemento alla Gazzetta Universale in data Livorno, giovedi 28 novembre 1799.

Comunque rimane sempre un abile mossa del Granduca per appropriarsi della gloria degli umili Gigliesi: una cisterna per l'unica vittoria militare del suo Granducato.

 

La famiglia di Giovan Batta Pini

 

Il quadro della battaglia

Nella figura è stata schematizzata la scena dello sbarco dei corsari in pieno accordo con quanti è riportato nei documenti.

Si può osservare che, avendo i cannoni della Torre e della Rocca una portata utile corrispondente al raggio dei cerchi (ca. un miglio marino), una azione tempestiva e congiunta dalle due postazioni avrebbe ostacolato lo sbarco ed anche evitato che i Turchi arrivassero sotto le mura del paese.

Il momento favorevole per colpire gli invasori con i cannoni della Rocca caricati a mitraglia sarebbe stato quello della loro sosta sul piano del Vernaccio, punto di confluenza degli stradelli provenienti dalle Secche, da Sparavieri e dal Fondaccio.

Il Giglio alla fine del secolo XVIII non sembra poi tanto sguarnito da un punto di vista difensivo, ma questo sistema poteva essere potenziato se il solito Cav. Boni13, buon amico dei Gigliesi, non si fosse opposto more solito ad una tale richiesta.

Secondo il Cavaliere14 era di nessuna utilità trasformare l'isola, "arido ammasso di scogli", in una rocca inespugnabile come Gibilterra e i suoi abitanti ben potevano trasferirsi in continente dove vi erano zone fertili e libere (tutti condannati come la povera Pia).

Non era però dello stesso avviso il Bey di Tunisi che aveva visto nel Giglio una base strategica per attaccare le navi da trasporto in rotta per i porti di Livorno e Marsiglia, un rifugio dopo le scorrerie e un centro di scambi proficuo e sicuro15.

Il Granduca per assicurarsi il possesso dell'isola doveva fare affidamento sui soldati che assumeva dalle compagnie militari private16 dello Stato della Chiesa.

Questi militari provenivano spesso da Civitavecchia e talvolta da Viterbo.

In poche parole il Bey voleva cogliere dell'invasione della Toscana da parte delle truppe napoleoniche per mettersi in proprio o in alleanza con gli altri stati barbareschi.

Altrimenti, che bisogno c'era di portare tante bandiere turche e una degli stati turco-arabi se volevano solo fare degli schiavi per incassare un riscatto improbabile dal governo granducale o da qualche pia associazione religiosa cristiana ?

Tra l'altro era ben noto dalle loro parti che al Giglio non avrebbero trovato dei lauti bottini anzi correvano il rischio opposto!

Non si assale un'isoletta di poveri contadini con una fregata di 1.200 t armata di una trentina di cannoni e sei grossi sciabecchi da venti e con una ciurma che in totale, a parte quello che disse in lingua franca il turco tunisino prigioniero, si può stimare di regola sulle 1.500 unità !

L'assalto sembra ben studiato tatticamente, gli sbarchi sono precisi agli imbocchi dei sentieri che portano alla Rocca.

Il trucco della bandiera di comodo di nazionalità greca issata sulla fregata trasforma la flotta degli assalitori in un innocuo convoglio che trasporta grano al porto di Livorno e trae in inganno i militari professionisti, ma non i Gigliesi che, resi più sensibili dal loro secolare e continuo vivere nella natura, "sentono" subito il pericolo e si preparano allo scontro.

I militari della batteria, dopo dei colpi di avvertimento, per l'incertezza mostrata dal Castellano perdono quel tanto di tempo da permettere ai veloci sciabecchi di arrivare di fronte alla torre e di cannoneggiare ripetutamente la loro postazione e sono costretti a rifugiarsi nei piani di sotto.

Inizia così lo sbarco sulla spiaggia che avrebbe permesso ai corsari di impadronirsi dei cannoni e dell'armeria della torre, ma i soldati difendono con successo l'entrata facendo fallire una mossa strategica molto importante.

A questo gruppo non resta altro che andare su per la strada del Gronco ad unirsi agli altri.

Nonostante il piano ben studiato i pirati per forza d'abitudine si comportano come se dovessero andare all'arrembaggio, vogliono tutto e subito.

E' questo l'errore fatto dal Bey di Tunisi. Doveva imbarcare delle truppe regolare se voleva prendere l'isola, comunque un militare di un certo rango c'era come si può desumere dalle scimitarre ritrovate dopo lo scontro17.

Intanto sulla Rocca il Comandante crede ancora che con tutto quello spiegamento di bandiere quegli uomini che scomposti arrancano verso il paese non siano pirati ma soldati di una potenza straniera amica del Granducato (erano tutte amiche!) e non concede il cannone a lunga gittata e ordina di far esporre una bandiera bianca con uno stendardo e di mandare due militari fuori a parlamentare.

I paesani però liberi di decidere prendono la bandiera bianca che era stata lì per lì allestita e la portano sulla Casamatta, dove avevano piazzato un cannone, allo scopo di attirare gli assalitori da quella parte, proprio come si fa a caccia col cimbello.

I pirati, come sovente si verifica, cadono nel loro stesso inganno e si avvicinano speranzosi e allegri per l'evitato conflitto.

Il Sergente Martini è ancora dubbioso e fa scaricare il cannone a mitraglia per ricaricarlo a palla ( e il Gio. Batta se ne chiede il perché) e spara un colpo di avvertimento, cerca di parlamentare, ma i Gigliesi non sentono santi e nel medesimo istante  cominciano tutti insieme a centrare i pirati a colpi di fucile come fossero tordi.

Gli isolani sapevano tutti usare le armi e conoscevano le tecniche militari terrestri perché il Granduca18 da tempo aveva inviato al Giglio un istruttore militare di Pescia, l'ufficiale Francesco Saverio Rosellini che nel 1755 si era sposato con Giovanna di Gio. Pini.

I turchi si sparpagliano e poi formano dei gruppi, ciascuno marcato da bandiere e sembrano minacciare gli isolani di un assedio, ma sono troppo a tiro e disordinati, distratti e insofferenti della lunga tensione che si sta profilando, loro avvezzi agli attacchi lampo in massa tipici dei predatori di qualsiasi specie.

Qualcuno ha pure abusato del vino e tenta di approfittare di una vecchia pastora che non si rende neanche conto di quel che sta succedendo, preoccupata solo che con tutto quel baccano le sue bestie non entrino in qualche terreno coltivato.

Catturare animali di passaggio, da preda o non, per gli isolani era stata sempre una questione di sopravvivenza e già nella loro mente era assommata quella tecnica di caccia concertata che li avrebbe impegnati senza neanche accorgersene per molte ore in assoluto silenzio, pronti a colpire al minimo cenno di cedimento nervoso della preda.

In mancanza di cani bastava un colpo di cannone rivolto verso un gruppo, una scarica anche a sassi, per stanarli e quindi colpire al volo il malcapitato che correva cercando un altro riparo rimaneva imbrogliato in un rovaio o inciampava19 sul terreno accidentato.

Chissà qual era lo stato d'animo di quei predatori diventate prede con quella frustrazione che gli era caduta addosso e che aveva smorzato tutti i loro "bollenti spiriti".

Forse imprecavano contro i capi che li avevano cacciati un una avventura impossibile e disastrosa e poi il giorno "volgeva al termine" e quei demoni lassù appostati in silenzio, ...... sembrava che fossero intenti a preparare una manaita.

Verso sera il gioco delle bandiere ebbe termine e un'altra, la più attesa, fu issata sul pennone di maestra della fregata per segnalare la ritirata prima che fosse buio; perché allora l'isola si sarebbe trasformata in un inferno e avrebbe mietuto le sue vittime dal passo incerto.

Tuttavia, anche se si fossero posti in stato d'assedio non avrebbero avuto vita facile perché, togliendo un centinaio di Gigliesi impegnati nel paese e nelle torri del Campese e del Porto, rimanevano ancora circa 370 maschi adulti dai 18 ai 70 anni appostati nelle campagne e prima o poi i Turchi avrebbero cercato di abbeverarsi alle sorgenti sotto l'incombente minaccia d'imboscate.

Gli assediati invece potevano usufruire di alcune cisterne private del paese e di quella della Rocca che veniva usata per l'orto interno.

In quanto alle vettovaglie gli isolani avevano molto poco da spartire specie in questo periodo. forse qualche capra, ma vagli dietro sotto i tiri precisi degli isolani!

Comunque nella ritirata portarono via il maiale nero nel castruccio del Biagio Modesti al Campese20: quando c'è fame non c'è religione che tenga!

Come scrive il Giovan Batta nella parte finale del suo manoscritto se ne tornarono al porto di Tunisi, dove furono visti scendere dalle navi mesti e malconci da un genovese di Moneglia (ben conosciuto21) abitante al Giglio.

Con questa vittoria riportata sullo stato barbaresco di Tunisi, l'Isola del Giglio assume la dimensione di una nazione indipendente, specie in un periodo in cui il Granducato si sta sfocando sotto la pressione della Francia.

Alla fine del 1800 il governo granducale non esisteva più e i Gigliesi furono così  praticamente liberi di autogovernarsi per circa otto anni.

Formalmente facevano parte del Dipartimento dell'Ombrone del Regno di Etruria, ma queste erano parole e i fatti al di la del mare e quindi non contavano nulla, meno delle gabbiane.

Quando i francesi infine si presentarono organizzando una gran festa per il Generale Napoleone e per ingraziarsi gli abitanti, i Gigliesi erano già riusciti ad arginare il calo demografico e si avviavano verso una spettacolare ripresa, a dispetto del Dottore22 e del Cavaliere.

Non si aspettavano certo degli aiuti dal nuovo governo; anzi vennero il disarmo, i dazi e l'obbligo di arruolamento, ma trovare il modo di trarsi d'impaccio da queste seccature, dopo otto anni di pace e libertà, non fu poi difficile: la natura selvaggia dell'isola gliene diede spesso l'occasione.

Qualche anno dopo, questo avvenimento ebbe importanti sviluppi.

Il Granduca Leopoldo II, salito al trono alla morte di Ferdinando III nel 1823, volle venire a conoscere di persona questi isolani perché ne aveva sentito parlare da suo padre e non prestava molta fede a quello che in passato i servili inviati avevano scritto sul loro conto.

Il Manzini si produce in una grandioso leccata di stivali: "..... nostro amatissimo Sovrano e Padre emerito delle virtù dell'Augusto Avo e Genitore si compiacque nella sua immensa bontà di recarsi all'isola del Giglio replicatamente onorando di sua presenza quelli abitanti ......", ma non riesce a trovare una ragione per la visita.

L'estimatore poteva dire semplicemente che era incuriosito.

Però il nuovo Granduca, coll'intento di portare a termine il progetto costituzionale che il nonno Pietro Leopoldo aveva elaborato dalla costituzione della Virginia promulgata dopo la rivoluzione americana23, si era mosso per concedere in modo mirato alcuni fondamentali diritti ai suoi sudditi e rendere così più stabile il suo governo nella Toscana.

Pensò appunto di dare inizio alle sue riforme facendo una doverosa visita a questi isolani ribelli e battaglieri che avevano onorato tutto il Granducato con la loro vittoria.

Qualche storico24 parla di una linea paternalistica quella seguita da Leopoldo II e da suo padre, ma ciò era vero solo in apparenza.

Infatti gli isolani devono anche ringraziare i rivoluzionari di quel giovane stato oltre oceano con cui avevano condiviso gli assalti dei barbareschi se ottennero che il Granduca come un moderno politico venisse a visitarli per rendersi conto personalmente delle loro necessità sociali.

Videro così la ristrutturazione del molo del Porto, un mulino a vento al Pianello, un acquedotto che dalla sergente di San Giorgio portava l'acqua agli abitanti del Porto, l'edificazione di una fontana su quella spiaggia, un piroscafo battezzato con il nome dell'isola in servizio in giorni stabiliti della settimana25 e l'istituzione di una Guardia Civica, che avrebbe sancito una qualsiasi impresa futura.

Questa istituzione fu poi estesa a tutte le altre comunità del Granducato.

Nessuna di queste ebbe però il garbo di dire: "Grazie Gigliesi", ma, gelose, chiamarono il Giglio "L'isola dei cocchi".

(Si ringrazia il Prof. Ennio de Fabrizio per aver messo a disposizione il volumetto "La vittoria del 18 novembre 1799", dal quale sono stati tratti Il contesto storico, I corsari barbareschi, Il paese ed Il quadro della battaglia.)


[1] Non è un complimento, ma solo un meccanismo ecologico.

[2] Dal 1789 Selim III erail sultano dell'impero turco con i semipascialati di Triplo, Tunisi e Algeri, indipendenti, ma sotto l'egida dell'impero ottomano.

[3] G. Goldsmith-Carter, Sailing Ships & Sailing Craft, The Hamling Publioshing Group ltd, London, 1969.

[4] The New Cambridge Modern History, vol. VI, The Rice of Great Britain and Russia, 1688-1725, Cambridge University Press, 1970.

[5] Enciclopedia Treccani, vol. IV, pag 122.

[7] Apertura nelle mura di una fortezza medievale per inserirvi una bocca da fuoco.

[8] Strumento d'acciaio posto sopra il fucile, forgiato e temprato: batteva su una pietra molto dura come una selce e produceva scintille con le quali si attivava la combustione della polvere da sparo.

[9] Camminamento della mura.

[10] Questo trione prendeva il nome dagli olmi piantati per consolidare il terrapieno, ora lastricato, che comprendeva l'orto del comandante.

[11] Archivio di Stato di Firenze, Acquisti e doni, 232, 1.

[12] A.S.F., Piante dei capitani di parte, Cartone XVIII.

[13] R. Roani Villani, (op. cit), pag. 71.

[14] Si dice che fosse un intellettuale e si vede, non ha nessun senso della realtà; o era un ambientalista ante litteram ?.

[15] I pirati per evitare gli scambi esosi praticati nel porto di Livorno avevano adottato la pericolosa usanza di issare una particolare bandiera detta "di rilascio" che segnalava la loro disponibilità a cedere il bottino rastrellato sulle coste o anche una nave catturata .....

[16] Appartenevano ai nobili che erano autorizzati a formarle e a inviarle a richiesta.

[17] Il manico d'argento con stemma di una di queste scimitarre e il marchio sulla lama a forma di granchio dell'armaiolo del Bey fa pensare ad un suo familiare o ad un nobile morisco o al Rais sbarcato con gli altri corsari. Notizie avute da Don Vittorio Bossi, che ha fatto esaminare da un esperto le scimitarre cangiare, così denominate perché usate dai Cangiari, mercenari predatori.

[18] Facendo i conti, al Granduca conveniva di più assumere un istruttore per formare dei soldati gigliesi che sarebbero costati meno di quelli professionisti venuti da fuori.

[19] Sicuramente erano scalzi e chi non l'ha provato non ha neanche l'idea di quello che l'isola può fare ai piedi: le piante prima s'infocano e poi si piagano. Succede anche ai cani da caccia forestieri. L'isola ha le sue difese.

[20] Ce lo racconta Michele Bancalà detto Moretto (A.C., Filza "Dal 1796 a tutto il 1808" .

[21] Potrebbe trattarsi di uno dei Cavero del Porto.

[22] Il Dott. Magi, inviato del Granduca, tacciò i Gigliesi da animali infingardi e incompetenti.

[23] Storia del Mondo Moderno, Cambridge University, vol VIII, pag. 568, Ed. Garzanti 1982.

[24] G. Spadolini, Firenze Mille Anni, pag. 344, Ed Cassa di Risparmio di Firenze, 1983.

[25] Molto di più di un semplice invio di granaglie acquistate a buon mercato dai corsari.


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