Gigliese - Il segreto di Pietravela

Si ringrazia il Prof. Ennio de Fabrizio per la gentile concessione fatta a gigliese.it

(Isola del Giglio, 17/05/2004)

   

Il segreto di Pietravela

Un romanzo gigliese

 

Indice

 

I

Good-bye Ken

IX

Il ritorno

II

L'incontro

X

Una bella pescata

III

Il pegno

XI

Vita sull'isola

IV

Edimburgo

XII

Le code

V

La valle del loch Katrine

XIII

Le rondini di mare

VI

Maribelle

XIV

La polla si rompe

VII

Sulle tracce delle farfalle

XV

Il fiore dei morti

VIII

Sulla via del ritorno

 

Good-bye Ken

 

 Era sola e immobile, con lo sguardo rivolto al mare, e quando ne avvertì la presenza e l'ammirazione dei suoi occhi, si girò verso di lui, con calma e senza imbarazzo.

Sembrava che per un incantesimo ella avesse assunto le sembianze di uno straordinario e splendido uccello di mare.

Le lunghe gambe snelle erano delicate come quelle di una gru ed immacolate; salvo qua e là alcuni ghirigori di smeraldo lasciati dalle alghe sulla pelle.

L'impalpabile veste bianca le fluttuava indietro a mo' di coda di colomba, scoprendole cosce e fianchi d'avorio.

Il petto come quello di un uccello, soffice e appena accennato, piccolo e leggero, ma i lunghi capelli biondi erano di ragazza e tal era la sua faccia, toccata dalla meraviglia della bellezza mortale.

"Dio del cielo!" proruppe Ken, in uno scoppio di gioia profana.

Poi, di scatto si girò e si allontanò da lei attraverso la spiaggia.

Le guance e il corpo in fiamme; gli tremavano le membra.

Quegli occhi lo avevano chiamato e la sua anima aveva dato un sobbalzo .... vivere, errare, cadere, trionfare, ricreare vita dalla vita!

Avanti, avanti, sempre più avanti cantando selvaggiamente e gridando al mare, addio. 

La visione gli si era impressa dentro e non una parola aveva profanato il sacro silenzio di quell'istante.

Avanti e avanti e avanti e avanti!

Ad un tratto si fermò e sentì il suo cuore nel silenzio. Quanto aveva camminato? Che ore erano?

Non una figura umana accanto a lui e né un suono portato dall'aria.

Solo la marea era di turno e già il giorno declinava.

Si lasciò cadere disteso sul versante della duna.

Sentiva sopra di se incombere l'immane cupola indifferente, i silenziosi moti dei corpi celesti e sotto di lui la terra in progresso per cicli infiniti; la stessa che lo aveva generato e portato al petto.

Chiuse gli occhi nel languore del sonno. 

Udì la voce lontana e ferma del Padre gesuita, alto ed elegante nella sua opaca veste nera, e rivisse la soggezione di quel gran crocifisso lampeggiante: 

"Non dimenticare mai, piccolo fratello in Cristo, i quattro pilastri fondamentali della vita: la morte, il giudizio, l'inferno e il paradiso." 

Più in là aveva sperato di diventare come lui, atletico, raffinato e in possesso di grandi poteri e di conoscenze segrete.

La sua anima ora si affievoliva e intravedeva un nuovo mondo di penombre, indistinto come quello sotto il mare e attraversato da forme ed esseri nebulosi. 

Era possibile eludere il giudizio e così uno straripante inferno con le sue fiamme buie, i miasmi, le urla e le sofferenze corporali e spirituali in reciproco rinforzo per l'eternità?

La luce e i grandi spazi verdi, profumati e melodiosi spettavano al paradiso.

Forse poteva scansare la morte entrando in un'altra esistenza parallela e fantastica, o di là da tutto e da tutti, sospendersi nel limbo, in compagnia di decrepiti e barbosi pensatori classici e paffuti e rosei poppanti, oppure, pur mantenendo la propensione alla vita, scomporsi in un caos di particelle, in attesa di una casuale aggregazione vincente. 

Era calata la sera.

Un'argentea falce di luna solcava un cielo grigio in disfacimento e la marea fluiva ora veloce verso terra, con il lieve sciabordio delle sue acque.

Una minuscola figura vegliava curva su un'altra, rigida e distesa 

 Ad un tratto, la flebile voce del piccolo essere ruppe il silenzio:

"Ancora non so in quale regno tu sia entrato, Ken."

I. L'incontro 

 

(Pioggia sottile sul ripido poggio, nebbia densa di nuvole basse,

il chiocco lontano di un ultimo tordo, passa nell'aria pura e sospesa.) 

"A Pietravela ... e poi ai lacci."

Scivolo giù, m'afferro agli arbusti, un acre odore si leva d'intorno, di scopi, ginestre, felci e lentischi, infine carponi nell'umido forno.

Era lì.

Alto un braccio, volto glabro, gli occhi nascosti da cespugli grigi, la pelle scura, rugosa, la bocca ghignante fino ai lunghi lobi delle orecchie sporgenti, le mani, i piedi troppo grandi e le unghie chiare... spesse... appuntite!

"Avrà un'andatura saltellante" finii, per sminuire quella inaspettata presenza e frenare il primo impulso di fuga.

Fece una smorfia e si ritirò nella sua tunica di rozza tela, imbastita col crine e stretta in vita da una fascia con fibbia.

"E codesta?" m'affrettai a dire per distrarlo, indicando, in ginocchio, quell'oggetto d'oro, traforato e luccicante.

Un cerchio, un rettangolo e un triangolo erano composti così da stilizzare una figurina femminile a braccia aperte.

"Questa è Tanit, del cielo fenicio e io sono Kahl, un suo sacrificio" bisbigliò, toccandola senza abbassare lo sguardo.

"Ah, ci siamo... un oracolo che parla in versi" feci fra me e, come di regola, passai all'attacco.

"Grazie, per i codini che m'infili nei lacci e per il crine che mi rubi per cucirti il vestito" dissi.

Incassò il colpo e scoprì una fila di denti larghi e piatti. 

Con calma e occhi più avvezzi lo studiai...

"Cosa ci fai qui?" infine chiesi.

"Nostro compito è questo in fondo, ordinare il caos nel tuo mondo" rispose sibillino e tornò in vantaggio.  

Balle, un misero esserino, seguace di una dubbia divinità, non poteva avere tanto potere

"Eppur so di te che ancor scolaro, nelle regioni del nord e ignaro" incominciò risentito.

"E' fisicamente impossibile!" tagliai corto, approfittando della sua divagazione puntigliosa. 

"Vedi quella, ha ali celesti, con le compagne e altre vesti, migra sull'isola da più parti, reca nuove che nessun può darti" recitò, indicando con il lungo dito stecchito una farfallina posata su un filo d'erba.

Insetti messaggeri che collegavano altri di loro sparsi per il mondo

"Quanto c'impiega la tua farfalla?" intervenni ironico.

"Se al tempo della nostra vita lo rapporti, prima di ogni messaggio che a voi si porti" pronto replicò, scandendo le parole, e cambiando metro.

"Bel colpo!" riconobbi, mentre cominciavo ad intravedere un barlume di verità in ciò che diceva... ma che cosa voleva da me questo spiritello, con quel suo strano simbolo apotropaico?

"Così allora mi fu accordato, da un sacerdote sarei rinato" recitò, senza neanche darmi il tempo d'articolare la domanda.

Confuso, non avevo alcun'idea di cosa intendesse dire... tra l'altro non ero neanche un sacerdote, e allora?

Comunicava con gli insetti e quel che è peggio, coi miei pensieri.

"Troppo vantaggio" non aveva alcun senso continuare quella schermaglia, "meglio fuori sotto la pioggia", ma un'arcana forza mi teneva lì.

Seduto sui calcagni.

    Con voce più suadente lui ricominciò:

"No, ascolta non ti serve fuggire, tutta la storia io debbo finire, prima gli dèi ti presentano doni, ma solo in prestito, non sono buoni, ti danno la vita e la natura, e poi t'approntano la sepoltura, se questa allora, mi fu negata..." e qui s'interruppe.  

(Deus ex machina

La spessa voce dell'isolano, dalla cima del poggio irruppe nella cavità.

"Ei... tu!... dove ti se' cacciato!"

"Sono qui, sotto Pietravela!" gridai, sporgendo fuori la testa, e sentii quel vincolo spezzarsi.  

"L'ha' fatta la passata..."

"Ancora no!"

"E ch'aspetti... la carrozza?"

Sollevato mi girai e delicatamente gli tirai giù le mani dalle orecchie.

"Ti vedrò di nuovo?" chiesi. Freddo e reale.

"Pria che l'incendio..." iniziò, ma subito tacque, distolse lo sguardo e sospirò, come se quello che stava per confidarmi gli procurasse un'acuta pena.

Sembrava spento, tremava e si stringeva tra le braccia a capo chino, ma non riuscì a trattenermi... e come avrebbe potuto? se da sempre, avevo vagheggiato un utopico stato di libertà assoluta, in questo mondo.

Sgusciai all'aperto. 

(La nebbia alzata, cessata la pioggia, le foglie dei lecci lucide e grondanti.) 

Cominciai il giro.

La dea fenicia Tanit, il caos, le regioni del nord, le farfalle celesti, la sepoltura negata, il sacerdote donatore di vita e l'incendio mi turbinavano nella testa.

Un mucchio di baggianate...così convincenti, però.

Nel primo laccio trovai un tordo appeso all'ultimo cappio. Stavo per sostituire il tutto, quando mi venne un dubbio e non lo smontai.

I denti li aveva da vegetariano, ma forse l'avrebbe gradito.

Tutti ne hanno diritto, anche quei brutti e scuri scarabei mangiatori di sterco.

L'associazione involontaria mi divertì.

Assommava in me quel celtico lato della mia educazione, un misto di humour, insofferenza e combattività. 

(La faccia ghignante.) 

"Sbaracca tutto, se ne sono andati" tuonò l'isolano "poca roba!"

Presto lo raggiunsi.

Seduto nel posto stabilito e sorridente richiamava tutto il paesaggio: il granito, la vegetazione selvatica, il mare, le vigne e gli orti.

Era così vero e solido che la sua presenza m'infuse sicurezze e mi fermai a guardarlo.

"Che hai?" fece lui in tono canzonatorio "Chi hai incontrato... un legato pio?" e aggiunse:

"Mangi di molto co' quei pensieri!"

Anche il suo tascapane era quasi vuoto. 

(Giù per il tortuoso sentiero verso il paese.) 

Conduceva il cammino con passo sicuro e continuava a parlare, "Questa sera a casa mettiamo i lacci in rota e li riponiamo... ho un'altra coda di cavallo in cantina... quest' inverno davanti al foco ne allestiremo degli altri per il rientro. La nuova tesa a marzo!"

Scotemmo i tascapani sul tavolo della cucina.

"Tutto qui?" disse l'isolana rosea e allegra, "Zuppi come polpi..."

"Andatevi ad asciugare...ve li farò per cena con l'erba amara" aggiunse e si mise subito al lavoro.

Quella sera mi rigirai a lungo prima di addormentarmi. Le parole di Kahl mi avevano profondamente turbato... "e poi, perché questi esseri devono parlare sempre in un modo così ermetico e in versi?"

"Forse erano sopravvissuti da un remoto passato, oppure, così piccini, lo facevano per darsi importanza."

"All'alba dobbiamo andare all'orto" conclusi e, rinfrancato, presi finalmente sonno. 

(Le antiche mura color ocra, tenue turchese il continente, l'aria soffusa di rosa, indaco opaco il mare.) 

Albeggiava. Seduto sulla lunga banca fuori porta. 

Passi affrettati e pesanti. L'isolano sortì dal paese.

"Stanotte è morta l'asina del vecchio Mindo" bisbigliò "giù svelto, dobbiamo dargli 'na mano."

La cella era in cima alla lunga strada ripida e stretta, fatta a gradoni e lastricata in granito.

La porta spalancata.

L'asina giaceva rigida sulla paglia con le zampe legate insieme con una lunga corda.

In silenzio e a strattoni, cominciammo a strascinarla, ma ogni qualvolta cadeva da un gradone faceva un gran tonfo e si apriva una finestra.

"Di chi è?" qualcuno chiedeva con voce impastata e, ottenuta la risposta, si ritirava e così di seguito, di casa in casa, d'ambo i lati, giù fino all'antiporta delle mura.

Grande, la partecipazione a quel trasporto!

Il vecchio, appoggiato alla pala, ci attendeva fuori del paese, in cima alla scoscesa pettata della valle che, come le altre zone coltivate dell'isola, era tutta a terrazze.

Nella prima di queste aveva approntato una capiente buca con due solchi di lato per le zampe.

Ora, dovevamo farvi saltare la bestia dal piano della strada. 

Dalla seconda più in basso, puntando i piedi, tendemmo la corda.

Il comando di Mindo. Un ultimo strattone.

L'asina volò dritta nella sua fossa, slegandosi.

Restammo assorti a mirar la scena, la corda ci penzolava di mano

"Tenetevela voi, io ormai so' arrivato!" gridò il vecchio incrociando e aprendo le braccia.

Lo lasciammo in silenzio alla sua opera.

"Povarella, povarella... era tanto brava" continuava a ripetere con voce rotta e ogni due spalate si fermava a guardarla. La sua vecchia e fedele compagna di fatiche giaceva lì, ignara della terra che a poco a poco la ricopriva.

"Sì, ultimamente aveva le orecchie così tese!" commentò l'isolano.

(Laggiù, sulla costa di ponente, già si colora d'arancio il tetto ottagonale dell'antica torre.) 

 Sulla via dell'orto, incontrammo alcune donne ferme davanti al cimitero. Grandi mazzi di fiori di campo.

Ci chiesero che cosa era accaduto in paese. Ne rimasero un po' deluse. Le donne, sempre in vena di tragedie!

Una di esse ci gridò dietro: .

"Quando tornate su, portate un po' di berde pei vasi, qu'intorno l'han tutto holto!"

 In autunno, nell'orto, c'era poco o niente da fare.

Mi chinai per prendere un serpentello che era rimasto nel pozzo. Una piccola chiusa murata a sassi per raccogliere l'acqua della sorgente. Adagiai l'esile animaletto al sole sul muro di cinta... dava ancora segni di vita. 

"Vieni" disse "smettila di patullarti... dammi una mano... strappiamo queste piante di pomodoro e lasciamole marcire al sole... la prossima volta diamo una bella zappata... la terra è soffice e mettiamo tutto lo sporco sotto a ingrassare... le canne insieme... appoggiale al muro."

"Guarda, come vengono su bene, i cavoli!" esclamò orgoglioso.

Il lavoro fu presto terminato.

"Ora, tu cogli qualche verdura, io intanto vo a fa' l'erba all'asina"

Pochi pomodori ormai acquosi, qualche zucca, del sedano, del prezzemolo che rigoglioso cresceva tra i sassi del muro a secco, dei ravanelli bianchi e rossi, due cespi d'insalata e qualche foglia di rucola dalla porga.

Tornò con un grosso fascio d'erba e di finocchio selvatico, ben legato e tenuto sulla spalla con la falce.

"Ha studiato troppo... ora deve imparare a vivere" borbottò tra se, come se ci avesse rimuginato su durante l'assenza. Si accomodò presso il pozzo lasciando cadere il fardello, guardò il paniere che avevo preparato e incominciò uno dei suoi coloriti racconti.

"Un po' d'anni fa, l'Agnese, la conosci, aveva un orto come questo, il marito faceva lo scalpellino alla cava, ed era venuta a piantar pomodori con il figlioletto di quattro o cinqu'anni. Mentre, lei approntava i solchi lui ruzzava accanto al pozzo. La donna cominciava dal muro e veniva a parte addietro e così via da capo. Ad un certo punto senza accorgersene urtò il bimbo che cascò nell'acqua. Subito si girò per agguantarlo, ma lui era già in piedi, tutto zuppo, scansò la mano della madre e disse serio, serio: 'Che mamme eh... buttano pure i figlioli nel pozzo!' e poi, tutti e due si guardarono e scoppiarono a ridere." 

Per lo stradello, mi fermai per fare un bel mazzo di fronde di mirto.

Giunti al muro del cimitero, mi sporsi e, di proposito, lo lanciai presso la fontanina.

Si senti un grido "Mamma mia!" e delle risate seguite da qualcosa che terminava con "... mal nato, che spavento!"

A pensare che avevo avuto il coraggio di rimbrottare quel povero esserino per il furto di qualche crine di cavallo e poi i codini di topo ci sarebbero rimasti comunque nei lacci. 

 Passarono alcuni mesi.

Il rientro dei tordi fu abbondante. L'isolana era contenta e mentre li spennava, ce li mostrava e ripeteva:

"Belli grassi... si saranno rimpinzati nei granai del Faraone!"

 Di Kahl sotto Pietravela neanche l'ombra.

Mi aspettavo, però, un altro attacco, con una nuova tattica per prendermi di sorpresa.

Era chiaro che volesse servirsi di me per un suo scopo d'importanza vitale... e se invece, lo fosse stato anche per questo piccolo mondo, volendo prestar fede a ciò che aveva affermato a proposito del caos? 

Venne la bella stagione. 

Mantenei il segreto e finii col togliermelo dalla mente.

 

II. Il pegno 

 

(Clima primaverile, giornate calde e calme si alternano a quelle fredde e ventose.) 

L'isolano si era buscato un raffreddore.

"Per forza," brontolava la massaia "se ne sta sempre incollato al foho e poi esce e entra in continuazione."

"Deve avere qualche linea di febbre e non è più un giovanotto, come lui si crede" aggiunse sottovoce "Da piccolo si ammalò di puntìa (polmonite) e stette per morire, anzi era bell'e morto e la su' mamma se lo strinse al petto, lo scosse e lui si riprese. I cambi di stagione, su quest'isola ventosa, sono perniciosi per gli isolani e se ne portano via tanti! Dopo secoli di matrimoni fatti solo tra noi, gli uomini sono, in fondo, tutti uguali. Qui dicono so' tutti della stessa porga. Noi donne ce n'accorgiamo subito quando c'è qualcosa che non va. Fammi il favore, resta qui a fargli compagnia, è tanto storioso quando sta male, io devo andare dalle mi' figliole"

"Ho sentito che c'è stata baldoria in una cantina,'sta notte" fece con fare furbesco.

"Qualcuno, poi, con gli amici ha fatto scoppiare le bombolette di Maria la parrucchiera... giù alla cala dell'Allume" e le ridevano gli occhi.

"Certo che questo posto è proprio piccolo," dissi fra me "non ne passi una liscia!"

La donna richiuse la porta e l'isolano, rivolto a me, bofonchiò mogio, mogio:

"E' un po' di tempo che non mangiamo pesce. Sai cosa fai? Domani vai giù alla marina, metti la barchetta in acqua e molla una posta di reti."

"Devi cominciare dalla grotta del piccione, prima della cala del Bongiovanni" proseguì, animandosi "la corrente in questa stagione porta in dentro. Molla in poppa svelto senza strascinar la rete, se no, incocci il fondo. Entra nella cala e quando sei nel bel mezzo, agguanta fermo il remo di destra e girati con la prua in fori. Hai capito bene?"

"Sì, sì ho capito" risposi.

"Ah... poi, la barca tirala in secco. Il mare è traditore" aggiunse, mentre faceva asciugare il fazzoletto alla fiamma.

Dopo un po', rise fra sé e disse: "La sai la storia del povero Amelio?" e senza aspettare la mia risposta cominciò: "Pascolava le su' capre, ghiotte di sale, vicino alla riva e lì sdraiato vedeva passare tante barche. Dopo un po' gli venne in mente che sarebbe stato bello vendere quelle bestie noiose e avere una barchetta tutta sua e così fece.

Ma un giorno di settembre, quando cambiano le stagioni, tutto di un tratto si levò un forte vento di ponente, gonfiò il mare e gli buttò la barca in fondo."

"Qualche tempo dopo" continuò "in quello stesso posto, ci costruì una casetta, senza aprire nemmeno una finestra dalla parte del mare, e alla gente, che gliene chiedeva il perché, lui rispondeva serio, serio: quello lì, non voglio neanche guardarlo nel muso...'na volta, m'ha portato via un branco di pecore!"

"ma non erano capre!" replicai.

"Era così tonto e rozzo che per lui non faceva nessuna differenza. Lo chiamavano il tortone, come quei fichi che non maturano mai, sai?" rispose, divertito. 

La sera dopo lo ritrovai, sempre sulla panca, davanti al foco.

"Siediti qua" mi disse "domani, prendi l'asina."

"L'asina? ... e quanti pesci credi che ..." cominciai.

"Da' retta a me!" m'interruppe brusco e continuò "La conduci per benino al piano e poi... saccone e sella... dovrei accomodarlo quello lì, è tutto sdrucito... stai attento che, quando stringi il sottopancia, quella si gonfia e poi ti scrolla di groppa. è una bestia furba e dispettosa... basta una manata sul muso e, appena sfiata, tira subito forte. Sì... dalle un po' d'orzo."

Fece una pausa per soffiarsi il naso "Accidenti a me e a chi me l'ha mandato!" imprecò.

Aveva una gran voglia di venire.

"Poi, lega la bestia sull'erba davanti alla torre. Se no, se ne torna in paese e ti lascia a piedi...ha'capito?" aggiunse di malumore.

Feci cenno di sì col capo.

La mattina dopo eseguii a puntino i suoi comandi. Quando s'arrabbiava era un mare in tempesta, ma, come a quello, tutto gli passava in un momento. 

(Uno specchio il mare, riflessi di luce guizzanti sugli scogli.) 

Allungo il braccio per prendere il segnale... un forte battito d'ali... alzo la testa di scatto.. un grosso uccello grigio e bianco sbuca dalla grotta sgocciolante... strizzo gli occhi...dall'ombra Kahl mi faceva lentamente cenno di avvicinarmi.

Quei lunghi piedi, la manona scura e le unghie chiare, solcate, aguzze.

Mi s'accapponò la pelle.

Al sole, con quel capino pelato, sarebbe morto in breve tempo, pensai, ma subito mi pentii d'averlo fatto.

"S'io porto il peso del mio Fato, tu in Scozia t'hanno educato" disse. 

Mi sentii punto sul vivo. Me lo meritavo, non avrei dovuto neanche formularlo quel pensiero.

Però, quella sua intelligence d'insetti funzionava davvero!

Accostai la barca.

Si sfilò la dea e me la lanciò e io automaticamente l'afferrai al volo in piena sicurezza.

Allora, non me ne resi conto... quella era stata la sua mossa vincente.

Distratto, studiai l'oggetto con curiosità. Era un fermaglio ricavato da una lastrina d'oro con abili colpi di cesello.

"Sull'altare... la cenere... la dea... la mia vita... nelle tue mani" sussurrò e ad ogni parola tirava su il fiato con grande sforzo. 

"Molto teatrale" pensai, distrattamente.

 Non m'importava che avesse compreso, mi sentivo stranamente irretito, ma quale altare?

Poi mi ricordai di aver notato qualcosa di simile, quella volta che con l'isolano ero andato a raccogliere le olive a mezza costa, in fondo ad un dirupo chiamato la Cotannetta.

"Sì... quello..." concluse Kahl con un lungo rantolo.

Forse era morto, ma più di così...

In fretta, misi la dea nella tasca alta del camiciotto; l'abbottonai e con un colpetto mi assicurai che ci fosse ancora, non si sa mai.

Senza voltarmi indietro tornai al mio compito e cominciai a salpare le reti, con calma.

Dopo un po', mi resi conto che c'era qualcosa che non andava.

Le reti erano piuttosto pesanti e venivano su troppo a picco per un fondale di una ventina di metri.

"è cambiata la corrente o i piombi scorrono sotto uno scoglio?"

Mi sporsi di bordo per controllare.

Macché! Biancicavano tutte di pesci.

"Che ingarrata!" esclamai ad alta voce e in dialetto.

Tirai le reti poco alla volta disponendole a duglie sul banco di mezzo. Occhiate, saraghi, pinzute, mormore, salpe, cefali dorati, c'era di tutto...

Non me ne capacitavo.  

Con le reti a bordo, ritto sui paglioli, pieno d'energia, vogai verso la torre.

Qui, mi attendeva un capannello di persone. Se n'erano già accorti.

Un pescatore tra il serio e il faceto disse a voce bassa:

"Vedi questi terrazzani, vengono giù dal Castello e ci portano via tutti i pesci."

"Non è colpa mia..." gli gridai offeso, "è stato solo il caso!"

In quel momento non potevo sapere quanto fossi stato vicino alla realtà. 

Mi aiutarono a smagliare i pesci e io feci la parte a tutti. Alla barchetta ci avrebbero pensato loro, mi assicurarono.

    Distribuii i pesci in due sacchi, insomai l'asina, che sbuffò spazientita, e lentamente a piedi mi avviai per la lunga salita.

La bestia mi precedeva a capo chino. Sceglieva i posti più sicuri per piazzarci gli zoccoli e io l'imitavo, ma giunta al piano, vide un asino nella vigna accanto e cominciò a ragliare.

Si fermò di colpo, si girò per prendere lo slancio e unirsi a quello.

Mi tolsi in fretta il camiciotto e la colpii più volte sul collo e a spinte e a berci la rimisi sul sentiero.

In silenzio, riprendemmo il lungo tragitto... l'asina ogni tanto sbuffava irritata... finalmente arrivammo in paese senza altri inconvenienti. 

Entrai di colpo nella cucina, l'isolano si alzò dalla sua panca e la moglie smise di trafficare davanti ai fornelli.

"Venite a vedere quello che ho preso." dissi tutto d'un fiato "Li ho messi sui giornali davanti alla cantina."

Corsero fuori.

"Mamma, quanti!" esclamò lei portandosi le mani alla faccia.

"Un po' di merito è anche mio!" disse lui gongolante.

"Ambizioso che non sei altro, faresti meglio a tornare in casa con quel malanno. Puh, come puzzi di fumo" fece lei, spingendolo via e ridendo.

"Senti un po' lui allora, come sa di pesce!" replicò.

"Allora sei guarito!" gli gridai.

L'isolana si voltò verso di me e mi accarezzò il braccio per dirmi bravo.

Quella sera cenammo tutti insieme.

Le due figliole con i mariti e una caterva di bimbi vivaci e vocianti. 

  Due giorni dopo divampò l'incendio.

C'era tutto il paese con le pale e le frasche a battere le fiamme. 

(Bianca e densa, la colonna di fumo, rosso e nero sulle mura del piccolo borgo. Poche le sue anime, ma un mondo intero.) 

La mattina seguente eravamo nella vigna a raschiare le erbacce. 

(L'aria ferma, il cielo coperto.

"Leggera, leggera quella marra... dove hai la testa!" gridò, ad un tratto, spazientito.   

"Come fa, se neanche mi vede" mi chiesi "ah già, che scemo, dal suono della lama!"  

"Credi che pioverà?" domandai preoccupato che la pioggia dilavasse in mare le ceneri dell'incendio.

"Macché, so' solo nebbioni, non vedi dunque...sta' zitto e lavora!" rispose brusco senza alzare la testa.

Però, quando mi brontolava avevo notato che si sforzava di restare serio. In fondo gli dispiaceva di sgridarmi, ma se ne sentiva in dovere.

Uno scorpione con la coda ritta e le pinze minacciose sbucò da sotto un sasso a sfidare il mio attrezzo. Mi erano sempre piaciuti questi animaletti, piccoli, scuri, lucidi e battaglieri. Si girava a scatti, a dritta e a manca, pronto a colpire, come un tennista alla ribattuta. 

(La faccia ghignante

"Viene qua!" disse ad un certo punto, asciugandosi la fronte con la manica della camicia "Vedi questa bella posta di sotto a noi, piena di rovi e di cepite? L'anno che viene ho idea di pulirla, scassarla e di piantarci due filari di vigna. Sai come si fa uno scasso?"

"No, non l'ho mai fatto." risposi.

"Ma che v'imparano a scuola?" disse convinto.

Prese la zappa e saltò sul terrazzamento sottostante.

"Attento ora. Devi cominciare dall'angolo sinistro della posta, qui, colle spalle alla greppa (muro a secco), scava una fossa di fronte a te e ammucchia la terra dietro. Ti sei così aperto il taglio. Saltaci dentro, girati e poi continua a zappare come il solito, ma sotto almeno trenta centimetri. Alla fine della posta, girati ancora e va avanti e segui il muretto fino al mucchio di terra accantonato prima. Tiralo indietro e finisci di zappare e appareggia il terreno. Hai capito?"

"Sì" risposi.

"Per piantare due file di maglioli, però, si deve lavorare nello stesso modo sulle due metà della posta" continuò, fissandomi e sorridendo.

Avevo capito l'antifona. 

Nel primo pomeriggio, quando tutti o quasi riposavano a letto, sgattaiolai di casa con un barattolo di vetro.

Giunto sul luogo dell'incendio, lo riempii di cenere e assicurai bene il coperchio. 

In casa, con gli occhi, cerco il camiciotto.

Era sempre lì appeso. Puzzava ancora di pesce.

Lo palpeggio freneticamente. Niente. Lo rigiro. La tasca alta abbottonata, ma il fondo scucito...

 "Addio dea Tanit!" 

Ecco, uno di quegli attacchi di panico che, nei primi tempi del College, mi prendevano alla vigilia di un esame.

Seduto sulla sponda del letto, freddo, madido di sudore e con le mani serrate sulle orecchie cercavo di rammentare le parole di James, il mio ex compagno di stanza.

Mi erano sempre state di gran conforto in quelle brevi crisi.

"Come on, come on, don't panic, now " (Su, su, non ti far prendere dal panico, ora) diceva.

"You've been swotting so much" (Hai sgobbato tanto)

"Here, take a long sip!" (Ecco, prendi un bel sorso!) e mi porgeva la famigerata fiaschetta del suo whisky.

"Steady, steady now, do you want to get drunk?" (Fermo, fermo ora, ti vuoi ubriacare?).

Tutto, poi, passava in fretta... un vero toccasana.

Dalle sue parti lo usavano in ogni occasione, anche durante le epidemie bovine, a suo dire.

Sacchetti imbevuti di whisky, sulla testa delle povere vacche scozzesi.

Mi tirai su, presi la bottiglia dello Scotch dalla credenza e me ne versai una dose generosa.

Al tavolo, con il bicchiere stretto in mano, cominciai a vagliare i fatti.

"In acqua non può essere caduta. Mi sono sporto un momento e poi ne avrei sentito il tonfo o l'avrei vista luccicare mentre volava verso il fondo. Sotto i paglioli non c'era. Li avevo alzati per recuperare dei pesci e per sgottare l'acqua. 

Ah, ecco, quando avevo colpito, col camiciotto, quell' asina isterica!"

Corsi fuori lasciando, come il solito, l'uscio spalancato.

Tanto chi poteva entrare? Solo quella gatta dell'isolana, grassa, ruffiana e miagolante.

Giunto sul piano, mi misi subito ad ispezionare il luogo dell'accaduto. 

Pietro dalla vigna mi vide e gridò:

"C'ha' perso!"

"Un tracane!" risposi in dialetto per fargli capire che era un oggetto insolito.

Venne vicino.

"Com'era fatto?" chiese.

Glielo descrissi brevemente e gliene feci uno schizzo sul terreno.

"Ah... quattr'occhi so' meglio che dui" rimarcò e si mise a cercare con me.

Dopo un po', si rizzò, premendosi le mani dietro la schiena. 

"Macché!... sul pianello 'un c'è proprio nullaaa..." cantilenò. 

Sapevo che i suoi occhi erano così avvezzi da notare anche un sasso fuori posto e poi, se qualcuno l'avesse trovata, l'avrei saputo subito, e da tutti.

Lo ringraziai. Si schiarì la gola e mi fece un cenno allontanandosi. Aveva parlato pure troppo per i suoi gusti. 

La gatta dell'isolana sortì in fretta, agitando la coda e scotendo le zampette.

"Avrà versato il bicchiere, quella bestiaccia curiosa!" pensai.

Nella cucina, c'era un forte odore di whisky.

Mi prese una gran rabbia e sbattei la porta.

Vivevo in santa pace la mia nuova vita e quel mostriciattolo mi pesca come un totano, proprio con quell'esca luccicante che avevo altezzosamente definito apotropaica.

Una lezione per tutti... pescare un pescatore con le sue stesse armi!

Stizzito, afferrai il barattolo dal tavolo con la voglia di spaccarlo contro il muro.

Poi, cambiai idea, aprii l'armadietto dei libri e con calma ve lo riposi.

"Well done, well done!" (ben fatto, ben fatto!) avrebbe commentato accondiscendente la vecchia mummia.

L'incontreremo più avanti. 

"Scordatelo! Non ti è successo niente!" mi gridai ad alta voce, ma sottovalutavo quella faccenda.

Fu l'inizio di un periodo tormentoso. 

(In paese, tutto un rimbombar di botti, grida, imprecazioni e ragli d'asino.) 

Il concitato frastuono annunziava il periodo della vendemmia.

Fui assegnato al trasporto dell'uva.

Una faticata enorme! L'isterica mi faceva tribolare. Tutte le volte che passavamo dalla fonte, prendeva la corsa per andare a bere nella pila. Aveva capito il mio carattere e se n'approfittava. Dovevo spingerla, carica di cestoni, su fino alla cantina. Poi, di nuovo giù alla vigna, dove la famiglia era intenta a cogliere l'uva. Non si finiva più!

Imparavo nuove parole ed operazioni, calcicare il raccolto nel pestatoio, acciuffare tutte le sere i gusci e i raspi che venivano a galla nella botte, controllare la bollitura del mosto e così via.

Una volta avrei partecipato con entusiasmo, ma ora, con quel pensiero fisso che mi tormentava, facevo tutto di mala voglia.

Stavo scivolando in una profonda depressione.

L'isolano mi guardava, scuoteva la testa e non diceva nulla.

A pesca poi, prendevamo una miseria.

"Stracquaggine! (Bonaccia!)... verranno tempi migliori... non è sempre festa" diceva lui per consolarmi.

Persi l'appetito.

Una volta a cena non ce la fece più, dette un pugno sulla tavola, prese un pezzo di pane e me lo mise sotto gli occhi e gridò:

"Vedi questo?  E' vita!"

"Lascialo stare!" lo riprese la moglie, più comprensiva.

Uscì di casa, sbattendo la porta. 

Più passava il tempo e più mi chiudevo in me stesso.

Come tirarmene fuori?

Era, per me, una vera questione d'onore...

Forse, solo James, che aveva ricevuto la mia stessa formazione, poteva comprendermi e consigliarmi.

"Quale, delle molte strategie apprese, poteva funzionare in questa insolita situazione?" mi chiedevo.

Dovevo concentrarmi, estraniarmi da tutto e da tutti, arrovellarmi alla ricerca di una contromossa.

Mi accaddero, poi, dei fatti assurdi.

Una sera, nel dormiveglia, sentii il peso di qualcuno che mi si sedeva addosso. Scalciai le coperte e le orecchie mi ronzavano. Una volta, mi sentii arrivare un sonoro ceffone e mi ritrovai seduto sul letto ansimante. Quelle ombre sul soffitto, sembrava che ghignassero...

Il livello del whisky si abbassava.

Presi l'abitudine, dopo cena, di andare per cantine con gli amici, in cerca di distrazioni. 

Una sera, piovigginosa di fine maggio, passai sotto la casa dell'isolano senza fermarmi. Avevo un gran bisogno di evadere dai quei pensieri.

Girai a sinistra. Scesi le scale che immettevano in una piazzetta.

Una luce filtrava da una porta sconnessa di cantina.

Diedi un colpo e aprii.

Il Padrone, un anziano, gioviale e generoso, mi accolse ridendo.

"Ooh, ecco il nostro contadino! Viene, viene tu se' de' nossi!"

Si alzò, si tolse il cappello di paglia e me lo calzò in testa per incoronarmi e subito mi versò un bicchiere del suo vino potente e ambrato.

Uno dei suoi compagni, seduti su sgabelli di fortuna intorno ad un tavolo, commentò:

"Gli sta proprio a pennello"

Mi fecero posto.

Parlavano di vigne, di cave di granito, di fatti passati, di pescate e anche di avventure galanti. Una vera arena di cultura locale.

Ogni tanto mi guardavano per sincerarsi della mia attenzione.

Quando fecero una pausa, per vuotare i bicchieri, intervenni:

"Che mi dite dei legati pii?"

Mi fissarono tutti, sorpresi.

Uno, con una manata sul tavolo, scoppiò a ridere,

"So' tutte corbellerie! Roba da femmine!" sbottò.

Poi, il Padrone, pacato:

"Un legato pio è un incarico che una persona sul letto di morte ti affida e tu t'impegni di portarlo a termine."

 "Bravo! Sei un professore!" fecero tutti in coro applaudendo.

"...e se non lo fai, vengono le anime a tormentarti" completò un altro,

"Sì, è vero! Ti tirano i capelli, i vestiti, le coperte, ti fanno uscire pazzo"

"...vedono delle ombre sui muri della stanza", continuò il più giovane.

"Ma sta' zitto tu!" l'interruppe il primo in tono seccato.

"Sarà la fame..." commentò calmo, quello sul tinello.

" Ti sei sbiancato... grullo" fece il Padrone, scotendomi la spalla.

"Nun da' retta!" disse il più anziano. 

"E già...le verdure sortono da sole da' panieri, vero?"

"Si, anch'io l'ho saputo... e si mettono a correre per la stanza."

Lo spiritello era dunque morto e mi aveva lasciato quello strano rito da compiere, ma come facevo, ora, senza dea... 

Man, mano, si era creata un'atmosfera carica di tensione. Per colpa mia. A loro non piaceva parlare di queste cose.

Ora tutti mi rivolgevano la faccia, attenti e in silenzio, come se un evento straordinario e spaventevole, da me evocato, dovesse verificarsi da un momento all'altro.  

Mi venne in mente il verso di Virgilio: 

"Conticuere omnés | intentique ora tenébant." 

    Ci fu un colpo secco e tutti trasalimmo.

La porta, lentamente, si spalancò e comparve l'isolano.

Scuro in volto, mi cercò con gli occhi.

Infine, mi puntò l'indice contro.

"Tu!" disse, sforzandosi di trattenere la voce "subito in casa!"

Sospiro generale.

"Ora, gliele fa vede' nere, poveraccio." Commentò qualcuno sottovoce.

Un altro, in dialetto, azzardò:

 "Giù, lasselo perde."

"Eh già...invece fa proprio bene," sentenziò il più anziano, "ora è il momento... ch'è ancora berde."

Per questi uomini, vissuti da sempre isolati nella natura e bisognosi di braccia, il diritto d'affiliazione discendeva dal naturale istinto di raccogliere e possedere.

Si fa forse diversamente con una barchetta alla deriva?

Il Padrone saggiamente non disse nulla e scosse il capo quando vide che mi ero alzato e stavo per rendergli il cappello.

"Avanti a me!" disse perentorio l'isolano.

Feci un cenno col braccio alla compagnia e uscii dalla cantina. 

Una volta in casa, lui accese la luce e chiuse la porta. Mi tolse il cappello. Scostò una sedia dal tavolo e si sedette. Poi ne trasse un'altra per me.

"Tu non hai carattere" cominciò a voce bassa, fissando il cappello, posato sul tavolo.

"Dall'ultimo incendio non ti riconosco più... stai prendendo una brutta piega... ti ho studiato bene... hai perso qualcosa... un pegno o che so io, ho saputo com'era... te lo ritroveremo...stanne certo!"

Abbassai la testa.

"Posso fare niente io?"

Restai in silenzio.

"Allora comportati da uomo e affronta le tue responsabilità!"

Qui imprecò, dando un gran pugno sul tavolo. 

"Fa quello che devi fare, non buttare via la vita e non farmi mangiare il fegato... ha' capito?  Vai dove devi andare... io non ti trattengo!"

Spinse indietro la sedia.

Ci alzammo.

 Mi diede la mano e poi, girando la testa di lato, aggiunse a bassa voce:

"Torna, però... noi tutti ti siamo affezionati."

Ci abbracciammo

 Mi era andata meglio di quanto pensassi. Forse dovevo ringraziare sua moglie se la faccenda si era conclusa in un modo così pacifico. All'inizio, gli tremavano le mani per la rabbia repressa. Era molto temuto e si temeva per i suoi scatti d'ira e la forza non gli mancava di certo. 

Passai a salutare l'isolana e le sue figliole, che abitavano fuori paese.

"Ti ha brontolato, vero?" disse lei, calma. Feci cenno di sì.

"Non te la prendere, è perché ti vuole bene."

"Tu, poi, gliele dai tutte vinte" mi rimproverò Ata, la figlia più grande.

Alzai le spalle e aprii le braccia.

"Starai via molto?"

"Non lo so"

"Dove vai?" chiese il ragazzo più grandicello.

"Molto lontano" gli risposi, passandogli la mano sulla testa.

"Arrivederci a presto, spero!"

Le donne e i piccoli mi baciarono.

 

III. Edimburgo 

 

Bene, l'isolano mi aveva dato l'abbrivio ed io m'ero messo in moto.

Dovevo seguire la rotta delle farfalle con le ali celesti e poi trovare quegli altri piccoli in Scozia. 

Ne avevo una vaga idea, comunque tentare.

Prima tappa, il mio vecchio College di Edimburgo.

La mattina all'alba, a bordo del postale, salpai per il continente. 

Alla stazione di Roma, presi il primo treno, diretto verso le regioni del nord, come aveva detto il povero Kahl. 

Eccomi ora immerso nei miei pensieri, dibattuto tra due sentimenti contrastanti, da una parte l'eccitazione e l'ansia di rivedere i posti della mia adolescenza e dall'altra la tristezza di abbandonare quel piccolo mondo speciale.

 Per la prima volta mi sentivo solo, mi mancavano la mia nuova vita, gli amici, il blu cobalto di quel mare, il granito dorato e perfino quell'asina isterica, poor thing.

Riaffiora l'imprinting celtico,

Fiona, pittrice scozzese e perenne ospite di casa, fin dalla prima infanzia, mi aveva sempre parlato nella sua lingua madre.

Mi ripeteva, come in un ritornello:

"I'll bring you up like a scottish boy, my dear child" (Ti crescerò come un ragazzo scozzese, mio caro bambino).

Quale ragazzo scozzese, ero diventato un camaleonte!

Non ho ben chiara nella mente la sua fisionomia, però.

Le persone che ti stanno sempre vicine non le guardi mai con la dovuta attenzione.

Le senti e basta. 

Stavo per sciogliermi da quell'impegno segreto, poi nessuno mi avrebbe più disturbato.

Abbandonato alla spalliera, presi sonno.

Sosta a Londra per alcune compere e per ritirare una somma in banca.

La sera stessa, in treno per Edimburgo. 

Nel pomeriggio il paesaggio, un po' stucchevole, cambiò. 

(Alte colline, verdi vallate, grandi campiture di fiori rosa, boschetti di querce e betulle tappezzati di felci rigogliose, pecore al pascolo, beige con testa e zampe scure, piccole mucche marrone e pelose, sparse casette grigie di granito, infissi bianchi e tetti cangianti d'ardesia.) 

Quell'atmosfera era così eccitante e familiare. 

"Splendid!" mi sfuggì detto, mentre guardavo dal finestrino.

La cicciona in rosa, seduta davanti a me, non aspettava altro.

Era d'accordo sulla bellezza del paesaggio, ma poi cominciò a tartassarmi with a lot of twaddles (con un sacco di frescate).

Il marito non sapeva badare ai bambini, faceva male questo e quello, mangiava in modo troppo rumoroso e così di seguito.

    Ero senza respiro.

Appena lei, finalmente, riprese fiato e cominciò a tossire, asciugandosi gli angoli della bocca col fazzoletto, colsi l'occasione, le chiesi di scusarmi e uscii dallo scompartimento.

Trovai rifugio nell'ultima carrozza, mi sedetti al banco del bar e chiesi uno Scotch.

"Mi spiace Signore, dopo le cinque" disse compunto, l'attendente pakistano.

Balle! Di nuovo, nel paese delle regole e dei doveri...

"Mancano pochi minuti e siamo a bordo, dopotutto!" replicai, con il tono di voce alto e risoluto dell'upper crust (aristocrazia). 

Ottenni, come pensavo, l'effetto voluto.

Alla terza fermata, vidi la cicciona, faccia da gatta, che agitava il fazzoletto verso i miei sfortunati compagni di viaggio.

Al rientro, un signore rubizzo, con occhi porcini, arrotando le erre commentò:

"Great idea Sir, she was such a bloody nuisance!" (Grandiosa idea Signore, era una tale rompi scatole!)

Ridemmo tutti, tranne l'anziana signora con gli occhiali, che scandalizzata affondò il naso nel suo libro.

Non mi piace parlare in viaggio; disturba il corso dei pensieri e la contemplazione del paesaggio.

Ripresi posto in silenzio.

Quello della cicciona fu presto occupato da un damerino con un vistoso panciotto ricamato.

"I say, do you mind if I smoke?" (Dico, vi importa se fumo?) se ne uscì ad un tratto, il nuovo venuto con tono strascicato.

Silenzio glaciale.

Quell'accento inglese era, qui, fuori posto e, così, per toglierlo di impaccio, gli risposi per tutti, con la tipica formula che non significa nulla, ma è una regola civile:

"Go ahead, go ahead Sir, I don't, really" (Faccia pure, faccia pure Signore, a me non importa, veramente) e poi, almeno, he will shut his beak (chiuderà il becco).

 Sera tarda. Scesi alla stazione di Edimburgo.

Percorsi la salita a destra che immetteva in Princes' Street, il corso principale, e poi girai a sinistra costeggiando l'inferriata dei giardini pubblici.

Conoscevo bene la città e sapevo dove trovare una comoda pensioncina. A metà cammino, salutai con la mano, solito rito scaramantico, Sir Walter Scott seduto sotto il suo tempietto barocco e infine attraversai la strada.

La padrona mi consegnò la chiave e disse a muso duro:

"Niente donne, colazione alle 8,30, good night, Sir"

"The old bitch!" (non traduco).

Tirai le pesanti cortine di velluto e mi sprofondai nel letto.

L'ora di cena era ormai passata da un pezzo e non mi andava di cercare uno di quei distributori automatici di pasti precotti. Ero troppo stanco. 

Mi svegliò qualcuno che berciava dalla strada.

Erano quasi le nove. Andai alla finestra.

Un tipo buffo, su un carro di legno carico di barili con quattro ruote gommate e trainato da un enorme cavallo dalle zampe frangiate, chiamava i gestori delle pensioni per la consegna della birra.

Allegro, parlava un misto di inglese e gaelico, così ritmato a monosillabi, che mi venne da ridere.

I passanti si fermavano divertiti. 

Fuori, feci colazione con un caffè annacquato e una fetta di torta.

Attraversai Princes' Street per entrare nel parco, e un vecchietto male in arnese mi fermò sull'entrata, chiedendomi se la vacanza fosse di mio gradimento. Mi presentò un tesserino da pensionato di guerra. Gli diedi una sterlina. Si levò il berretto e s'inchinò come davanti a un principe.

"Poor old bloke" (povero vecchio tanghero), aveva combattuto per la sua nazione...che se li vada pure a bere, in santa pace, quei soldi!

Il parco era tenuto magnificamente. Prati verdi e rasati. Aiuole fitte di rose di ogni colore e varietà. Alberi imponenti potati con maestria. Il grande orologio segnava quasi le undici. Un mosaico floreale al centro di un prato rappresentava un enorme cardo viola, il simbolo nazionale della Scozia.

"Prickly like a Scotsman" (spinoso come uno Scozzese) commentò una volta James.

"Ne so io qualcosa dalle vostre stoffe. Ho sempre l' orticaria." 

"Don't be daft, Ken!" (Non fare il tonto, Ken!)

"Tu sai che noi non rispondiamo mai, direttamente, come fanno gli Inglesi, ma con una domanda a una domanda."

Da quando ero entrato nel College, mi avevano affibbiato quel nomignolo, forse perché il mio nome latino era qui fuori luogo, come una stonatura.

Una di quelle ragazze, molto giovane e carina, seduta su una panchina mi guardava. Con un inchino compunto e un tono strascicato l'apostrofai:

 "Spiacente cara, io sono inglese!"

La sentii ridere di cuore, "How funny...how funny..." (Che buffo... che buffo...) continuava a ripetersi.

A questo punto, mi resi conto che non ero per nulla serio.

Comportarsi come un attempato collegiale quando avevo un impegno importante da portare a termine.

Non potevo farne a meno però, quell'atmosfera mi riportava indietro di anni.

Nel teatro all'aperto la banda suonava sul palcoscenico e alcune coppie in platea ballavano. Bravi.

La locandina esponeva un nutrito programma di lavori di William Shakespeare.

Peccato, non ne avrei avuto il tempo.

Il teatro del periodo elisabettiano era sempre stato la mia passione e per la stagione teatrale ci conducevano, talvolta, ad assistere alle rappresentazioni.

I compagni mi canzonavano perché avevo preso il vezzo di esprimermi con delle enfatiche frasi, tratte dal meraviglioso linguaggio di quel vecchio drammaturgo inglese e spesso mi salutavano declamando:

"Farewell, my dear friend!" (Stai bene, mio caro amico!)

"Fare you well, my gracious Lord!" (Stia lei bene, mio grazioso Signore!" replicavo.

Mi ritrovai di fronte alla stazione. Girai a destra e poi su per la lunga salita che conduceva al Castello.

Pensai al paese.

Nella piazzetta lastricata da blocchi di basalto vidi quel pretenzioso e gelido edificio neoclassico con colonne e timpano, intonacato di bianco. La residenza, "the house".

Ai suoi lati si ergevano due massicci lampioni di bronzo, sempre inumiditi alla base e con grandi globi di vetro viola. Mi sono sempre chiesto cosa pensassero dei cani, quei due.

Passai oltre, senza fermarmi. Ancora mi incombeva come una prigione o un manicomio, con tutte quelle regole e orari. 

Istruito e curato, con l'intento finale di far di me un perfetto soldatino, pronto a difendere l'Impero Britannico. Vita spartana, senza riscaldamento centrale. Mangiare tutto quello che avevi nel piatto. Assillato da tocchi di campana che annunciavano l'inizio di nuove attività. Tutto pianificato. Uno stuolo di persone, tra insegnanti e inservienti, ti stava sempre con gli occhi addosso.

L'obbligo della divisa quando uscivi, per essere più facilmente riconosciuto e in caso deferito al Consiglio da uno dei bidelli, in perlustrazione

La rag lecture, lezione burla di fine anno, tenuta dagli studenti che, in tale occasione, si scatenavano, bersagliando gli insegnanti con lanci di farina e spruzzi d'acqua, era il nostro unico sfogo permesso.

Tuttavia, serviva, in un certo modo, a riavvicinarsi.   

Ah, ecco il College, sito dell'istruzione, degli uffici, dei laboratori e della biblioteca: una tetra costruzione, tardo gotica, annerita dal fumo delle ciminiere.

 Le due monumentali panchine in tek addossate al muro stavano sempre lì, come sentinelle ai lati dell'alto cancello nero.

Mi lasciai andare su quella di destra, la mia preferita e con la spalliera più comoda.

 Chiusi gli occhi e allungai le gambe.

Ero soprappensiero, quando qualcuno mi si fermò davanti.

"Hallo there,..got some change?" (Salve lì, ...qualche spicciolo?).

Stavo per ficcarmi la mano in tasca quando mi ricordai che quello era il saluto convenzionale. Mi alzai di scatto.

"Professor Bartelett, che piacere vederla!"

"Il mio, il mio, caro Ken" ridacchiò lui, nel suo impeccabile spezzato nero e grigio, tendendomi la mano.

La testa mandata all'indietro, leggermente inclinata sulla spalla sinistra, e sul viso, quella tipica espressione di affabile accondiscendenza che mostrano di solito gli Inglesi.

Capelli bianchi e lisci gli spuntavano a raggiera sotto il cappello rigido. Forse, un po' più atticciato.

"Sappiamo che ti sei stabilito su un'isoletta del mar Tirreno. Sempre così ribelle e pieno di idee così peculiari."

"Ricordo quando venisti a chiedermi se con un raggio di luce dentro una sfera opaca con una superficie interna speculare, saresti riuscito a contrastare la gravità dei corpi"

"Sì, ma un esperimento simile l'aveva già fatto Max Plank" risposi, rovinandogli la scena.

Lui, con fare pensoso si portò l'indice alla punta del naso e poi me lo puntò graziosamente contro.

"Bene, ti aspettiamo questa sera alle sette a cena"

 "ci saranno anche Sir Geoffrey e la sua signora" aggiunse in fretta.

"Quella vecchia mummia bigotta del Rettore!" pensai, con rammarico.

Beccato! Mi esaminerà in tralice, da cima a fondo senza aprire bocca, alla ricerca dei suoi risultati educativi.

"La ringrazio Signore, verrò con piacere."

Ci salutammo con un cenno della testa e unendo i tacchi.

Il Professor Bartelett, insegnante di materie scientifiche, era sempre stato una persona giusta e disponibile, stimato e ben voluto dagli studenti.

Non ci era sfuggito, però quel suo vezzo di pronunciare le er in fine frase o delle singole parole con due a, alla maniera sassone. La prima lunga e calante di tono e la seconda più alta e breve. Quando ci riferivamo a lui, dicevamo, "Profèsar Baaàtlett."

Bighellonai un po'.

Passai svelto, trattenendo il fiato, sotto l'arco della doppia porta della rocca. Quella pesante grata di ferro sospesa a metà mi aveva sempre intimorito.

Montai sul camminamento di destra delle mura merlate.

Quei bei cannoni lucidi e neri, con decori d'ottone, erano mantenuti in perfetto stato. Uno lo sparavano tutti i giorni alle tredici. Non ricordo perché.  Ero troppo piccolo e spaesato quando me lo avevano raccontato.

Quelli della rocca pisana del paese non c'erano più. Forse li avevano fusi prima della seconda guerra mondiale, per recuperare il ferro. 

La sera, a cena.

Fiori e una bottiglia di rosso francese.

Cenammo quasi in silenzio. Bistecche di montone, con patate e cavoletti di Bruxelles, e per finire una mousse di uva spina, che la signora chiamò gooseberry foun. 

Temevo il peggio: steak an' kidney pie.

Un pasticcio di carne e di rognoni, che spesso, non ben lavati, emanavano, sollevando la crosta, un tanfo definito dai ragazzi dirty loo (cesso pubblico).

"...mai, cotanto puzzo ammorbò umane froge!" esclamò Sir John Falstaff, uscendo dalla cesta di panni sporchi.

Eppure, dovevi mandarlo giù. Il mangiare cose disgustose doveva far parte del tirocinio di formazione di un duro colonizzatore. 

La signora Bartelett si alzò annunciando:

"Noi donne abbiamo qualcosa da fare, intanto, voi uomini andate in salotto a fumare e a bere il vostro Scotch. Vi prego, però, di aspettarci per l'interrogazione, siamo molto curiose."

Quando mai.

Il rito era, così, completato, ma io dovevo ancora passare un esame.

Nel salotto, sulle due poltrone ai lati del caminetto, sedevano Sir Geoffrey, come uno stoccafisso piegato in due, e il Professor Bartelett.

Sul divano al centro e dalla parte del mio insegnante, c'ero io in nervosa attesa.

Il Professor Bartelett iniziò un lungo resoconto sulle attività e le attuali residenze dei miei ex compagni di corso.

Tutti i soldatini erano sparpagliati nelle ex colonie dell'Impero ad eccezione di me.

Questo però, non aveva alcuna importanza perché anch'io ero un prodotto di quel meccanismo educativo. Non dubitavano minimamente della lealtà e cooperazione che avrei reso al momento del bisogno e in più potevo rappresentare una sorta d'avamposto. Dato il mio alto metabolismo sarei stato più utile in un paese freddo, nel Nepal, per esempio, come spia insegnante d'inglese o guardia costiera in patria sulle Shetland. Il mio room-mate James Watson aveva già occupato il Canada. C'era, tra tutti i membri della grande istituzione, un forte legame di solidarietà, che nasceva dalla reciproca fiducia e dalla consapevolezza che ognuno di noi aveva e avrebbe sempre fatto il proprio dovere al meglio e affrontato qualsiasi circostanza con onore e dignità. Uniti per la vita nei nostri colori reggimentali, viola e celeste.

Questo è il motore che fa funzionare le istituzioni di questo paese.

La stereotipata ritualità, che può sembrare ridicola ad un osservatore estraneo, è invece un importante elemento di unificazione e, se imitata, anche un'insidiosa arma di colonizzazione.

Mi ero diretto al College sicuro di poter ottenere un aiuto per uscire da quella situazione angosciosa e irreale, che doveva essere partita, molti anni prima, proprio da qui.

Quanto diversi, da questi legami, erano quelli, di natura istintiva e affettiva, che s'instauravano in quel piccolo mondo laggiù!

Se ispiravi simpatia o ti volevano bene, allora ottenevi tutto il richiesto e pure di più. Altrimenti:

"Veditela un po' tu... io non metto lingua!" e venivi scaricato.

Intanto, le signore si erano accomodate sul divano.

Il Professor Bartelett mi dedicò uno dei suoi eleganti gesti.

Cominciai a descrivere, con parole adeguate, il posto, il clima, il mare, il comportamento e le attività degli isolani, le mie esperienze come contadino e pescatore, e le nuove sensazioni e le emozioni che man mano andavo scoprendo. Qui, ero stato classificato "element of uncommon rationality".

 Le signore avevano un'espressione sognante e ogni tanto se ne uscivano con contenute esclamazioni di meraviglia e di approvazione.

Solo lo stoccafisso rimaneva imperterrito.

Tuttavia, ad un certo momento colsi un mormorio che proveniva delle sue labbra appena socchiuse. "Prolonged adolescence"

All'inizio non diedi troppo peso a quell'affermazione.

Per il responsabile di un ben collaudato piano educativo, questo modo di vivere era solo comprensibile in un collegiale alle prime armi, "a fresher".

Come potevo io, ancora inseguire sogni adolescenziali, invece di dedicarmi alla ricerca scientifica, per la quale avevo sempre mostrato una particolare predisposizione?

"Ho intrapreso recentemente una ricerca di entomologia. Un piccolo lepidottero, con le ali celesti, migra dalla regione centrale della Scozia per riprodursi su quell'isola. Lo scopo della mia venuta è lo studio del suo habitat estivo e del suo percorso di migrazione. L'inizio di questo lungo viaggio dovrebbe naturalmente coincidere con l'instaurarsi di favorevoli correnti in quota. Le farfalle che arrivano a destinazione potrebbero essere il risultato di successive generazioni, oppure ci troviamo di fronte ad una eccezionale migrazione di andata e ritorno. Il primo passo da fare sarà la loro doppia marcatura." dissi al termine del mio rapporto.

Come m'era venuta in mente la Scozia centrale?

La vecchia mummia tornò in vita.

"Well done, well done my dear chap!" (Ben fatto, ben fatto vecchio mio!) disse enfatico e con soddisfazione.

"Ti sei svegliato bigotto" dissi tra me, ma in cuor mio, ero contento.

Aveva ottenuto il titolo di baronetto per gli incomprensibili volumi di Filosofia Morale che aveva scritto in passato. Vedeva e sentiva tutto. Una volta ordinò agli inservienti di appendere delle lavagnette nei gabinetti, perché era alquanto contrariato per le oscenità (smutty words), che scrivevamo sul muro, durante le sedute e si augurava che le avremmo utilizzate per qualche pensiero più edificante. La prima frase che comparve in latino e inglese fu: i et te suspendi, old cock (Va e impiccati, vecchio). L'ultima parola, oltre ad una volgarità, significa anche gallo e da quel giorno si guadagnò l'appellativo di the cock on his dung heap (il gallo sul suo mucchio di letame). Non c'era più gusto, però, e risparmiò gesso e pittura.

La signora Bartelett, insegnante di letteratura, prese la parola animandosi:

"La scorsa estate, mio marito ed io siamo stati nella regione centrale e abbiamo alloggiato in una comoda pensione dalle parti del lago Katrine. I gestori, i coniugi Muir, sono persone molto affabili e precise. Vediamo ora, cosa possiamo fare per te." Le donne sono speciali, hanno un intuito e una sensibilità superiori, capiscono la vita più degli uomini. Ecco perché piangono così spesso!

Si alzò con Lady Banthorpe, quel cognome era proprio brutto. Le vidi confabulare, sedute al tavolino tondo, in un angolo del salotto. La lady scriveva velocemente su un foglio. Pensai: "Ne uscirà sicuramente una delle sue militaresche tabelle di marcia". Aveva da sempre ricoperto l'incarico di supervisore, addetto al welfare (benestare) degli studenti con dedizione, efficienza e gran fermezza.

Al momento dei saluti, mi consegnò compunta una busta.

Mi avviai alla pensione un po' sconsolato, rimuginando su quella frase del Rettore, e se avesse ragione?

Strane coincidenze, la Scozia centrale, che mi ero inventato, e lì, i coniugi Muir, che avevano ospitato i Bartelett...c'è qualcosa di marcio nel regno di Danimarca! Chi segretamente mi stava manovrando?

Nella stanza, sdraiato sul letto, aprii la busta e tirai fuori due fogli accuratamente ripiegati.

Il primo era davvero una tabella di marcia.

Per il breve tempo avuto a disposizione, non poteva fornirmi gli orari esatti, ma mi suggeriva, in ogni caso, di prendere il treno per Stirling nel pomeriggio e quindi la corriera diretta al lago Katrine. La pensione dei Muir era presso il primo laghetto, una breve passeggiata dalla fermata. Il tutto circa cinquanta miglia a nordovest di Edimburgo. Nella mattinata avrebbe chiamato per telefono i signori Muir per avvertirli della mia venuta. Mi sentii protetto, ma anche un po' posseduto.

Feci un rapido calcolo. Circa ottanta chilometri. Al massimo tre ore di viaggio con le attese, le soste e gli eventuali ritardi.

Arriverò per l'ora di cena.

Il secondo foglio conteneva una lista di tutto quello che mi occorreva per le mie escursioni.

Un vestito di tweed pesante, quello da orticaria, un maglione accollato, l'avrei preso di shetland perché non pizzica, tre paia di spesse calze di lana, un berretto dello stesso materiale, scarpe pesanti di un numero più grande, un capiente zaino, un plaid e una mappa della Scozia centrale.

Ah già! anche una bussola.

Aveva omesso il numero dei capi di biancheria personale perché giustamente non ero più un collegiale e lasciata libera la scelta dei colori.

 Forse però le sarebbe piaciuto il vestito verde, come la vegetazione e il maglione beige intonato con il copricapo e le calze.

Il giorno dopo, l'accontentai da "Crombie & Son" sul corso.

Con gli acquisti riposti nello zaino e il plaid arrotolato sotto braccio mi concessi un giro turistico per la città.

In una bella piazzetta lastricata di bianco, incontrai di nuovo il vecchietto del parco. Assorto degustava una sogliola con patatine fritte alla francese. Il tutto servito su un foglio di giornale e irrorato d'aceto. Mi riconobbe e mi dedicò un altro inchino. Scesi verso il fiume per fare due passi sull'erba ed eventualmente sdraiarmi sul plaid.

Una ragazza, con un forte accento italiano, mi chiese la strada per salire sul ponte. Traducendo letteralmente dalla sua lingua e senza legare le parole, in quello che qui si definisce broken English (inglese spezzato), le spiegai come doveva fare. Mi ringraziò, felice di aver capito perfettamente. 

Questo insignificante episodio mi tornerà in mente qualche tempo dopo in un momento di sconforto.

Il treno per Stirling delle 14,30 era stato annunciato con dieci minuti di ritardo.

Mentre, nell'attesa, passeggiavo avanti e in dietro sul marciapiede, incrociai un Gallese con una valigetta da commesso viaggiatore. Lo avevo giudicato ad occhio. Bassa statura, capelli scuri mossi, carnagione chiara e occhi azzurri. Pensai alle miniere di carbone della sua regione.

Cominciammo a conversare. Mi affermò che proveniva dal Galles ed era stanco marcio di andare tutto l'anno in giro per il paese. Avrebbe preferito avere più tempo per godersi la sua famiglia. Gli chiesi se sapesse parlare in gaelico. Sorrise e aggiunse che quell'antica lingua celtica gli era di grande aiuto nelle campagne scozzesi e irlandesi.

 Sembrava un po' sollevato, ma poi riprese a lamentarsi.

"E' una vera vergogna che non ci siano delle panchine per sedersi. I treni spesso fanno ritardo. Nelle carrozze poi c'è solo la maniglia esterna e per uscire devi tirare giù il finestrino, sporgere il braccio e aprire dall'esterno, con il rischio di cadere. Affermano che lo hanno fatto per la sicurezza dei bambini, ma io dubito che nel continente abbiano adottato tali meschinità."

Quel discorso mi aveva alquanto irritato e gli risposi alzando il tono della voce:

"Dopo di tutto, questi sono inconvenienti di poco conto che però, comportano un risparmio di denaro pubblico. Non pensa lei a quelle civili istituzioni, decretate per il benessere dei cittadini e che devono essere mantenute? Cos'è poi un misero sacrificio in confronto a quello della vita di migliaia di soldati inviati nel mondo per lo stesso scopo?"

Mi ero fatto prendere la mano senza pensarci.

Il piccolo gallese, imbarazzato, cercò di cambiare discorso e mi chiese da quale parte del paese provenissi. Gli risposi che ero uno straniero. Mi fissò incredulo e, sospettoso, si allontanò.

"Well done, well done my dear chap!"

 Nella mia immaginazione vidi addirittura Sir Geoffrey sorridere. 

Il ritmico rumore ovattato del treno mi conciliava alla meditazione.

Riflettevo ora sulle parole del Gallese "Dicono che lo hanno fatto per..." e su quella formula di approvazione del Rettore che avevo inconsciamente evocata. No, quell'uomo non era un paranoico che si sentiva manovrato.  Lui da buon gallese di razza celtica e di limitata cultura ancora si ribellava alle autorità di Londra.

Al contrario, io, dopo aver inizialmente contrastato il potere istituito, con i miei compagni, ora lo accettavo senza riserve e mi schieravo in sua difesa.

La macchina educatrice aveva dunque funzionato.

Probabilmente, andando avanti con gli anni, incrociando un passante per la strada, in una scura giornata di pioggia, me ne sarei uscito con la frase d'intesa:

"Nice day today, isn't it?" (Bella giornata oggi, vero?).

Qualcun altro in un'isoletta molto più a sud avrebbe invece esclamato:

"Che giornata di merda!" Risi tra me.

"What we feel, not what we ought to say" (Quello che sentiamo, non quello che dobbiamo dire) diceva Shakespeare, ma la forte personalità dei suoi personaggi sembrava scaturire dagli antichi drammi latini.

Bene, quel tizio, un po' sboccato, era schietto e libero.

La sera della lavata di testa (a hell of a blow up), l' isolano aveva definito "carattere" tale comportamento.

Sembrava, inoltre, che avessi anche acquisito la giusta maniera per impormi sugli altri, come nel caso del pakistano sul treno e in questo recente episodio.

Però, ancora covavo la speranza di aver trovato un' ancora di salvezza e, al momento, dovevo solo guadagnarmela.

Poi sarei entrato in un nuovo collegio, dove le regole erano dettate dai sentimenti e da semplici necessità naturali e il tirocinio a carattere pratico ed essenziale per una vita libera nella natura.

Senza guinzaglio.

Piano, piano! Questo era un illudersi troppo. Bastava una loro mossa formale e tu, ti saresti subito mobilitato.

Ciò accadde molto più in là, al tempo della dispendiosa guerra delle isole Falkland. Dal College, ricevetti una richiesta di un contributo per l'aggiornamento della biblioteca e per le borse di studio per studenti stranieri e subito sentii il dovere di obbedire.

Dopotutto, a pensarci bene, questi due comportamenti potevano amalgamarsi e convivere in un'unica personalità senza escludersi a vicenda. Perché, anche se uno ti richiedeva il dovere e la capacità di comando e l'altro l'affetto e il mestiere di vivere, ambedue portavano ad un risultato comune, il tuo appagamento.

Però nel mio caso sembravano espletarsi solo in due ambienti ben distinti. L'eccessiva prevalenza del primo stile di vita poteva condurti ad un estremo nazionalismo, fino ad un eroico annullamento della propria individualità. Il secondo invece aveva un raggio d'azione minore e, come limite inferiore, la famiglia.

Ora, in me, c'era solo l'entusiasmo dell'adolescenza, per la scoperta di una nuova vita, che mi attirava verso la piccola isola, come un isolano che per necessità si venisse a trovare sul continente. 

"Caro Sir Geoffrey, la mia non è una reale prolonged adolescence, ma una nuova e diversa, che sta lentamente affiorando da quella componente del mio io, repressa e sminuita dalla sua scuola. Lei, quale curatore attento della mia programmata formazione, non può certamente trascurare ciò che appare come un insolito ritardo di maturazione."

Tuttavia, il Professor Bartelett e specie le due signore avevano capito e accettato il mio attuale stato emotivo.

Si era risvegliato in me un mondo a lungo assopito.

Avevamo da poco lasciato Stirling, che davanti agli occhi mi si aprì un incantevole paesaggio, cui solo la penna di Sir Walter Scott avrebbe potuto rendere degno omaggio.

 

IV. La valle del loch Katrine

 

Gli alberi della grande foresta, in cui la strada si era da qualche tempo incuneata, diventavano man, mano più distanziati gli uni dagli altri. 

Là, dove anche la vegetazione del sottobosco e dei cespugli terminava, un tappeto d'erba scendeva a ricoprire un'immensa vallata, risaliva verso le alte colline boscose a sinistra ed infine si fermava dolcemente a destra sulla riva del fiume.

Tra boschetti formati per lo più da betulle e olmi d'alto fusto s'intravedevano delle fattorie.

Mucche, pecore e orti racchiusi da palizzate imbiancate a calce.

 Il verde brillante degli alberi di mele, quello opaco e ondeggiante dei campi d'orzo, il ceruleo del fiume, listato da due ininterrotte file di salici gialli e grigiastri.

Quanto diverso questo idilliaco scenario dal paesaggio aspro, drammatico e dominante dell'isola lontana.

Com'ebbi a scoprire in seguito, anche in quest'incantata porzione di mondo, l'ambiente naturale aveva modellato in completa armonia i suoi abitanti nel fisico e nel carattere. 

Se qui vi fossero davvero degli esserini (little ones), sicuramente sarebbero meno scontrosi di quel Kahl, che albergava tra spinose ginestre selvatiche, rovi e irti scogli di granito.  

Mi aveva appioppato un incarico senza che me ne accorgessi, sfruttando la mia pratica del rugby, di cui era a conoscenza.

Cosa potevo fare?

Ormai avevo preso il passaggio e messo la dea in meta nella mia tasca.

"Very, very clever indeed, the little monster!" (Molto, molto abile in vero, il mostriciattolo!) mormorai... tanto non mi sentiva, e farfalle spione non se ne vedevano a bordo.

Il conducente fermò la corriera all'inizio della strada bianca che scendeva giù al primo lago, al termine della quale, mi aveva informato, non potevo mancare the wee boarding hoose (scozzese per piccola pensione) di fronte al loch (scozzese per lago). 

Stavo per avviarmi a piedi con valigia e zaino, quando un signore a bordo di una monumentale decappottabile d'epoca mi fece cenno di aspettare.

Il signor Muir era venuto gentilmente a prendermi. Probabilmente in seguito alle raccomandazioni di Lady Banthorpe.

Le ero sembrato così insicuro e sconvolto da farmi dedicare una tale attenzione o era solo un suo atto di snobismo?

Fermo e ammirato di fronte a quel verde capolavoro di ingegneria.

L'uomo saltò giù e doveva ben farlo.

"E' una Bentley del 1927, con un motore a sei cilindri" cominciò orgoglioso "e mantenerla mi costa un occhio della testa!"... era scozzese.

Facemmo il giro della macchina. Il massiccio radiatore d'ottone a nido d'ape con una grossa B alata su fondo blu di smalto e un'altra sul tappo a vite per l'acqua, gli enormi e spessi parafanghi, i due fanali come lampioni, il baule posteriore... "un vero baule" col classico coperchio a cerniera e due serrature a scatto...

"Vedi queste ruote raggiate, alte e strette? Sono sei, con quelle di scorta negli incavi dei parafanghi, e per cambiare un treno di gomme devo rivolgermi ad una ditta specializzata e farmele fare su misura."

"Vogliamo andare, ora?" chiese.

"Si, Signore."

 Misi il mio bagaglio sul divano posteriore, che era un vero divano con cuscini e braccioli, e con la capotte d'incerata nera abbassata ci avviammo, lasciandoci dietro una nuvola bianca di polvere.

Il motore rombava potente, ma la vettura era piuttosto rigida. Un lungo viaggio su quella strada e così sballottato, non doveva essere troppo confortevole. 

Mi trattava come se fossi ancora uno studente.

Sulla settantina, magro e di altezza media. La sua faccia un po' incartapecorita, con due profondi solchi sulle guance, gli occhiali con montatura nera, scesi sul naso, e la falda del cappello grigio volta all'insù, era simpaticamente buffa.

Si chiamava Harold.

Probabilmente ero l'unico ospite perché la signora ci attendeva nel ben curato giardinetto con panchine di legno, davanti alla pensione.

Due grandi bay-window si aprivano ai lati della vetrata d'entrata, protetta da un timpano con tegole di ardesia, poggiato su due colonne di granito. Il piano superiore aveva cinque finestre alte e strette. Tutta la facciata, ricoperta da riquadri di granito grigio.

Non era molto proporzionata, ma solida e forse anche calda perché l'interno doveva essere rivestito di legno.

La signora Muir, alta, con i capelli corti e biondi e dei fini lineamenti da norvegese, indossava una lunga princesse a fiori color lavanda, stile regina madre, e un cardigan beige sulle spalle.

Si chiamava Hilda.

Mi precedette sul lucido parquet della sala, si fermò davanti alla scala e disse, sorridendo:

"Ti abbiamo preparato una stanza singola al piano di sopra, con vista sul lago, in fondo al corridoio a sinistra e di fronte c'è il bagno"

Era davvero una bella donna, con una carnagione rosea e ancora fresca e quell'andatura nobile ed eretta, che tutte le donne hanno, quando portano dei pesi in testa e non necessariamente delle corone.

Il tavolo davanti alla finestra, il caminetto nell'angolo di destra, una cassettiera con specchio in quello di sinistra, il letto nell'angolo a destra della porta e un armadio e uno scaffale sulla parete di fronte, una sedia, una bergère in tessuto gobelin, un comodino, con cassetti e abat-jour formavano l'arredamento di quella piccola stanza, pannellata in legno. 

Mi piaceva questo mio nuovo rifugio... ci sarei restato una vita... era anche molto facile da tenere in ordine.

Si sentiva un familiare e confortevole odore di cera profumata ai chiodi di garofano.

Se dovevo essere uno studente, tanto valeva comportarmi come tale, tutte le mattine avrei rifatto il letto e rassettato la camera. 

Aveva apparecchiato in un angolo del lungo tavolo di cucina. Trote salmonate cotte al burro con patate, carote e cavoletti di Bruxelles. Il dessert era il mio favorito, apple pie caldo e croccante.

Parlavano sempre loro. Il signor Harold aveva pescato le trote quella mattina e tutte le verdure provenivano dal suo orto, comprese le mele cox del dessert. 

Tom Bell, un loro vicino, aveva portato due belle red grouse (pernici rosse della Scozia). La signora Hilda, dal primo matrimonio, aveva avuto un figlio che risiedeva in Rhodesia come botanico e aveva preso il PhD (dottorato) all'University College di Londra.

Erano cattolici e non battisti come la maggioranza degli abitanti della valle.

"Do you want some cream with your pie?"

(Vuoi della panna ?)

"Rather!" (Magari!). Mi piaceva quella panna densa e paglierina.

"Venendo, ho visto, dalla corriera, delle mucchette di razza Jersey, di quelle che fanno un latte molto ricco di burro."

Finalmente mi avevano lasciato dire qualcosa.

Si capiva che vivevano piuttosto isolati.

Non chiesero nulla di me perché sicuramente erano stati informati sul mio conto e istruiti a dovere dall'autoritaria e solerte Lady Banthorpe.

"Domenica, andremo a messa con la Bentley, insieme ai fratelli Bell, anche loro sono cattolici" disse lui con aria soddisfatta e si accese la pipa. 

Formalmente si era ricreata una situazione simile a quella che avevo lasciato sull'isola.

Dov'era, però, quell'intensa atmosfera shakespeariana, con quei personaggi arguti e passionali, che intervenivano vocianti, da più parti, a preludere un evento... e quelle vaghe presenze... di entità senza nome.... 

Questo sembrava un ambiente gentile e riposante, come il paesaggio arcadico che gli faceva da sfondo. 

Dopo alcune chiacchiere sul clima, sul viaggio e senza il minimo accenno a fatti personali, chiesi venia, augurai la buona notte e mi ritirai nella mia stanza.

 Non tirai le cortine, la temperatura era primaverile.

Il riflesso della luna sul lago proiettava l'intelaiatura della finestra sul soffitto, formando riquadri di sbarre tremolanti.

Passerò la vita in questo pacifico rifugio confortevole, andando a pesca, occupandomi dell'orto, lucidando e oliando la Bentley, studiando gli insetti, aiutando nella stagione estiva e attendendo alla messa la domenica?

Non mi risposi perché mi ero addormentato sul quel soffice materasso.

L'isola eminente su un mare blu di vetro, ne scorgevo la parte scura immersa. Un torrente verde cupo di boschi rovinava verso la costa, diramandosi tra blocchi di granito rotolanti. Voci laceravano il silenzio. Prima distanti, forti, con pause lunghe, poi man mano, più unite, fioche e frequenti e in fine fuse in un lungo e profondo sospiro. Un alone bianco di schiuma ribollente. L'isola, lentamente, sprofondava e io con lei. Solo un triangolo di vela era rimasto.

Mi svegliai sudato.

Tolsi il piumino e lo ripiegai. La coperta di lana grezza sarebbe bastata. Ripresi sonno.

L'alba entrava nella stanza.

Sentii la voce di Sir Walter:

"The peep of day!" (Il capolino del giorno!) 

Mi alzai e mi sedetti al tavolo per veder affiorare i colori di quel paesaggio lacustre.

Com'è possibile conoscere un posto senza incontrarlo all'alba o al tramonto?

    In quei momenti, è solo con te, alla luce del giorno, condiviso da tutti.

Scacciai, con imbarazzo, i pensieri della sera prima.

Era solo stato un mio momento di debolezza, dettato, sicuramente, dalla stanchezza fisica.

Come avrei potuto pensare di ritirarmi, vigliaccamente, alla vigilia di un incontro?

 

V. Maribelle

 

Feci una lunga passeggiata quella mattina.

Le suole di cuoio scivolavano sull'erba. Mi levai scarpe e calze e proseguii su, verso un folto boschetto. Mi sedetti a contemplare dall'alto il lungo lago, grigio argento e celeste. Il tetto e le ciminiere della pensione erano fuori di vista, nascosti da una collinetta. 

Due cani, affannati con la lingua penzoloni, sbucarono dai cespugli e di colpo si fermarono a guardarmi.

Uno, grosso e vecchio, con una pelliccia folta color panna e l'altro, piccolo e giovane, con pelo nero ondulato e ciuffi bianchi sulle orecchie e sulla coda arricciata.

Il primo mi guardava, come poteva fare altrimenti povera bestia, in cagnesco. L'altro mi si avvicinò abbassando la testa e scodinzolando timoroso.

Lo accarezzai e subito allegro cominciò a farmi le feste, saltandomi addosso.

Sull'erba, due piccoli piedi rosa... alzai lo sguardo e rimasi interdetto. Era una ragazza quella di fronte a me, o un elfo dei boschi del nord?

All'inizio, vidi solo due grandi occhi celtici, che dal blu scuro sfumavano al celeste e folte ciglia nere.

Mi alzai in piedi.

Capelli neri, fini e sciolti sul collo tondo, braccia e gambe lunghe, un maglione beige accollato e una gonna a pieghe di lana grigia.

Quella ragazza sembrava un'adolescente, ma forse no, qui le donne maturano tardi.

"Tu sei lo studente dei Muir" disse semplicemente.

Più in alto, alcune pecore sbucarono dagli alberi, le osservò attentamente e poi le indicò ai cani col braccio. Questi corsero su e sparirono nel bosco. Si udirono dei latrati. Un altro gruppo di pecore uscì di corsa e si sparpagliò sui prati. La scena successiva fu molto divertente, il cane vecchio seduto abbaiava, mentre quello giovane correva di qua e di là velocemente mordicchiando le zampe delle pecore per raggrupparle.

Finito il lavoro, ritornarono vicini e presero a guardarci.

Accarezzai il più piccolo, di quello grosso color panna non mi fidavo, sembrava geloso e territoriale.

"Proprio come accade con noi, l'anziano comanda e il giovane si dà da fare e impara" dissi.

Ci mettemmo a ridere. Era carina. Si chiamava Mary Bell.

Si muoveva agile, quasi senza peso. I cani ci seguivano. Le dissi che dovevo fare delle ricerche di entomologia e che avevo studiato a Edimburgo.

Anche lei era andata in un collegio di quella città. Era appassionata di botanica e zoologia. Poi, alla morte dei genitori aveva interrotto gli studi e con il fratello, che lavorava nel porto di Glasgow, si era stabilita qui, per occuparsi della fattoria. Durante la stagione estiva, lavorava alla pensione, serviva e si occupava della lavanderia. Il fratello Tom vendeva l'orzo alla fabbrica di birra, portava il latte, le verdure, gli agnelli e la cacciagione al vicino villaggio e faceva anche il formaggio e il sidro.

Se, almeno, avesse preso moglie avrebbe avuto un aiuto, ma grande e grosso com'era, dove la trovava... nel paese dei giganti di Gulliver? Ci mettemmo a ridere di nuovo.

Mi fermai e consultai l'orologio. Si avvicinava l'ora di pranzo.

"... see you then!" (ci vediamo allora!)

"... see you!" rispose.

"Le suole di cuoio raschiale con un chiodo!" mi gridò dietro.

La signora Hilda aveva preparato grouse al forno con gelatina di ribes e watercress (crescione), il tutto innaffiato con buon sidro frizzante. Finimmo l'apple pie della sera prima.

"Ho conosciuto Mary Bell" dissi, poi.

"E' una ragazza meravigliosa, vero?" si affrettò a dire la signora. 

Il signor Harold era impaziente di mostrarmi il suo orto.

 Mentre si accendeva la pipa disse, sorridente:

"Mi piacerebbe mostrarti il mio orto e parlare con te di pesca."

Lo seguii fuori. Prendemmo il piccolo sentiero che conduceva al lago.

 Recintato con pali imbiancati a calce, l'orto terminava proprio sulla riva, dove, ormeggiata a un moletto di tavole su una palafitta, c'era una barca.

Qui, evidentemente non venivano ponentate come quella di Amelio, pensai.

Spinse il cancello e mi introdusse.

"Ecco!" e continuò ad armeggiare con l'apposito attrezzo nella sua pipa.

Progettato in modo razionale e curato come un giardino, aveva un terreno scuro, ricco di limo. Il riquadro di uva spina gialla e venata, quello delle piccole bacche rosse trasparenti del ribes e, proseguendo verso la riva, i cespugli di cipolle e di agli scozzesi, carote, sedano rincalzato a sbiancare, prezzemolo e in fine watercress.

Di fronte, separato da uno stretto vialetto, un appezzamento di patate, uno verde blu di cavoli di tutte le razze e rape. In fondo, un boschetto di alberi ben allineati, di mele cox, quelle verde chiaro e lucide, con un piacevole sapore acidulo.

  "Magnifico!" esclamai, "questo non è un orto, ma una vera nursery e credo che ci potrebbero nascere anche i bambini."

Mi guardò un po' perplesso. 

"Vede, dalle mie parti, quando siamo piccoli, ci dicono che i bambini nascono sotto i cavoli e da voi, invece, nei cespugli di uva spina"

Si mise a ridere.

"Bravo, bravo davvero, lo voglio raccontare a Hilda"

Giunti al moletto, l'argomento slittò sulla pesca e mi chiese se avessi mai pescato le trote.

 Gli dissi di no, ma una volta ospite di James, il mio compagno di stanza, ero andato con lui a pesca di salmoni, dalle parti di Glasgow.

"Ci sono anche i lucci nel lago, lunghi pesci predatori e con denti molto aguzzi, ma ancora non ne ho mai preso uno" disse, sconsolato.

"Mi piacerebbe, però, per far morire d'invidia John Harris, "aggiunse "si vanta di essere il più gran pescatore e cacciatore della valle!"

Gli dissi che il luccio, quale pesce predatore, stanziale e senza nemici naturali doveva adottare la strategia di stare fermo in agguato, tra la vegetazione lacustre, per poi slanciarsi come un lampo sulla preda. 

"Oh sì, fanno proprio in quel modo" rispose.

"Allora, il posto abituale del luccio dovrebbe essere un'ansa con acque tranquille, dove crescono rigogliose le piante acquatiche e, per catturarlo, bisognerebbe prima stuzzicarlo con una pastura fresca e poi stimolarlo con una canna da lancio, armata con cucchiaino e ancorotto."

"Questa mi sembra la giusta idea" rispose, pensoso.

"Sull'isola, per prendere le murene di notte, mettiamo dei pesci spezzettati in un sacchetto, legato ad una corda, lo spremiamo bene sullo scoglio e poi lo lanciamo in fuori e lo ritiriamo, ripetutamente. In quel posto, però, la corrente deve portare in dentro. Quando si nota un luccichio nell'acqua, gettiamo un pezzo di lenza, con un grosso amo innescato con un pesce e quelle subito danno."

Era rimasto a bocca aperta, affascinato dalla mia descrizione e la pipa gli si era spenta in mano.

"Io le suggerirei di trovare una profonda rientranza, vicina allo sbocco del fiume e dalla punta a monte versare una pastura, in modo che, trascinata dalla corrente, vi entri dentro e si diffonda senza insospettire il pesce."

"Sì, il piano mi sembra perfetto e tu studente mi devi dare una mano, hai avuto dei bravi maestri!"

"Sì, al College e sull'isola."

  Mi accorsi in seguito, che da quel giorno avevo perso il mio nome.

 Prima, "lo studente dei Muir", poi per gelosia "lo studente di Edimburgo" ed infine solo "lo studente".

Sì, dovevo aiutarlo, forse quella rivalità con John Harris era nata sui banchi di scuola.

Nel XIV secolo, i due si sarebbero affrontati sui prati con gli spadoni e la corazza, come due eroi da romanzo epico. 

In distanza, la signora Hilda ci chiamava per il tè.

Ritornammo sui nostri passi.

Aveva preparato gli scones, caldi di forno.

Li apriva, uno per uno, con gesti aggraziati e li riempiva con il burro giallo dei Bell.

Deliziosi, ma lui non ci badava, non stava più nella pelle e ripeteva "Dobbiamo organizzarci. Domani all'alba, andiamo a prendere il luccio."

Eh già, chissà se era così facile come per le murene, ma forse, quel trattamento insolito, lo avrebbe colto di sorpresa. Se ci scappava era finita, gli animali hanno buona memoria. 

"Vieni, studente, ti voglio mostrare le attrezzature" e si avviò senza finire il suo tè. 

Il magazzino e il garage erano dietro la casa. 

"Vedi, le tengo sempre in ordine per i nostri clienti."

Le canne erano allineate come stecche di biliardo in un apposito mobile. Accanto, un lungo attaccapanni, con cappotte impermeabili, cappelli e sotto gli stivaloni.

Prese l'occorrente per sé e per me.

Mettemmo il tutto, a portata di mano, in un angolo della sala vicino all'entrata.

"Domani mattina, ti sveglierò a buio. Scendi giù con le calze. Preparerò la colazione."

"Ti piace il porridge?"

"Sì, ma con il sale"

"Bravo, proprio da scozzese, d'altronde..." e si fermò in seguito ad un'occhiata della moglie.

 Che cosa stava per dirmi? Ero stato troppo educato bene per chiedere delle spiegazioni a due anziani signori.

 "So fare un Irish coffee...che c'è ancora...non è più un ragazzino!" disse, spazientito questa volta, rivolgendosi a lei.

Da un cassetto di cucina tirò fuori un mappa dettagliata della valle e la spiegò sul tavolo. Ci mettemmo a studiarla.

"Ecco, " dissi "questa seconda ansa, che gira profonda verso terra, mi sembra la più adatta."

"E' vero, sembra che qualcuno ce l'abbia preso una volta" e mi guardò con ammirazione.

"Potremmo, addirittura, andare via terra, io, sulla punta a spandere la pastura e lei, al centro sulla riva con la canna." Non mi piaceva l'idea di navigare sul quel lago, cupo e profondo, su in alto, sopra quel fondale nero, melmoso e sconosciuto e poi non era neanche un lago, ma un loch.

"No, è molto più pratico con la barca senza attraversare il ponte" replicò lui.

Dopo cena, si mise a fumare, in rilassata beatitudine, la sua pipa.

James mi raccontava che aspettava proprio quel momento, per chiedere i soldi al padre. Io invece, dovevo sollecitare la previdente Lady, per attingere alla mia dote e firmare tutte le volte una ricevuta prestampata.

"Ora, tutti a letto, presto ...see you tomorrow... night student!" (ci vediamo domani) esclamò.

Mentre salivo le scale, mi sentivo vagamente sconfortato. Forse, dopotutto, ero io il paranoico e non il Gallese e in più melodrammatico.

La serata era trascorsa tutta focalizzata sull'eccitante spedizione per la cattura del luccio. Un complotto in piena regola. 

A volo d'uccello, vedevo l'isola chiara sul fondo blu. C'era un andirivieni d'insetti di tutte le specie. Farfalle bianche e celesti, grossi coleotteri color marrone, cerambici azzurro-metallizzati e luccicanti al sole, cavallette di un verde brillante, con ali gialle e venate. Si sentiva un forte crepitio d'ali 

Mi svegliai. Il signor Harold tambureggiava (was rapping), sulla porta, con le dita.

"Coming, Sir!" (Vengo!) dissi.

Rifeci il letto alla svelta. Mi preparai e mi spruzzai dell'acqua sul viso.

"Purr, purr...e dicono di noi" commentò la grassa gatta alcolizzata.

Scesi di corsa le scale.

"Good morning, Sir" dissi trafelato e mi sedetti a far colazione.

."morning" rispose lui, secco, continuando a trafficare sui fornelli.

Mise a bollire del caffè, ci aggiunse panna, zucchero, burro, un tuorlo e una buona dose di whisky.

 Versò la bevanda bollente in un piccolo thermos e con un ghigno da stregone me la poggiò davanti sul tavolo.

L'osservai e fra me dissi: "Lord, have mercy on me!" (Signore, abbi pietà di me!).

La mia preghiera fu esaudita.

Appena a bordo controllai se c'era il piccolo secchio che avevo notato il giorno prima. Tutto a posto. Prima che avviasse il suo Seagull gli chiesi sotto voce:

 "Gli ordini in gergo, per favore."

"Bene, anche questo v'insegnano."

"Sì, voga, scia, agguanta, starboard (dritta) e port (manca)... sempre pronti a tutto" risposi.

Il motore fuoribordo aveva il ritmo di uno a nafta, lento, potente e sembrava altrettanto affidabile.

Virò a destra. Il cielo cominciava appena a schiarirsi. Gettò l'ancora nei pressi dello sbocco del fiume. C'era corrente.

"Posto ottimo, per le trote" sussurrò.

Cominciammo a fare dei lanci.

Prese subito due discrete trote. Poi una io, ma più piccola. Ne prese ancora un'altra. Sentii tremolare la canna. Tirai a bordo, senza toccare quel pesce e dissi:

"What's this dark monster, Sir?" (Cos'è questo mostro scuro, Signore?)

Fece una risatina repressa.

"E' una tinca, non vedi?"

Io, invece da marinaio, pensavo che fosse uno scorfano.

Il cielo cominciava ad illuminarsi e ora si poteva scorgere la riva del lago sul lato destro del fiume. 

Sfilettò i pesci, facendo sgocciolare il sangue nel secchio e tagliò in piccoli pezzi la polpa. Impastando poi con la mano, formò una poltiglia che allungò con acqua.

"Arma i remi!" ordinò e salpò l'ancora. Presi posto sul banco e puntai i piedi sul pedagno.

Questo, sul mare dell'isola o sul loch, sembrava il mio destino.

Dovevamo farci trascinare dalla corrente per un certo tratto e quindi accostare a destra, per la riva.

Cominciò a impartire ordini secchi e precisi. Probabilmente, aveva fatto il servizio militare nella Marina Britannica.

La corrente molto diminuita, si ripartiva ora verso le due rive opposte del lago. Sfruttammo il ramo di destra. Giunti nei pressi del promontorio, gettò l'ancora.

Fece scorrere la lenza e osservò il movimento del galleggiante.

"Sì, la corrente porta dentro" e cominciò a versare lentamente la pastura. Aspettammo alcuni minuti, in completo silenzio.

"Here you are, greedy beast!" (Eccoti, bestia famelica!) sussurrò alla fine, facendo uno spettacolare lancio al centro dell'insenatura.

Il lento e regolare ticchettio del mulinello scandiva la mia attesa. 

A pugni stretti, trattenevo il fiato. 

Ora!

Il galleggiante fu inghiottito dall'acqua.

Ferrò la bestia alzando di colpo la canna e fece scattare due sole volte la frizione. La bobina cominciò a svolgersi rapidamente emettendo un suono sibilante.

"I got it, I got it..." (Ce l'ho, ce l'ho...) mormorò, calmo.

Seguì una lunga lotta. La bestia svolgeva la lenza e poi si fermava e l'uomo la riavvolgeva, aumentando ogni volta la frizione. Alla fine disse:

"The pike is tired, get ready!" (Il luccio è stanco, preparati!).

 Presi il guadino.

 Guardai nell'acqua quella lunga sciabola luccicante che, abbandonata a se stessa, si lasciava ora trascinare senza opporre più resistenza. 

Finalmente, il predone fu a bordo, steso sui paglioli.

"Disarma!" ordinò. Tolsi i remi dagli scalmi e li misi al loro posto.

In piedi, mi tese la mano e disse, in tono militaresco:

"Well done, student!"

 Si sedette sul banco di poppa, salpò l'ancora e avviò il motore.

Non avevo mai visto un pesce tanto bello.

Il corpo idrodinamico come un siluro, la pinna dorsale e quella anale, in prossimità della coda, sembravano due alette direzionali e il lungo muso con la mascella prominente terminava a forma di spatola. Aveva un'espressione burbera e altezzosa, squame argentee, chiazzate da pennellate di grigio e turchese e il dorso e i grandi occhi, dorati.

Bello e superbo come un Re!

Apriva affannosamente gli opercoli e il suo lungo corpo era, a tratti, percorso da ondate di spasmi.

"A dive! A dive! My kingdom for a dive!"

"Un tuffo! un tuffo! Il mio regno per un tuffo!" gridò, agonizzante.

Con tutte le forze, resistetti a quell'invocazione, perché la spada di Sir Harold si sarebbe abbattuta sul mio collo.

Fermò la barca contro la riva e, con il pesce tenuto con ambedue le mani, si affrettò verso il castello. (Esce)

Rassettai e ormeggiai la barca.

Quindi, in piedi sul piccolo molo, dal Riccardo III recitai: 

"God and your arms be praised, victorious friends!

The day is ours; the bloody dog is dead."

"Lode a Dio e alle vostre armi, vittoriosi amici!

Il giorno è il nostro; il cane sanguinario è morto."

(Sipario

Quando giunsi alla pensione, la signora stava scattando delle fotografie al marito con la sua preda, davanti all' entrata. C'era anche Mary Bell che mi scorse e mi venne incontro.

"Hallo, student"

"Hallo, Maribelle" risposi.

Mi parve che gradisse quel soprannome così alla francese e mi chiese perché non mi mettevo in posa anch'io con il trofeo.

"è lungo quasi ottanta centimetri e peserà sui sei chili" mi riferì.

"No, l'eroe è lui, io ho solo fatto la parte del Machiavelli" risposi.

La signora m'informò che Mary Bell era venuta a prendere la biancheria, perché ogni sabato c'era il cambio. Mi consegnò un sacchetto e mi disse di metterci tutto quello che volevo far lavare. 

"Domani, vi vengo a prendere con la Bentley, andremo tutti a messa e poi pranzeremo insieme. Luccio al forno!" intervenne lui, rivolto alla ragazza.

Mentre mi lavavo perbenino, a dispetto della gatta, sentivo che c'era qualcosa che mancava nella scena della pesca. Mi cambiai e feci come mi aveva detto la signora. 

Ah, ecco!

Sir Harold aveva dimenticato, nella sua ben celata eccitazione, di tirare fuori la pozione magica irlandese.

Deo gratias.

Misi il sacchetto dietro al camioncino e salutai Maribelle.

"A domani!" 

 In cucina, i Muir confabulavano davanti all'acquaio.

".....peccato dovrò tagliarli testa e coda, non c'entra nella placca del forno..." si lamentò lei.

"Che importanza vuoi che abbia. Dobbiamo forse mandarlo, come royalty, alla Regina? Lunedì, la fotografia uscirà sulla cronaca locale. Mi piacerebbe molto vedere la faccia di John Harris!" fece lui e tutti e due si misero a ridere.

La domenica mattina andammo, alla fattoria dei Bell.

Maribelle mi presentò il fratello Tom.

Era l'essere umano più grosso che avessi mai incontrato. Rosso di capelli e di viso e gli occhi della sorella. Quando mi diede la mano, la mia sparì come in un guantone rosa da boxer.

In guerra, con la spada, doveva essere l'ira di Dio.

Però, i Celti, in seguito all'invasione degi Angli e dei Sassoni, si erano ritirati sempre più a nord nell'attuale Scozia e sparpagliati nel Galles e nell'Irlanda.

Il signor Harold lo fece sedere di dietro, tra me e la sorella per distribuirne il peso sulle povere balestre della sua attempata macchina. 

Quando attraversavamo i paesini, la gente si fermava ad applaudire la Bentley e il signor Harold gongolava.

Nella chiesetta bianca officiava un prete belga. Pochi, i fedeli seduti sulle strette panche. Tom, gioco forza, restò in piedi tutto il tempo.

Padre Bernard, al termine della messa, ringraziò tutti e si mostrò contento di avere acquistato un nuovo componente della sua sparuta parrocchia.

Al ritorno, passammo prima dalla casa dei Bell, per prendere un bottiglione di sidro, un secchiello di panna e un craneberry pie ancora da infornare, preparato da Maribelle con delle rare bacche selvatiche.

Poi, proseguimmo per il nostro regale pranzo.

 

VI. Sulle tracce delle farfalle

 

Raschiai le suole, quella mattina, e decisi di andare alla fattoria dei Bell.

Una lunga passeggiata.

Mi affacciai alla grande stalla, salutai Tom e chiesi di Maribelle.

"E'ancora in cucina.... passa dalla porta del retro."

Bussai e entrai.

"Buon giorno, Maribelle!"

"A te student!"

"Non avresti, per caso, un libro sulle farfalle da prestarmi?" le chiesi.

Si asciugò le mani, entrò in una stanza e ritornò con il volume dei lepidotteri della sua enciclopedia di zoologia.

Finì di preparare la pasta sfoglia che spianò a forma di uno stretto rettangolo, la ripiegò poi in tre su se stessa e la ripose in frigorifero.

"Ecco, questa è la sesta volta, al ritorno la userò per un pie" disse e si pulì le mani.

Uscimmo. Aprì il recinto delle pecore e chiamò i cani. Ora potevamo passeggiare e conversare in pace, tanto il lavoro lo facevano tutto loro.

Mi spiegò che le craneberry erano delle bacche selvatiche che si trovavano solo in Scozia e in Svezia.

Io le dissi che la parola crane (gru) poteva indicare che quelle erano le bacche preferite da quei volatili e lei rispose che, come il Professor Bartelett, ero troppo barboso e che non c'era alcun bisogno di trovare delle spoetizzanti spiegazioni logiche per tutto.

"Quando non sapete più che pesci prendere, voi, gente di scienza, dite che è assurdo."

"Non è proprio così," intervenni "perché bisogna tenere conto che tutte le leggi teoriche della fisica sono solo prime approssimazioni di quelle naturali e i fenomeni, così detti miracolosi, possono essere ritenuti degli eventi estremamente improbabili, ma non da escludersi a priori. Il Professor Bartelett afferma che secondo il Principio di Indeterminazione l'universo e solo un caos dove tutto accade per puro caso. Questo è un approccio che sbriglia l'immaginazione."

Si mise a ridere.

"Padre Bernard griderebbe all'eresia."

"Allora, tu credi che, quando avviene qualcosa di straordinario, ci debba essere sempre lo zampino di entità che sfuggono al controllo dei nostri sensi?"

"Beh, tante volte è anche comodo immaginarle come persone non tanto dissimili da noi" replicò.

"Allora, tu pensi che sulla terra la nostra vita sarebbe meno scontata e casuale se ci fossero gnomi irlandesi, folletti ed elfi, pronti ad intervenire ogni istante?" le domandai.

"Babbo Natale è un dispettoso gnomo scandinavo e per ingraziarselo gli abitanti delle campagne lasciano fuori della porta un piattino di dolci"

"Hai mai provato a chiudere dei biscotti in una scatoletta di metallo per non farteli mangiare dagli scoiattoli o dai topi?"

"Sì, una volta, quando ero piccola e, dopo qualche tempo, li trovai tutti ammuffiti."

Ci mettemmo a ridere, spingendoci e correndo per l'erba.

I cani accorsero per vedere che cosa stava accadendo e quello piccolo ci trattò come pecore, mordicchiandoci le caviglie.

Attraversammo il boschetto di betulle. Il gregge pascolava su un nuovo prato con erba folta e più lunga.

"Così da un craneberry pie, dopo aver volato sulla scienza e la religione, siamo finiti sugli gnomi. Tu dovresti avere del sangue irlandese."

"Come hai fatto a indovinarlo?" disse lei meravigliata.

"Dai tuoi occhi e dal fatto che sei cattolica."

"Tu ci credi ai little ones?" mi chiese ad un tratto.

"Non posso escludere la loro esistenza. Potrebbero muoversi così velocemente da non poterli vedere, ma da percepirli solo a livello d'inconscio. Come quei messaggi pubblicitari televisivi, detti subliminali, che, durante una trasmissione sono, per una piccola frazione di secondo, mandati in onda più volte, e poi, alla fine, senti il desiderio di una particolare bevanda e ti chiedi il perché ti sia venuta tale voglia. Tutto dipende da quanto sei ricettivo" risposi pensoso.

"Ne hai mai visto uno?"

"E te?"

"Ora sei troppo scozzese!" disse e ci mettemmo di nuovo a ridere.

Mi lasciai cadere seduto sull'erba e aprii il libro dei lepidotteri.

"Ora ti voglio mostrare l'oggetto delle mie ricerche" dissi cominciando a sfogliare quel magnifico atlante illustrato. Si sedette accanto a me e i cani fecero altrettanto, il grosso dalla sua parte e il piccolo dalla mia, guardando il libro e noi, alternativamente.

"Famiglia Satiridi ... genere Maniola. Ecco è questa con le ali celesti" e gliela indicai con il dito.

"Sì, sì, se ne vedono dappertutto sui prati verso la fine di maggio o a metà giugno, dipende dalla stagione, succhiano i fiori di scabiosa e di rovo, alcune hanno ali color beige e le più piccole tendono al celestino. Due anni fa, passò un'estate piuttosto arida e mio fratello ed io fummo costretti a trovare dei pascoli dalle parti del loch Katrine, in direzione dell'isola di Mull nelle Ebridi. Proprio tra il loch Katrine e il fiume Forth, ci sono delle sorgenti e l'erba è molto rigogliosa. Trovammo anche un grande cerchio druidico, con degli alti blocchi di pietra tutt'intorno, e poi più avanti i ruderi di un piccolo insediamento di religiosi. Ce n'erano moltissime, quasi una nuvola, che svolazzavano sulle graminacee."

"E' molto distante da qui?" le domandai con vivo interesse.

"Quasi venti miglia. In quel posto, c'è un'atmosfera, così strana e cupa, che ti fa sentire a disagio" rispose e aggiunse, come tra se, "senza ragione alcuna."

"Proprio un posto da riti pagani" osservai "molto spesso le chiese cristiane sono costruite sulle rovine di antichi luoghi di culto. La nostra attuale religione potrebbe essere l'evoluzione di quelle antiche. Prendi, ad esempio, il sacrificio umano praticato a quei tempi in tutto il mondo, anche il dio della Bibbia l'aveva richiesto."

"Stai attento... l'Arcivescovo di Canterbury potrebbe condannarti al rogo..." disse lei ridendo.

"Andiamo, si fa tardi per l'ora di pranzo! Se Tom comincia a sbraitare che ha fame, lo sentono fino a Stirling!"

"Domani, ti aspetto qui, verso le dieci, e continuiamo la conversazione. M'interessa molto" le dissi. 

Dopo pranzo, salii in camera e mi misi a consultare il libro.

'Maniola jurtina è comune in tutta Europa, dalle isole britanniche al fiume Ural. A nord raggiunge il 62° parallelo e a sud arriva fino all'Africa del nord, a est è diffusa fino all'Asia Minore.'

Che rete di informazioni aveva Kahl!

Ad un tratto, mi venne in mente un episodio che mi era capitato quando avevo quasi sette anni. Da poco ero stato accompagnato da Fiona al College. Non avevo capito perché si fossero sbarazzati di me e mi avessero depositato in Scozia, ma non m'interessava.

Quel giorno, ci avevano condotto nella campagna intorno a Edimburgo per fare delle osservazioni sugli insetti e il loro habitat.

Oggi direbbero nel gergo americano, bugwatching.

Ero, come il solito, insieme a James.

Dai cespugli, sbucò un signore occhialuto in pantaloni corti, bretelle e calzettoni, che con un retino correva, come un ossesso, dietro ad una farfallina dai colori sbiaditi. Il povero insetto mi si posò sul braccio e lui affannato mi gridò:

"Steady! Steady!" (Fermo! Fermo!).

Io però non gli diedi retta, perché mi dispiaceva che quella finisse, infilzata con uno spillo, nella sua collezione. Alzai il braccio e la feci volar via.

L'uomo si fermò minaccioso davanti a me:

"You, silly brat..." (Tu, sciocco marmocchio...) urlò. 

Scappammo via di corsa dagli altri compagni e ci infilammo nel gruppo.

Lì, nessuno avrebbe osato toccarci.

Quella, deve essere stata la prima informazione che Kahl ebbe di me.

Quale collegamento c'era tra la dea fenicia Tanit e i due particolari luoghi di frequentazione delle farfalle celesti?  

Ripassai mentalmente la storia dell'espansione dei Fenici nel Mediterraneo.

Prima la Siria, poi Cartagine nel nord Africa e infine probabilmente nell'Etruria.

Le cose tornavano riguardo a Kahl, ma dovevo approfondire la faccenda.

Scesi in cucina e chiesi alla signora di poter consultare l'Enciclopedia Britannica che avevo visto nello scaffale in sala.

 Questi grandi navigatori indipendenti si erano spinti fin sulle rive atlantiche della Gallia e sul Mare del Nord.

Avevano introdotto l'alfabeto lineare attraverso le loro colonie. Credevano che la divinità si manifestasse nel luogo stesso del culto, costituito da un altare a forma di tavolo e su cui praticavano sacrifici umani.

La religione fenicia, fin dall'antichità, aveva avuto un carattere astrale come tutte le religioni dell'Asia Minore. La dea Tanit era la signora dei cieli. Il suo culto sopravvisse, per lungo tempo, alla caduta di Cartagine e ebbe fedeli anche nell'antica Roma.

Quindi, i Druidi chi erano?

Ora, la faccenda s'ingrandiva un po' troppo. Per il momento è meglio lasciarli dentro quei loro cerchi di osservazione astronomica.

Abbandonato alla spalliera, ricostruivo passo per passo il filo logico dei fatti.

La scena di partenza sembrava chiara, Kahl poteva avere origini etrusco-fenicie.

Mancavano, però, le risposte a due interrogativi.

Per quale ragione, mi aveva incaricato di quel rito sull' altare della Cotannetta?

Che intendeva per ordinare il caos?

Per trovare la risposta al primo quesito dovevo interrogare gli altri piccoli che, probabilmente, si trovavano in quel luogo sinistro, che mi aveva descritto Maribelle, sempre se avessero voluto farsi vedere.

In quanto al secondo interrogativo, che tirava in ballo la fisica del caos, mi sarei rivolto al Professor Bartelett. 

Una macchina si era fermata davanti alla pensione.

Tom scese dal camioncino e scaricò della roba. Aveva un giornale ripiegato sotto il braccio.

Era quasi l'ora del tè. Scesi dabbasso.

Il signor Harold e sua moglie stavano guardando la fotografia della cattura del luccio sulla cronaca locale.

"Vieni a vedere, studente. C'è anche una parte che parla di te...qui... e uno studente di Edimburgo."

Tom aveva portato i sacchi della biancheria e dei rifornimenti per la pensione.

La signora cominciò a servirci tè e scones.

Tom, dopo aver afferrato la tazza con tutta la mano, perché aveva difficoltà con il manico, ci riferì che, appena fuori del giornalaio, aveva notato quello gnomo protestante di John Harris, fermo di spalle sul marciapiede, con il giornale aperto e che ad un certo punto lo aveva sentito sibilare: "...aveva sempre preso pesci da pochi penny e ora viene quello studente di Edimburgo e pesca un luccio di sei chili!" e che non si era meravigliato di vederlo strappare e accartocciare tutta la pagina.

I signori Muir risero fino alle lacrime.  

La mattina seguente attraversai il boschetto e mi sedetti in attesa, come Kahl al nostro primo incontro .

Sbucò il gregge seguito dai due cani. Il più piccolo corse da me e allegro mi fece le feste.

Ecco anche Maribelle.

"Ti ho riportato il libro. Mi è stato molto utile, grazie" e glielo porsi.

Da una borsa di scuola che aveva a tracolla tirò fuori un volumetto con una copertina di tela blu.

"Tieni, te lo regalo. E' un libro di poesie. Ne ho un'altra copia in casa" disse, sedendomi si accanto.

Lessi il titolo, The Golden Treasury.

I cani ripeterono la scena del giorno prima. La gatta grassa, meno discreta, sarebbe venuta a disturbarci strofinandosi addosso.

"Facciamo un gioco, aprilo a caso e declama una poesia."

Aprii il libro e mi capitò un sonetto di Shakespeare, Winter (L'inverno). Mi schiarii la voce e cominciai: 

When icicles hang by the wall

  And Dick the sheperd blows his nails,

And Tom bears logs into the hall,

  And milk comes frozen home in pails

(Quando i ghiaccioli pendono dal muro

  E Dick il pastore si soffia le unghie,

E Tom trasporta i ciocchi nell'atrio,

  E il latte giunge gelato nei secchi) 

Qui, m'interruppe con una fragorosa risata.

"E' troppo comica! Trovane un'altra, dove non ci sia mio fratello."

"Ecco, questa! E' un sonetto che Shakespeare scrisse sull'ingratitudine del suo giovane amico che se n'era andato, soffiandogli l'amica"

"Hai barato! Va bene, fa lo stesso."

Aveva ragione, perché quel sonetto l'aveva già letto alle lezioni della signora Bartelett. Glielo lessi senza esitazioni e con la giusta intonazione.

"Bravo! Proprio un attore di teatro." 

"Who's that fat fellow, over there?"(Chi è quel tizio ciccione, lassù?) dissi, indicandolo con la mano.

Maribelle guardò in quella direzione:

"Ma è il signor Harris con il suo setter irlandese! Ora, vorrà sapere dove Tom ha preso le pernici."

"Non credo," sussurrai "tenterà invece di farmi dire come e dove abbiamo preso il luccio"

"Quanto ci scommetti?"

"Mezza corona."

Ci demmo la mano, ma senza sputarci prima sopra.

Tom Harris non era un gnomo come asseriva Tom. d'altronde lo erano tutti al suo confronto, ma gli assomigliava molto, secondo l'iconografia corrente.

Salutò e si sedette con noi, mentre il suo cane e gli altri due si facevano i convenevoli, con saltelli e reciproche annusatine.

"Tu sei lo studente di Edimburgo, vero?"

"Corretto, Signore."

"Mi hanno detto che vivi in un'isoletta del Mediterraneo. Io sono un appassionato pescatore e forse te l'avranno già riferito. La nostra è una piccola comunità, sai. Mi piacerebbe sapere qualcosa sui tipi di pesca praticati laggiù, vuoi?"

Gli parlai delle reti e dei tramagli e gli dissi che venivano mollati in ben noti posti, detti mire, a seconda della specie ittica da catturare e delle correnti stagionali. In quanto alla pesca coll'amo, gli descrissi i palamiti o coffe, i filaccioni, che sono lenze singole ancorate e tese da un galleggiante, della traina praticata per i pesci e i molluschi predatori di passaggio e del semplice bolentino.

"Le canne da lancio sono usate solo dai turisti. La pesca sull'isola non è sportiva, ma di sopravvivenza" aggiunsi in fine, ma non mi sembrava così interessato.

"Non hai fatto mai delle belle pescate?" La prendeva alla larga, come un prete.

"Oh si, Signore" e gli raccontai di quella volta alla grotta del piccione.

"Prima di tutto, un pescatore deve essere fortunato e poi sono importanti la strategia e la tecnica", commentò ",ma per prendere dei particolari pesci con la lenza, non conosci dei metodi o delle esche particolari?"

"Non può essere più specifico, Signore?" risposi.

Rimase sconcertato.

"Dimmi, quanto sei uno Scozzese, studente!" fece lui, tutto rosso. 

"Fino al punto, che non trovo appropriato il titolo di Elisabetta II per l'attuale sovrana del Regno Unito. Elisabetta I non fu mai regina di Scozia."

Sentii il soffocato risolino di Maribelle. Si alzò e mi tese la mano.

"Well said, student!" (Ben detto) disse serio e si defilò con il suo cane nel bosco.

"Come lo hai messo a tacere!" esclamò la ragazza.

Le raccontai che ero stato tirato su da una madrina di sangue scozzese e per essere in carattere, le allungai il palmo della mano:

"My half crown, please!" (La mia mezza corona, prego!) feci.

Mi ci diede uno schiaffo. 

Mentre scendevo al lago, mettevo a confronto i due ambienti, quello del loch e quello che mi attendeva a circa duemila chilometri più a sud.

La mia frase, al termine della conversazione con il signor Harris, ben presto sarebbe divenuta di dominio pubblico nella comunità, proprio come avveniva sull'isola.

Con la differenza, però, che qui si usavano quali mezzi di comunicazione il telefono, le battute di caccia o di pesca, gli inviti a tè o alle partite di whist e invece, laggiù, le cantine, le bettole, le cave di granito, il cimitero, il lavatoio e il sagrato.

Nel secondo ambiente, l'umanità, spolta da fronzoli e formalità, ne veniva fuori trionfante, con tutti i suoi colori, tramite uno stuolo d'attori semplici, calorosi, arguti e creativi.

Vivere in una salottiera e spiritosa commedia di G. B. Shaw o in una passionale e movimentata farsa di Shakespeare?

E' meglio il colorito termine punk (fraschetta) o il delicato equivalente francese, cocotte?

Io avevo, comunque, preso la mia decisione. Mi si confaceva di più un ruolo, in un angusto ambiente di semplici contrasti affettivi, che l'emotività umana, a volte riusciva ad ingigantire, fino a trasformarli in eventi di forte drammaticità.

Sorgeva ora e più in profondità nella mia mente, un altro scottante interrogativo. Forse ero davvero paranoico.

 Quella decisione era stata presa dal mio vero io o era il risultato di insinuazioni non udite, ma comunicate direttamente al mio inconscio?

"That is the question!" disse il principe Amleto.

D'altronde, Kahl sembrava percepire il mio pensiero senza avere bisogno che il mio cervello lo elaborasse in suoni articolati.

Quest'ultima alternativa, proprio perché assurda, meritava una più accurata analisi. Ciò che in principio sembra illogico, spesso risulta vero.

Io non sono in grado di comunicare con gli insetti e neanche loro con me, ma i piccoli esseri di questa regione avrebbero potuto influenzarmi, insinuandosi nella mia mente, per istillarvi un latente desiderio di un diverso stato di appagamento, in modo da trattenermi sull'isola di Kahl.

Dovevano quindi esistere, ma non necessariamente.

Perché poi ero stato scelto?

Perché ero risultato il più ricettivo e il più utilizzabile  oppure perché avevo salvato la farfallina spia?

Se le cose stavano così, la mia situazione non era che il risultato di un complotto, concertato molti anni addietro, tra Kahl etrusco e i suoi compagni scozzesi.

Bloody hell! perché scervellarsi tanto? (All'inferno!)

Che valore aveva l'autenticità della mia decisione, rispetto ad una vita ricca di tutte le debolezze umane, pietà, amore e anche paura.

 Avrei dovuto solo ringraziarli! 

Al ritorno, la signora Hilda mi disse:

"Oggi nel pomeriggio, in sala, si terrà il torneo annuale di whist, indetto da Lady Windsworth, e offriremo un high tea (gran tè) e aggiunse se volevo dare una mano a Mary Bell, perché suo marito e lei sarebbero stati occupati ad intrattenere gli ospiti.

"Con grande piacere, Signora" le risposi. 

Subito dopo pranzo, mi ritirai nella mia stanza. Presi la mappa della Scozia centrale e comincia a studiarla. Con la bussola allineata con il nord annotai mentalmente la direzione in gradi e primi. Misurai la distanza.  Circa quaranta chilometri fino al loch Lomond dove sfociava il fiume Forth. Forse, non dovevo spingermi così lontano. Sicuramente, dovrò pernottare sul posto. Sentii arrivare la prima macchina degli ospiti.

Scesi in cucina.

Maribelle era al lavoro. Distribuiva su grandi vassoi scones caldi, fette di plum cake, budini di crème caramel, tartine al formaggio e così via.

"Le tazzine vanno sul tavolino accanto al buffet. Prendi anche i piattini e le posate. Poi, aiutami a portare questi vassoi" disse.

"As you will, Madam!" (Come lei vuole, Signora!) risposi sull'attenti.

"You, daft!" 

"Ah, i tovaglioli!"

Gli invitati stavano prendendo posto sui divani e le poltrone di fronte alle bay-window.

Il servizio procedeva in maniera perfetta. Quando giunsi dai signori Harris, lui mi sussurrò ammiccando:

"Perché non hai messo il tuo kilt?"

Non risposi, però avrei voluto dirgli che, per me, poteva andare anche un gonnellino da legionario.

Si sedettero finalmente ai tavoli e iniziarono a giocare a carte. Sparecchiammo quelli da tè.

In cucina, chiesi a Maribelle:

"Qual'è Lady Windsworth?"

"Quella che assomiglia a Annie bee."

Con gli occhi, la cercai tra i tavoli.

Per poco, non scoppiai a ridere. La faccia tonda, pettoruta, con un bottone di naso e i capelli neri tirati su, in una secca crocchia in punta al capo.

Era il ritratto vivente dell'ape Annie dei vecchi fumetti da ragazzi.

Ci sedemmo sul divano, al lato dell'entrata.

In un angolo c'era anche la madre decrepita di Annie bee che ogni tanto si appisolava. Mi annoiavo e dissi a Maribelle:

"Senti, vado a fare quattro passi e mi fumo una sigaretta."

Mi alzai e vidi che la vecchia Lady aveva fatto altrettanto. Mi feci da parte, per farla passare. Curva, i ricciolini bianchi incollati sulla testa, le guance imbellettate di rosso e le scarpe basse di vernice allacciate con un bottone di madreperla.

Il vestito lungo di seta marrone scuro, con una bavaiola di pizzo antico, le conferiva l'aspetto di un baccello secco di carrubo. Le aprii la porta.

Appena fummo fuori, si voltò verso di me e disse risoluta:

"Young man, can you spare me a fag?" (Giovanotto, ti avanza una cicca?)

Rimasi un po' sorpreso da quel linguaggio, ma esaudii il suo desiderio. Forse Annie bee le proibiva di fumare e lei coglieva senza preamboli ogni occasione per fargliela in barba.

Si sedette su una panchina e cominciò a fumare avidamente.

La tenni d'occhio, non volevo che si addormentasse, ma non accadde.  La sua sigaretta divenne ben presto un piccolo mozzicone e forse, per decenza  non c'infilò uno spillo.

Mi avvicinai e lei tese il palmo della mano. Presi pacchetto e fiammiferi e ce li depositai. Mise tutto, rapidamente, nella borsetta e ritornò dentro senza proferir parola.

Questo significa farsi ubbidire!

La stessa tattica che aveva adottato Kahl nei miei confronti.

I coniugi Harris vinsero il piatto d'argento in palio.

Ne fui contento. Almeno lui avrebbe lenito in parte le sue frustrazioni di caccia e pesca. 

Tra queste piacevolezze ero ormai giunto alla metà di luglio.

Cominciavano a farsi vedere i primi turisti.

In genere, americani che di scozzese avevano solo il cognome e si trattenevano solo per il fine settimana.

Era passato più di un mese e mezzo da quando avevo lasciato l'isola. Ero sulle tracce delle farfalle celesti e dovevo decidermi ad iniziare quella lunga escursione verso il loch Lomond. La temperatura molto mite mi avrebbe facilitato il pernottamento all'aria aperta.

Non potevo indugiare oltre e quella mattina a colazione, espressi il desiderio di iniziare il lungo wilderness walk. Una escursione nella natura selvatica senza sentieri. 

"Fin dove pensi di arrivare?" mi chiese il signor Harold.

"Dalle parti di loch Lomond"

"E' una bella camminata e dovrai fermarti lì per la notte"

"Sì, lo so"

"Ho un sacco a pelo e ti farebbe comodo."

"No la ringrazio, mi ha sempre dato l'impressione di una camicia di forza. La temperatura è estiva e l'erba è soffice, userò il plaid che mi ha consigliato Lady Banthorpe. Sarò più libero per far fronte a qualsiasi evenienza."

Mi guardò, annuendo con approvazione.

"Quando vuoi partire?" intervenne la signora Hilda.

"Domani mattina, dopo colazione."

"Ti preparerò dei sandwich per pranzo e per cena, un thermos di tè con latte e zucchero e una bella porzione di apple pie"

"...e delle mele cox del mio orto!" aggiunse lui. 

La mattina, bardato di tutto punto, partii.

Oltrepassato il boschetto di betulle, vidi Maribelle che mi aspettava seduta sull'erba.

"Allora, vai alla ricerca delle farfalle celesti?" disse, vedendomi con lo zaino e gli indumenti che avevo acquistato a Edimburgo.

"Vedi, questa è la direzione. Giunto ai piedi di quella collina, vai leggermente a sinistra. Sulla cima si scorgono degli alberi, vedi? è l'inizio di una foresta di querce che poi scende in una valle con magnifici pascoli. Sali sull'altopiano di fronte e ti troverai in un bosco con delle radure, alte rocce di granito e diverse sorgenti. Da lassù, puoi vedere, a sinistra, una ripida valle che termina nel fiume e, a destra, il loch Katrine. Quello è il posto. Quando pensi di tornare?"

"Se tutto va bene, domani, verso l'ora di pranzo" risposi e la salutai. Il cane nero mi venne dietro per un certo tratto e poi tornò dalla sua padrona.

Mi tolsi le scarpe e le calze. Verso la metà della pianura, vidi il secondo laghetto che era alimentato dal primo con un tratto di fiume. L'erba era qui molto folta.

Dopo quasi due ore, giunsi all'inizio della foresta, in cima alla collina.

Mi sedetti, per rimettermi calze e scarpe e sentii uno squittio.

Un grosso scoiattolo grigio, su un ramo, si agitava freneticamente cercando di attirare la mia attenzione.

I piccoli scoiattoli fulvi, originari di queste zone, sono scomparsi da quando quelli grigi furono introdotti dagli Stati Uniti. La stessa sorte è toccata ai gamberi di fiume che ora sono stati rimpiazzati da quelli, mostruosi e neri, americani.

Gli scoiattoli grigi sono molto sfacciati ed entrano anche nelle case a rubare.

Presi una mela dallo zaino, ne tagliai un pezzo e glielo porsi. Squittì di contentezza, l'afferrò con tutte e due le manine e lo mangiò avidamente.

Cercai qualche precedente pista, ma non vidi altro che passaggi di conigli selvatici. Notai dove avevano raspato e i caratteristici escrementi. Se mi fossi portato dei lacci, al ritorno, ne avrei preso qualcuno. Consultai la bussola e mi inoltrai tra le felci. Lo scoiattolo mi seguiva, saltando di ramo in ramo. Non mi abbandonò finché non gli ebbi servito tutta la mela.

 Sono velocissimi e, quando cerchi di focalizzarli, non vedi altro che una piccola ombra sullo sfondo verde.

Gli esserini dovevano muoversi allo stesso modo, ma a velocità superiore, lasciandoti solo l'impressione di averli visti. Con quelle grandi orecchie sporgenti, potevano captare il minimo rumore e correvano a nascondersi prima che tu fossi nei pressi.

La foresta non finiva mai.

Il caratteristico effluvio di orina di volpe.

Niente di straordinario, dove c'erano i conigli o le lepri, ci dovevano essere anche questi carnivori.

Finalmente, rividi la luce.

Il grande pascolo luminoso che mi si apriva davanti aveva la forma di un profondo catino. 

C'erano in giro molte farfalle, anche con ali celesti, che svolazzavano irregolarmente sull'erba.

C'era qualcosa di particolare nel loro comportamento, però. 

 Sembrava, infatti, che non riuscissero a volare basse per lunghi tratti, perché ad un certo punto, come se si fossero stancate, smettevano di battere le ali e si abbandonavano ad una forza ascensionale, fino a scomparire nel cielo.

   Le forti correnti in quota, parallele al suolo e dirette a sud, dovevano creare un vuoto nel catino, risucchiandone l'aria.

Proprio così!

Avevo trovato la pista di decollo estivo delle farfalle celesti.   

 Mentre mangiavo, facevo delle considerazioni sul tempo impiegato per quel viaggio di duemila chilometri. 

Sull'isola, in autunno, avveniva la riproduzione, i loro bruchi svernavano in quel clima mite, quindi sfarfallavano a marzo e infine giungevano sui prati della Scozia centrale, a fine maggio. Probabilmente per trovare un'estate meno arida e calda e un habitat ancora primaverile.

Il loro decollo dall'isola poteva avvenire sulla superficie del mare. Su in alto le farfalle imboccavano poi i corridoi del vento, che conducevano in varie direzioni.

Perciò, un'informazione, o nuova, dalla Scozia diretta a Kahl, doveva impiegare circa due mesi, con una velocità di trenta chilometri al giorno. Se ora, come aveva detto lo spiritello, si stabilisce una proporzione tra la lunghezza della loro vita e il tempo impiegato dai messaggi, e considerando che una lettera impiegava tutto sommato una settimana, gli esserini dovevano campare circa mille anni e noi in media ottanta.

Ne fui sbalordito. Cercherò una conferma appena avrò l'occasione di interrogarne uno, sempre se vorrà essere così disponibile.

C'era solo una difficoltà, questo tipo di migrazione di andata e ritorno, nel caso degli insetti, era stato osservato solo per quelle farfalle, dette Monarca, che si spostavano tra il Canada e il Messico, ma dopo successive generazioni per una distanza circa uguale a quella tra l'isola e la Scozia.

Per confermare quello che aveva affermato Kahl, sarebbe stato necessario iniziare un esperimento di doppia marcatura. Avrei chiesto a Maribelle di partecipare alla ricerca.

Il fallimento dell'esperimento poteva significare che questi insetti erano in grado di trasmettersi, da una generazione all'altra, delle particolari informazioni, ma tutto diventerebbe più complesso e meno credibile.

Ripresi il cammino, godendomi i decolli delle farfalline che ora sentivo di amare come delle mie stesse creature.

Dopo più di un'ora raggiunsi la base del bordo opposto di quel catino verde. Guardai la bussola e cominciai a salire. 

In cima, trovai uno stretto altopiano che precipitava, a sinistra, sul letto di un fiume e, a destra, degradava fino al grande loch Katrine.

Entrai nel lungo bosco formato da faggi e, più in su da larici, e, in fine da alti abeti rossi molto fitti.

Ora mi trovavo su un altro pianoro disseminato da strani pinnacoli di granito rossastro, circondati da folti cespugli, e tappezzato da prati rigogliosi. Un paesaggio fiabesco. Avanzavo lentamente, trattenendo il fiato per non turbarne l' atmosfera.

Il cerchio druidico.

Mi affacciai tra i grandi massi squadrati.

Era perfetto, con circa trenta metri di diametro e un folto tappeto d'erba, color verde bluastro.

Feci un passo avanti per entrare e sentii un belato.

Una pecora beige, con testa e zampe di un marrone scuro, trotterellò verso di me e si fermò a guardarmi. Non voleva che entrassi?

Occhi scoloriti e sguardo neutro.

Le passai la mano sul manto morbido e folto. Sembrava di razza shetland. Le guardai l'interno delle orecchie. Non c'erano marcature di sorta.

Nessun allevatore l'aveva persa, dunque.

Percorsi uno stretto passaggio, incassato tra alte rocce, e mi fermai davanti ai ruderi dell'insediamento religioso.

La pecora, che mi aveva seguito, proseguì, girò a sinistra, scese lungo un muro diroccato, e sparì di vista. Le andai dietro e la trovai che si abbeverava ad una sorgente. Aspettai il mio turno.

Risalii su. seguendo l'animale. La pecora ad un tratto girò a sinistra e m'introdusse in uno spiazzo squadrato.

Ora, mi trovavo alla base di un lungo rettangolo, delimitato da quattro muri diroccati. L'impiantito di una antica chiesa. Il muro di destra era il più alto e con due strette aperture sormontate da archi acuti. Addossata alla parete di fronte, che recava ancora tracce d'intonaco, c'era un'alta panca di pietra. Poteva essere anche un altare, costruito con tre spesse lastre squadrate di granito.

Mi avvicinai e notai che quella superiore era stata scavata nel centro a forma di goccia in pendenza. La sua punta terminava in un foro, occluso da lunghi ciuffi d'erba.

Sul terreno a metà della chiesa c'erano due riquadri di granito, uno chiuso e l'altro aperto.

Incuriosito, mi avvicinai a quest'ultimo e vidi degli scalini che si perdevano nel buio. Forse una cripta. Un luogo di sepoltura, come si usava nei tempi medioevali. Deposi lo zaino a terra e scesi fin dove potevo vedere.

Proprio all'altezza della testa, notai un fagottino che pendeva dal soffitto e lo toccai con un dito.

Non so chi dei due ebbe più spavento perché emettemmo, contemporaneamente, un grido.

La nottola si allontanò, svolazzando irregolarmente nel cielo.

"Stupida bestiaccia! Sloggia a Newcastle dalle tue compagne!" le gridai.

Da queste parti, si sostiene che tutte le nottole sono laggiù, in quella città inglese, al confine meridionale della Scozia. Doveva essere venuta quassù, per cibarsi delle farfalle e certo non era sola.

La pecora, come il Rettore, era rimasta impassibile e mi fissava con quello sguardo da sorniona...o da ebete? 

Mi sedetti sulla panca. Sì, meglio chiamarla così. Ero troppo agitato in quel momento. Mi servii del tè caldo e mangiai un pezzo di apple pie.

Volsi lo sguardo in giro, per vedere dove avrei potuto pernottare e incontrai di nuovo gli occhi della pecora. Stavo per mandarla via, quando pensai di usarla come scaldino, tanto non mi si staccava di dosso.

L'inverecondo scoiattolo americano sarebbe stato più di compagnia.

Mi rammaricavo di non aver portato una torcia elettrica. I fiammiferi li avevo dati alla vecchia carruba.

Al ritorno, avrei spedito all'isolano una cartolina con la cartina della Gran Bretagna, con una freccia ad indicare in quale parte di mondo mi trovavo. Sarebbe stato contento e l'avrebbe mostrata a tutti.

"Guarda dov'è a fa' danno!" avrebbe detto. Per lui, ero sempre un ragazzo sbadato e forse, lì, lo ero davvero. Muovevo i primi passi nel mondo degli affetti.

Nel College, eravamo come delle gocce di mercurio che si inglobavano, per formarne una sempre più grande e potente. Il ragazzo più forte si sarebbe battuto, per me, fino all'ultimo, perché ne sentiva il sacro dovere, ma non provava, nei miei riguardi, alcun sentimento. Io, da parte mia, avrei fatto altrettanto, se me l'avesse chiesto.

Nessuno avrebbe tradito, se non esistevano legami affettivi. C'era, tra noi, una sana competizione atta a stabilire il comando e il miglioramento. Tutto doveva essere razionale, pianificato ed eseguito senza farsi influenzare dalle emozioni.

Quella nottola non mi avrebbe spaventato qualche anno fa, anzi sarei entrato, con calma, nella cripta e l'avrei ricacciata con tutte le sue compagne, a legnate, verso l'Inghilterra.

Mancavano pochi giorni alla consegna dei diplomi e Lady Banthorpe mi convocò nel suo ufficio. Aveva ricevuto una lettera in cui si richiedeva la mia presenza presso una banca di Londra, perché essendo io ormai maggiorenne, avrei dovuto annullare le clausole inerenti ad una somma depositata a mio nome.

La Lady non sembrava meravigliata e mi consigliò di partire subito dall'aeroporto con lo shuttle Edimburgo-Londra. 

Il diploma avrei potuto ottenerlo per posta, insieme con una sua lettera di presentazione, se ne avessi avuto bisogno. Inoltre, avrei ricevuto a vita il bollettino annuale del College. Infine mi pregò di comunicarle il mio indirizzo, quanto prima possibile.

Da un cassetto della scrivania tirò fuori un libretto blu e uno di quei soliti fogli prestampati da riempire e me li mise davanti.

"Lo abbiamo richiesto a tuo nome qualche tempo fa, ora devi solo firmare qui e qui" disse. 

Un passaporto britannico.

Non chiesi spiegazioni e la ringraziai per tutte le attenzioni che mi aveva dedicato, in questi dodici anni di collegio.

 Lei sorrise e disse che fino alla mia maggiore età, era stata la mia legal guardian (tutrice).

Salutai formalmente tutti i miei compagni e dissi loro che potevano contare su di me in qualsiasi momento e loro fecero altrettanto. Il nostro cameratismo ci avrebbe legato per tutto la vita e il College sarebbe stato il nostro tramite.

Bene, con quel notevole gruzzolo in banca, mi venne voglia di visitare tutti i posti storici e d'arte del Mediterraneo. Partii da Londra per Atene.

Errai così, per un paio d'anni.  

Quei popoli vivevano come se dovessero morire il giorno dopo e costruivano case come se fossero immortali.

Loro, semidei ed io .... un rifiuto internazionale.

L'Italia sarebbe stata l'ultima tappa. Le sue splendide città, la lingua cantata e non monosillabica e poi in fine, un mesto ritorno a casa.

Alla stazione di Roma, presi un taxi per farmi portare in una pensione.

Una volta a bordo, dissi che provenivo dalla Scozia, ma che ero italiano, nato in quella stessa città.

"Sarà," rispose il conducente, divertito "ma lei parla come Stanlio e Ollio!". Aveva ragione, come se l'esserlo fosse stato una razza e non una formazione sociale. 

Alla necropoli etrusca di Tarquinia, un signore mi parlò di una piccola isola del Tirreno, dove quell'antico popolo si era insediato per sfruttarne i giacimenti di ferro.

Mi prese una vera smania di visitarla e proprio là, su quella minuscola terra in mezzo al mare, incontrai di persona quel mondo shakespeariano che avevo ammirato e vissuto, solo come una geniale espressione artistica.

Dalla fucina del mio animo, vennero fuori, a poco a poco, tutti quei sentimenti ignorati che giacevano lì, allo stato grezzo. Una nuova e sconcertante adolescenza.

Scoprivo come erano eccitanti e contraddittorie le debolezze umane e come era gratificante abbandonarsi ad esse.

Quel sublime mondo letterario non era un'invenzione poetica, ma la vera realtà umana che il giovane Shakespeare aveva vissuto a Stratford upon Avon e riportato poi sulle scene.

Quanto tempo mi sarebbe occorso per maturare in un semplice contadino o pescatore, in balia di passioni contraddittorie?

Comunicai il mio indirizzo al College e non mi mossi più, fino a due mesi fa. 

Intanto, cominciava a far buio e la pecora mi si era accovacciata ai piedi. Mangiai qualche sandwich e delle mele. Ne offrii un pezzo alla pellicciona, ma lo rifiutò. Forse aveva sonno. Avrei dormito sotto l'altare. Presi il plaid e m'infilai nel ricettacolo. La pecora mi faceva da porta e da scaldino. L'aria notturna, a quest'altezza, era piuttosto pungente. 

La vasca dell'altare, piena di sangue rosso cupo, riflette la luce fredda della luna e gocce, calde e vischiose, dal foro mi scolano sulla faccia, m' impregnano i vestiti... 

Aprii gli occhi di scatto, completamente dissonnato. La pecora mi alitava addosso. Sentii dei flebili suoni, quasi delle parole. Sgusciai fuori, senza disturbare l'animale. Era buio, ma un tenue bagliore tremolante proveniva dalla cripta. Un soldato scozzese non ha paura di niente, mi dissi e, freddo e risoluto, discesi le scale.

Ce n'erano cinque o sei, tutti di pelle scura, con tunica di lana, cintura e dea. Ogni tanto, ne spariva uno, per poi ricomparire in un altro posto.

"Succede, quando si muovono e si fermano" mi dissi senza emozione alcuna. Quelli molto giovani facevano le linguacce, come bimbi dispettosi, e con quelle orecchie sporgenti e le bocche ghignanti sembravano piccole antefisse da tempio etrusco.

Il più anziano, fermo e impalato, mi rivolse la parola.

"Noi sappiam chi sei e pur quel che vuoi, di Kahl il rito celebrar non puoi" cominciò enfatico, ma poi più amichevole, dismise i versi.

"In una lontana vita passata, eravamo dei fanciulli, per lo più fenici, e fummo sacrificati alla dea Tanit. Il nostro sangue, versato nella vasca dell'altare, fu raccolto in un vaso e poi disperso nei campi. Esso contiene la forza nascente della natura. I nostri corpi furono bruciati e il sacerdote, ponendo il simbolo d'oro nelle ceneri, ci conferì questa nuova vita. Allo scadere del millesimo anno, dobbiamo spogliarci di tutto, far divampare un incendio e bruciare dolorosamente tra le fiamme. Se un sacerdote designato ripete il rito, potremo ricominciare il nostro compito. Dove siamo noi, c'è sempre un altare o le sue vestigia. Tutto è stato programmato da me, il più anziano" disse e mi tracciò il segno della dea con il lungo dito.

"Non temere la dea di Kahl sarà ritrovata e, a te, ora sacerdote, vada la nostra eterna gratitudine, addio!" aggiunse in fine.

Sparirono tutti, lasciandosi dietro a gust of wind (uno sbuffo di vento).

"Non avevo neanche notato, in che lingua m'avesse parlato."

Bene, ora siamo pari, amici spiritelli!

Presi la piccola torcia, fatta di rami resinosi di conifera, e risalii le scale. 

Com'è possibile ottenere, da un mucchio di particelle incoerenti di cenere, una nuova struttura organizzata e funzionante, in altre parole vivente? 

  La scienza non è in grado di darcene una spiegazione; ma se il fenomeno della nuova vita degli spiritelli non è né dimostrabile e neanche confutabile, esso deve giungerci da un mondo esterno e dominante, e quale?

Crollavano, una ad una, tutte quelle dialettiche affermazioni, "prima approssimazione", "estremamente improbabile", "non da escludersi a priori", che mi erano servite solo per arrampicarmi sugli specchi di una ragione impotente.

La matematica con i suoi assiomi stabiliti non potrebbe far altro che segnare un fallimento del sistema logico. Potremmo inventare nuovi postulati ad hoc, ma sarebbe poco serio se non ridicolo..

Forse, solo nell'immaginazione, o intuizione, è da ricercarsi la verità

Il mio amico drammaturgo aveva affermato:

"Ci devono essere più cose tra terra e cielo di quante l'uomo possa percepire e comprendere."  

Cominciava l'albore.

Guardai l'ora, erano quasi le cinque del mattino.

Riunii la mia roba e dissi, in italiano, alla pecora di alzarsi, ma non lo fece. Ripetei lo stesso comando gentilmente in inglese e si alzò subito. Allora non era così stupida come sembrava.

Arrivati al cerchio druidico, ce la spinsi dentro. Trotterellò nel mezzo e belò.

"No, non temere, non ho intenzione di profanare il tuo sacro prato." 

Feci colazione con tè e dolce.

Mi restavano ancora due cox nello zaino e forse avrei incontrato di nuovo quell'accattone sfacciato di un americano. 

Erano le undici passate, quando trovai Maribelle, seduta presso il solito boschetto.

"Le pecore e i cani, dove sono?" le chiesi, sedendomi pesantemente accanto a lei.

"Sono lassù, in alto" rispose e poi aggiunse:

"Li hai visti?"

"Ti prego, niente domande, sono troppo scozzese in questo momento!"

 Le raccontai quello che avevo scoperto sulla migrazione delle farfalle e le chiesi se voleva partecipare alla ricerca. Lei qui e io laggiù, sull'isola.

"Dobbiamo marcarle sul torace con una piccola goccia di smalto, anche quello rosso per le unghie. Io ne userò uno bianco."

 "Mi piacerebbe molto!" rispose felice.

"Tu comincerai a metà giugno e io a metà marzo. Se catturerai una farfalla con un puntino bianco, aggiungi il tuo. In quanto a me se, a settembre troverò delle farfalle con i due puntini, significherà che questa specie compie un'eccezionale migrazione di andata e ritorno senza generazioni intermedie e te lo comunicherò subito. è necessario marcare più individui possibile, perché nella migrazione possono prendere varie direzioni, a seconda delle correnti, e disperdersi da per tutto."

Poi, le dissi che dovevamo costruirci due retini con un lungo manico e che potevamo fare una prova fin da ora, dato che per settembre contavo di essere di nuovo sull'isola.

"Domani, vieni su da me, ci faremo aiutare da Tom."

La salutai e corsi giù verso la pensione. 

"Tutto bene?" fece la signora. Risposi di sì.

"Ha telefonato il Professor Bartelett e ha chiesto di te. Gli abbiamo detto dove eri."

"Meno male" pensai, nel mio ruolo di studente.

"Ha detto inoltre di chiamarlo, se ne hai bisogno, verso la fine di agosto, perché partiva con la sua signora per un congresso negli Stati Uniti."

Durante il pranzo, parlai della scoperta che avevo fatto sulla migrazione delle farfalle e poi chiesi al signor Harold se le volpi della zona mantenessero la popolazione dei conigli ad un livello accettabile.

"A me non fanno alcun danno, ma Tom si lamenta sempre che gli mangiano tutto. Il suo orto confina con il bosco e non può far fronte ai loro furti con il fucile, perché quelle bestie hanno l'abitudine di lavorare solo di notte, come veri ladri."

"Andrebbero puniti. Hanno tanta erba a disposizione quegli approfittatori" commentai, mentre una certa idea mi frullava per la testa.

"Ci avrei pensato io a togliergli il vizio!"

L'isolano avrebbe detto proprio così.

Gli parlai della mia intenzione di iniziare una marcatura delle farfalle in collaborazione con Maribelle.

 "Penso di andare su da lei domani mattina e farmi aiutare da Tom a costruire due retini."

"Ho degli spezzoni di rete nel magazzino. Te li preparerò per l'ora di cena."

Lo ringraziai e salii in camera.

Mi lasciarono dormire, senza svegliarmi per il tè. Dopo cena, il signor Harold mi mostrò i ritagli di rete. Andavano bene. Domandai alla signora se avesse per caso una cartolina con la mappa delle isole britanniche.  Andò a prenderla e me la consegnò.

"Domani, devo andare al villaggio e te la spedirò, da lì" disse lui.

In camera, scrissi la cartolina. Mi faceva ancora sonno e mi ficcai a letto.

All'alba, salutai il lago e la campagna, ormai avevamo fatto amicizia e ci conoscevamo bene.

Maribelle mi aspettava, seduta sulle scale, con i due cani. Le feci vedere la rete.

"Bene, proprio quello che ci voleva. Tom é nel magazzino e ha cominciato a lavorare. Vieni."

Salutai Tom. Aveva già preparato due cerchi di metallo con dei lunghi gambi e ne stava fissando uno ad un paletto con diverse volte di filo di ferro.

La ragazza disse che doveva far uscire le pecore e che nel pomeriggio avrebbe cucito la rete.

Quando Tom ebbe finito, gli chiesi:

"Hai mai pensato di mettere dei lacci per i conigli?"

"No, non so neanche come si fa" rispose. Mi feci dare un pezzo di filo intrecciato d'acciaio e lo foggiai a forma di cappio.

"Vedi, se ora lo leghi a un ramo di un cespuglio o a una traversina di legno dove c'è il passaggio di un coniglio, quello ci rimane."

"Povera bestia!" commentò.

"Tutti a mangiare tranne chi lavora, dicono i contadini dell'isola, quando i conigli entrano nella vigna a sciupare l'uva o nell'orto a farsi crescere le piantine in bocca"

"Bravi, ben detto! Quelle bestie hanno tutta l'erba che vogliono, ma preferiscono le mie verdure. Fammi vedere come si fa!" disse convinto.

Mi condusse nell'orto.

Due lati di questo confinavano a poca distanza con i cespugli del sottobosco.

"Guarda questo passaggio tondo, da qui esce sicuramente un coniglio. Sono abitudinari e battono sempre le stesse piste" dissi.

Piegai un arbusto e ci legai il cappio, aprendolo e adattandolo al passaggio.

"Per tenerlo in posizione ora ho bisogno di uno spago o di un pezzo di filo di ferro."

Corse nel magazzino e tornò con del filo di ferro.

"Ecco, il laccio è pronto. I conigli non muoiono strozzati, ma d'infarto per lo spavento. Se tu ti apposti nell'orto di notte e spari una fucilata in aria sicuramente, qualcuno ci rimane secco!" gli spiegai e lui rise di cuore.

"Quegli isolani laggiù, le hanno dovute studiare tutte per sopravvivere"

"Sai come dicevano gli antichi Romani? Mors tua, vita mea e cioè your death is my life!"

"In guerra, è proprio così e ora i nemici da combattere sono loro" rispose divertito.

"Piazza i lacci intorno all'orto e non dire niente a nessuno!" gli dissi.

"Elisa, un'isolana molto abile, una volta mi raccomandò di metterne due di lacci sulla pista del coniglio, ad una certa distanza l'uno dall'altro. Perché quelli più furbi scansano il primo, ma sicuramente rimangono nel secondo" aggiunsi in fine.

Rimase a bocca aperta. Lo salutai e andai a raggiungere Maribelle. 

La mattina dopo presso il boschetto.

Maribelle aveva due retini e la borsa a tracolla. Appena mi vide, disse:

"Tom ha preso tre grossi conigli, non mi ha detto come ha fatto, ma qui c'entra il tuo zampino! C'è qualche ricetta particolare, nella tua isola? Perché, domenica, voglio ricambiare l'invito"

Le consigliai di tagliare i conigli a pezzi e di metterli a marinare, la sera prima, in aceto e acqua, per togliere il sapore di selvatico.

"Poi, li fai stufare lentamente con olio, aglio, pepe e erbe aromatiche. Patate e rape, cotte alla stessa maniera, faranno un buon contorno. Per dessert, puoi preparare un semplice sponge-cake." (gateau)

"Sarà una novità! Voglio chiamarla wild rabbit à l' insulaire" (coniglio selvatico all'isolana) disse.

"Ora, però pensiamo alla ricerca. Dovresti tenere un quaderno di laboratorio e annotare data e numero di individui marcati. Questa di oggi, sarà solo un'esercitazione." Cominciammo la caccia.

Quando ne prendevamo una, la tenevamo delicatamente per le ali chiuse a libro e facevamo finta di marcarla con una goccia di smalto e soffiandoci anche sopra, prima di liberarla.

"Povere bestie, quanti strazi!" mormorai. I cani erano interessatissimi alla nostra attività. Poi, capirono, e, quando vedevano una farfalla, abbaiavano per attirare la nostra attenzione. 

Il pranzo della domenica fu un vero successo e la signora Hilda volle subito la ricetta.

Tom, sottovoce, mi disse a parte:

"Se lo viene a sapere, Tom Harris, verrà subito a chiederti delle spiegazioni. Ho saputo come gli hai risposto per il luccio. Hai fatto bene. E' un ficcanaso protestante!"

I cattolici avevano, non molti anni fa, subito delle forti discriminazioni e, talvolta, si erano visti negare un posto di lavoro.

Nei giorni che seguirono, aumentò il flusso turistico e mi venni a trovare esattamente nella situazione che avevo previsto la sera del mio arrivo.

Il wild rabbit à l'insulaire entrò definitivamente a far parte del menù della pensione. Tom, come bracconiere, stava diventando molto bravo e non correva neanche il pericolo di essere esiliato in Australia, come nei tempi passati.

 Con quell'andirivieni e tanta gente da servire, i nostri rapporti erano diventati necessariamente formali. Tuttavia, capitava a volte di conversare, con i clienti stranieri che, in genere, mostravano una grande curiosità per tutti gli usi e i costumi del paese.

Una volta, una signora americana mi chiese perché i Britannici tenevano la forchetta sempre con la mano sinistra e guidavano pure a sinistra. Le risposi che anche la Regina faceva altrettanto. Passai così da bravo suddito, un po' pecorone, e tenni per me l'opinione, che l'uniformarsi agli altri Stati avrebbe slegato questo paese e annullato la sua influenza. 

Mancava una settimana alla fine di agosto. Telefonai al Professor Bartelett, fissai un appuntamento e gli dissi che gli avrei inviato un progetto, per un dispositivo che mi era venuto in mente, come quella volta della sfera con l'interno a specchio. Si mostrò molto disponibile.

Ci avevo pensato su, nei momenti di riposo, nella mia stanza. Volevo fare un esperimento, per vedere se, con un continuo flusso di energia, era possibile ottenere delle strutture ordinate da un sistema caotico. 

Le pedine di una dama, sparse alla rinfusa, non potevano disporsi nelle caselle in maniera ordinata, solo dando una scossa alla scacchiera, se non per un caso estremamente improbabile, in altre parole miracoloso.

Se, invece, fossero numerose palline ad essere sottoposte ad una progressiva agitazione, sul fondo di una scatola, forse avremmo ottenuto delle strutture regolari che, a maggiori velocità, potevano alternarsi a stati di completa confusione.

Nell'esperimento progettato, le particelle di un gas prendevano il posto delle palline, la scatola sostituita da un recipiente di vetro e l'agitazione ottenuta variando la temperatura.

I tecnici di laboratorio del College potevano facilmente realizzare il semplice dispositivo e con una spesa irrisoria.

Verso la fine della settimana, decisi che era venuto il momento di separarmi dall'incantato paesaggio e dai suoi gentili abitanti.

I Muir mi regalarono un piatto d'argento vittoriano e questo fu l'unico regalo per quel diploma che avevo preso cinque anni prima.

Il signor Harold si offrì di accompagnarmi in Bentley, al villaggio dove fermava la corriera per Stirling.

Passammo dai Bell e salutai Tom e i due cani.

Finalmente, il bianco mi dedicò qualche scodinzolata. Maribelle montò a bordo con noi.

Durante il viaggio, ci ripromettemmo di tenerci in contatto.

 Provavo per loro e tutta la comunità, compresi gli spiritelli, gratitudine e simpatia.

Mi venne in mente di salutare pure la pecora dei Druidi e chiesi al re del loch di perdonarmi.

"Addio, brava e bella gente, grazie!" dissi e uscii di scena.

 

VII. Sulla via del ritorno

 

Edimburgo. Presi alloggio nella stessa pensione. 

Salii le scale del College, spinsi il cancello, percorsi il lungo cortile e tirai l'anello della campanella.

Il vecchio signor Abbey, in code e cilindro, aprì lentamente il portone e chiese se poteva essermi d'aiuto.

"Ho un appuntamento con il Professor Bartelett" dissi.

"Sa dov'è la sua stanza, Signore?" Risposi di sì.

La grande sala, pannellata di legno, terminava con una massiccia scalinata di tek che, nel primo pianerottolo, si diramava in due rampe. Salii quella di sinistra, girai a destra e bussai alla terza porta.

Non ricevetti risposta.

Aprii e dissi ad alta voce:

"Anybody there?" (C'è qualcuno?)

"Enter, please!" (Entra, prego!)

La voce del professore proveniva dal laboratorio. Mi tese la mano ed entrò subito in argomento.

"Penso che il tuo apparecchio dimostrativo funzioni, però con il vapor d'acqua l'esperimento è poco visibile. Bisognerebbe trovare un mezzo colorato perché ho intenzione di presentarlo agli studenti dell'ultimo anno, prima di introdurre l'argomento della fisica del caos."

Mi mostrò una scatola di vetro che comunicava all' esterno tramite una apertura in alto a destra, chiusa da un piccolo tappo di vetro smerigliato. Questa poggiava su una piastra metallica riscaldante, collegata a un reostato. La faccia superiore era invece a contatto con un coperchio refrigerante di metallo nella cui intercapedine circolava acqua di raffreddamento.

L'idea era quella di osservare il comportamento delle particelle di un qualsiasi gas, posto tra due diverse temperature.

Una fissa, corrispondente a quella dell'acqua del rubinetto, e l'altra variabile con l'intensità della corrente, come avviene in un semplice ferro elettrico da stiro. 

"Invece dell'acqua, si potrebbe usare qualche goccia di bromo, che è intensamente colorato di arancione. Però, è un liquido molto irritante e corrosivo" osservai.

"Vai nel laboratorio di chimica a prenderlo, io intanto asciugo l'apparecchio con aria compressa" disse.

A temperatura ambiente, il bromo, evaporando, si era uniformemente distribuito nella camera, colorandola di giallo. Aprii il rubinetto dell'acqua e incominciai ad aumentare la temperatura della base del contenitore, ruotando il reostato.

Ad un certo punto, si formarono, nel gas, delle piccole arcate più chiare.

"In alto, sulla parete fredda, il gas è più denso, quindi più intensamente colorato, poi scende per gravità su quella calda e diventa più rarefatto e di conseguenza si scolorisce, in fine ritorna su e inizia un nuovo ciclo. Questo moto circolatorio è detto convettivo.  Le piccole resistenze elettriche parallele della base del contenitore creano questi archetti" spiegò.

Aumentai ancora la temperatura e il regime tornò caotico, senza alcuna struttura visibile.

"Dai ancora corrente" disse.

Continuai a girare il reostato, lentamente.

Ad un tratto, con stupore vidi aprirsi nella massa gialla uniforme, delle zone più chiare che comparivano e sparivano, ad intermittenza regolare, nelle stesse posizioni.

 Restai incantato ad osservare quel fenomeno.

Proprio come me l'ero immaginato.

Un cuore che pulsava....la vita!

"Queste sono dette finestre d'ordine, nel regime caotico" spiegò lui soddisfatto.

Rientrammo nello studio, si accomodò alla scrivania e io mi sedetti di fronte.

"Il fenomeno che abbiamo osservato in questo semplice sistema, solo un gas tra due temperature, ma sottoposto ad un continuo flusso d'energia calorifica, ci fornisce una simulazione dell'origine della vita e del funzionamento degli organismi viventi.

Anche i sistemi complessi dell'Ecologia e della Biologia, che scambiano continuamente energia con l'ambiente, possono improvvisamente organizzarsi, dando luogo a strutture ordinate e stabili nel tempo.  

He was rehearsing his lecture (Provava la sua lezione). 

"Però, in quest'esperimento, sono stato io a fornire energia al sistema, fino ad ordinare il caos, ed è stato un caso che fossi presente" replicai.

"Sì," disse il Professor Bartelett, "l'origine della vita può essere avvenuta proprio per un caso, quando le sostanze base degli organismi viventi si sono trovate vicino ad una fonte di energia". Terminò la frase quasi sottovoce, per timore che il Rettore, convinto creazionista, si fosse messo in ascolto dalla stanza accanto. Magari con un bicchiere capovolto e appoggiato alla parete, pensai io.

"Questo deve essere accaduto sul fondo del mare primordiale, nelle vicinanze di sbocchi di gas magmatici, ad alte temperature" precisai, anche io a bassa voce.

"Sembrerebbe così" sussurrò.

"Quindi, quando diciamo la nostra Madre Terra siamo nel vero" conclusi

Ci guardammo in silenzio, pensosi.

Prima di lasciarlo, gli parlai di quello che avevo scoperto sulle farfalle e della mia intenzione di iniziare una loro doppia marcatura in collaborazione con Mary Bell.

"Bene, quando avrai finito la tua ricerca, mandaci una relazione. Ci penseremo noi a farla pubblicare su una rivista scientifica specializzata, a nome del College"

Ci salutammo cordialmente.

Ero talmente soddisfatto, che saltai pure il pranzo. Più tardi, sarei andato in un pub, a farmi un sandwich con una birra. 

Entrai nel parco e mi sdraiai sull'erba a riflettere.

Quindi Kahl non era altro che la personificazione del caso, forniva energia per dare la vita a un sistema organico predisposto, ma ancora caotico, e inoltre si dilettava talvolta di fantasiose manipolazioni genetiche.

Quest'ultime da sempre definite dagli uomini, con mirabile intuito, scherzi di natura. 

Di energia, questi spiritelli, ne dovevano avere tanta, se si muovevano così rapidamente e duravano mille anni.

In particolare, tutti questi processi dovevano iniziare da un caos di particelle organiche, libere di muoversi sotto forze elettrostatiche negli organi specifici, e che si organizzavano casualmente per produrre cellule germinali.

Maribelle, a questo punto, avrebbe esclamato, sarcastica: 

"Che complicazioni... uomini di scienza! Dov'è andato a finire il tuo sano concetto di trascendenza creativa. Credi forse che la vostra Scienza possa spiegare tutte le cose di questo mondo?"

No, ma almeno avevo trovato una logica risposta a degli enigmi di Pietravela.

Nelle altre regioni del mondo ci dovevano essere degli analoghi piccoli, non di estrazione fenicia come i nostri, ma tutti sacrificati in giovane età. 

A Londra, presi una stanza in un albergo, vicino alla stazione Victoria. Da lì, la mattina, partiva il treno per il continente.

Erano quasi le sette del pomeriggio.

Entrai in un self-service.

C'era una ragazza italiana dietro il banco. L'avevo sentita parlare con un inserviente. Le rivolsi la parola nella sua lingua e le dissi che anche io ero italiano.

"Sì," rispose lei, "ed io sono Biancaneve!"

"Perché non parlo bene in Italiano?" replicai risentito e scandendo le parole.

"Sì, sì, però lei parla come un prete" e si mise a ridere.

Più avanti passai alla cassa e tesi all'addetto una banconota scozzese. Mi fece notare che quei soldi non li accettava perché qui eravamo in Inghilterra, se ancora non me ne fossi accorto.

"Cosa crede lei, che la Scozia sia una colonia inglese?" intervenni risentito e alzando la voce.

"Lei, forse, non sa che questo è un Regno Unito!" continuai, deciso a bloccare la fila finché non avessi avuto soddisfazione.

Un signore grande e grosso, mi venne in aiuto.

"Te li cambio io, i tuoi soldi, compagno! These bloody limeys!" (Questi sporchi Inglesi!) disse, fulminando con gli occhi il cassiere.

Mi sedetti ad un tavolo, in fondo alla sala, per consumare quel dubbio pasto sintetico all'americana.

 Mi sentivo depresso.

L'Italiana sotto il ponte a Edimburgo, il Gallese, il tassista romano e la ragazza dietro il banco non potevano essere tutte coincidenze.

"Chi sono veramente io?" mi chiesi, come se per ognuno di noi ci fosse una sola identità e non le tante che ti appioppano gli altri.

L'inizio è comune a tutti, nasci libero come l'aria, poi arriva qualcuno e senza neanche farti raffreddare, ti appiccica un'etichetta.

In seguito, il processo continua. Vengono i nomignoli, la zona geografica e la classe d'appartenenza, i titoli scolastici, quelli accademici, quelli militari, quelli professionali e finalmente "il morto" o "la buonanima".

Perdi, così, tutta la zavorra raccolta durante la vita e diventi nulla, come prima dell'inizio.

Chissà, se, la dignitosa ed elegante aragosta, è conscia di chiamarsi Palinurus vulgaris.

Forse è meglio che non lo sappia... per lo meno lei non fa peccati.

E se invece ti portassi dietro i tuoi ricordi e i tuoi affanni, come temeva il giovane Amleto?

Allora, la libertà sarebbe solo una bizza infantile e la scienza un affascinante sport della mente!

La morte, però, ti dovrebbe comunque liberare dagli istinti e da tutte le effimere lusinghe del mondo.   

All'emporio della stazione, comprai dei ricordini e dei giocattoli per i ragazzi.

La mattina dopo, iniziai il lungo viaggio di ritorno. 

Più mi avvicinavo all'isola e più mi sentivo stringere da una morsa.

"Continuando così, arriverò a destinazione come una matita!"pensai.

Intanto, seduto nello scompartimento del treno, ero assillato da una reiterante e immaginaria conversazione con il Rettore.

"Così, ti saresti costruito una primitiva forma di religione animista, o meglio, politeista immanente", lo sentivo dire, in tono sarcastico.

A volte, immaginavo solo i suoi occhi, sbiaditi da pecora, e le sue orecchie, lunghe e carnose.

"e su che cosa si basa, dopotutto? una grottesca visione, bizzarria della tua mente, una proiezione della tua immaginazione e alcune discutibili estrapolazioni scientifiche, suffragate poi dal pragmatismo del tuo insegnante di Scienze" continuava, accondiscendente                                                                                                                            

"e allora la sua religione? Non si basa forse sulla visione di angeli e di diavoli, trascendenti, che ogni tanto si degnano di farci visita?" replicavo.

A tal che, lui, al colmo della sua ira, sentenziava:

"Tu, come osi mettere in dubbio quello che il nostro Signore ci ha rivelato nelle Sacre Scritture! Ti rendi conto della tua eresia?" 

Eccomi, legato ad un palo su una catasta di legna.

Di lassù, potevo scorgere tre misere lastre di pietra a mo' di panca, sullo sfondo di una imponente cattedrale. 

In un modo o nell'altro, dov'era la mia libertà su questa terra?

Mi sentivo completely ruled (completamente manovrato).

Trascendenza, immanenza, la Promessa, sono forse solo delle invenzioni, degli scudi, dietro i quali trincerarsi per la paura del nulla, del caos?

Sì, c'era il libero arbitrio, nella frase biblica "if you will" (se tu vuoi), però, anche una sottintesa punizione per una scelta sbagliata con una lunga sfilza di ben concertati peccati, o no? 

Beata aragosta.

Non è forse la libertà, ciò che noi, inconsciamente, ammiriamo, invidiamo e proteggiamo negli animali? Il riflesso del nostro desiderio di pace, di annullamento.

Ritornavo, poi, alla realtà, se era ancora possibile chiamarla tale, e in fine, intravedendo la mia inevitabile sconfitta, mi chiedevo ancora:

"Se devo procedere così soggiogato, perché non consumare questa mia vita, non richiesta, con semplicità, umiltà, onestà, fatica e sentimento e senza tanti fronzoli intellettuali?"

Parole francescane.

In altri termini, vivere nel modo più naturale possibile, per un essere umano.

Proprio, come il popolo di quella piccola isola laggiù. Accettare la vita e la morte con semplicità. Senza inutili drammi, ma legati da inscindibili sentimenti di affetto. 

Tra queste nebulose elucubrazioni e periodi di sopore, il lungo viaggio alla fine terminò.

Mi fermai a Firenze, visitai gli Uffizi e mangiai come un Papa, sempre per essere in tema.

Poi, giù, fino alla costa dell'Argentario.

M'imbarcai sul piccolo traghetto bianco e blu.

Dopo poco, la nave virò di bordo e incrociò il promontorio a manca.

In piedi a prora, scorsi l'isola sull'orizzonte.

Aveva lo stesso colore del mare.

Sentii qualcosa schiantarmi dentro, come la vescica natatoria di un pesce tirato su in fretta dal fondale. 

"Vieni, vieni oh pietosa Morte,

stendi su me la tua ala di corvo,

ché io possa al fin spegnere

il travaglio che m'arde in seno!" 

declamai tra me e in italiano.

Ben detto camaleonte!

Mi asciugai gli occhi. Una signora, vicino a me, mi guardava.

Mi rivolsi a lei, un po' imbarazzato:

"E' meglio rientrare, questo vento fa lacrimare gli occhi"

"Lei, è straniero, vero?" chiese.

"Sì, ma non per molto!" risposi.

Mi fissò in modo strano, come se avessi voluto farmi gioco di lei.

 Una volta dentro, un turista inglese mi si avvicinò e, con un confabulare da compatriota all'estero, mi confidò che l'isola gli era stata decantata, per la bellezza dei suoi scorci paesaggistici e la purezza del mare. Sperava, tuttavia, di trovarvi una decente sistemazione e un civile trattamento.

"Sorry Sir, I get what you say, but I can't speak your language!" 

(Mi spiace signore, capisco quel che dice, ma non parlo la sua lingua!)

Risposi.

Mi squadrò con sussiego e si mischiò con gli altri passeggeri.

"Veditela un po' tu!" dissi tra me, pensando alla banconota scozzese e a quell'altro suo degno compagno cockney.

Non c'era speranza.

Sarei sempre stato tra i due simboli, il Cardo e il Giglio, il dovere e l'affetto?

Era poi così grave?

Forse solo un po'schizoide.

Mi parve di sentir sghignazzare gli spiritelli della cripta.

 

VIII. Il ritorno

 

Era passato un intero anno, da quando avevo incontrato Kahl, sotto Pietravela.

La vecchia corriera azzurra, che ogni tanto sbuffava come l'asina, arrancava su lentamente.

 La nave bianca, che mi aveva traghettato, diventava sempre più piccola, su quell'arco blu di mare del porticciolo...ma quanti tornanti... non finivano mai.

Ci fermammo sulla piazza, fuori le mura del paese.

Ebbi la sensazione di non aver mai lasciato quel posto. Con il pensiero ero sempre stato lì. 

Faceva buio. Mi affrettai sul lastricato. Diedi un colpo alla porta dell'isolano ed entrai.

Era seduto al tavolo, nella semioscurità, con il capo appoggiato al pugno. 

Sgranò gli occhi e si alzò di botto.

"Ce l'ha' fatta a veni'!" disse con voce roca. Sembrava arrabbiato.

Ci abbracciammo e, mentre si asciugava gli occhi con il dorso della mano, accese la luce e andò in camera.

Fu subito di ritorno.

Con una manata, sbatté la dea Tanit sul tavolo.

"Ecco, il tu' tracane!" disse, soddisfatto, "te l'avevo detto, io!"

Presi la dea con delicatezza, come se si fosse fatta male nell'urto.

"Dove l'hai trovata?" domandai.

"Ma, pensa un po' tu, nel saccone dell'asina!"

"Un giorno, per levarmi di testa che eri via, decisi di ripararlo e mentre levavo il fieno da dentro, mi capitò in mano. Rimasi sbalordito. E' pure un oggetto di valore.Non ho detto niente a nessuno, nemmeno alla mi' moglie. Siediti!"

Figurati se non se n'era accorta...che sfugge alle donne!

Mi versò un bicchiere di vino e poi, uno per sé.

"Questo è dell'ultima vendemmia che hai fatto pure tu" disse, aspettando il mio giudizio.

"E' forte come un cognac!" dissi, mentre me lo sentivo bruciare in gola. 

Cominciai il mio racconto da quel giorno che eravamo andati ai lacci per i tordi e avevo incontrato per la prima volta Kahl, sotto Pietravela.

Quando gli descrissi i Muir, disse:

"Dobbiamo mandare una damigianetta di vino a quella brava gente!".

Gli descrissi la pesca del luccio e come Tom aveva preso i conigli.

"Sono grossi, da quelle parti?" m'interruppe.

"Più grandi dei nostri, arrivano anche a un chilo e mezzo" risposi.

"Lì, ci sarebbe gusto a prenderli!" commentò, contento.

Poi, a capo chino, mentre passava il dito sui disegni della tovaglia, mi ascoltò, fino alla fine, senza più interrompermi.

"Domani, fai quello che ti è stato chiesto. Però, promettimi che, finché campo, non dirai niente a nessuno!"

Glielo giurai.

"Passa dallo stradello di sotto, così non ti vedono."

Intanto, era arrivata l'isolana. Mi baciò e disse:

"Finalmente, sei arrivato!" e poi mi bisbigliò all'orecchio "Meno male, era diventato intrattabile."

"Che vi confessate?" disse lui, ridendo.

Le diedi i regali che avevo nello zaino, perché sapevo che ci avrebbe pensato lei a distribuirli. Qui, come lassù, spetta alle donne l'incombenza della gestione della famiglia e delle questioni sociali.

Sull'isola, si racconta che, nei tempi passati, una sposa appena fuori la chiesa, si segnò e disse:

"Padre, Figliolo e Spirito Santo, mi so' fatta l'asino fin che campo!"

Subito dopo cena, andai a casa e la trovai tutta in ordine.

  La mattina dopo, mentre camminavo spedito verso l'altare della Cotannetta, tenevo una mano premuta sulla tasca alta del camiciotto che era stato lavato, stirato e ricucito. La cenere l'avevo messa in un sacchetto di carta con la scritta "Crombie & Son, Edinburgh", così, anche i little ones avrebbero partecipato alla cerimonia.

L'altare non era ben rifinito come quello scozzese e l' incavo scavato in maniera piuttosto rudimentale. Eseguii il rito, calandomi nelle vesti del sacerdote. Poi, senza voltarmi in dietro, m'inerpicai su, verso il sentiero di sopra.

L'altare era fuori di vista, racchiuso tra la roccia e il mare, e da lassù declamai sottovoce:

"Ben tornato in vita, giovane Kahl! Non ci fare troppi dispetti e, per ancora mille anni, conserva quest'isola così come è sempre stata e difendila da coloro che tentano di turbare la sua pace e la sua identità!"

Dal poggio, scesi nella piazza e incontrai tutti gli amici. Fu uno scambio di pacche sulle spalle, di baci sulle guance e d'inviti al bar. 

La grassa gatta dell'isolana mi aspettava sul letto. Mi sdraiai, accanto a lei, che mi faceva le fusa, con rumorosi ron, ron, e presi sonno. 

Sentii qualcuno che mi chiamava. Aprii gli occhi e dissi assonnato:

"I'm sorry, Sir!" (Mi spiace, Signore!).

L'isolano in piedi, accanto al letto, si mise a ridere.

"Sei proprio matto! Non sei venuto a pranzo e pensavo che fossi morto. Ti ho portato qualcosa da mangiare e l'ho messa sul tavolo di cucina. Sta' attento a quella gatta. Mangia e poi, scendi giù in cantina, devo farti vedere una cosa."

Aveva sempre paura che morissi di fame. 

Poco dopo lo raggiunsi.

"Guarda," disse "le ho allestite quando eri via. Sono due coffe, da cinquanta ami ciascheduna, le molleremo a dentici appena avrò rimediato l'esca. Bastano solo due o tre totani."

In due panieri, aveva avvolto con cura dei palamiti fatti di cordino ritorto e braccioli di nylon. Gli ami, di media grandezza, penzolavano a raggiera dal bordo, come i capelli del Professor Bartelett.

"Questa sera, vieni a cena e, per una settimana, vai a spassartela con i tuoi amici. Poi, si ricomincia. Dobbiamo fare la tesa dei lacci per i tordi e tutti i lavori di campagna."

La vacanza fu anche più lunga perché venne la festa del Santo Patrono e, per diverse sere, ballammo la quadriglia in piazza, accompagnati dalla banda.

Andammo a fare ribotta sugli scogli e in campagna, con le ragazze. Spensierato, mi sembrava di nuovo di essere un collegiale... e lo ero. 

Un pomeriggio, eravamo tutti seduti sul murello, a ridosso delle mura di levante, a contemplare pigramente il paesaggio.

Da quell'altezza, si vedeva la costa snodarsi in una teoria di calette e promontori. Il mare sfumava dal verde smeraldo al blu.

"Guardate come si vede bene il calice!" disse uno di loro.

In una insenatura, le posidonie si diradavano verso costa, fino a mostrare sulla sabbia del fondo, la sagoma di un calice. Una ragazza disse:

"Lo chiamano il calice di San Mamiliano."

Restammo in silenzio, a rimirare quella curiosità, come se fosse stato un miracolo del patrono dell'isola.

Una farfallina con le ali celesti mi si posò sul braccio. La scrollai via e mi sfuggi detto:

"Passa via, soffiona!"

"Ma che fai," fece un ragazzo, "ora parli pure con le farfalle?"

Intervenne la saputella:

"Quella, la chiamano la farfalla della Madonna!"

Ci mancò poco che cadessimo di sotto, perché ci mettemmo tutti a ridere e a sghignazzare come matti.

"Ignoranti che non siete altro!" disse lei, offesa "E', perché ha il colore del suo velo! Eccoo..."

Scese dal muretto, facendo finta di essersi impermalita e si avviò verso la piazza. La guardai, mentre si allontanava tutta compunta, e pensai che quella avrebbe presto trovato marito.

Maribelle, invece, forse sarebbe rimasta zitella.

Sospirai profondamente.

Quello, accanto a me, si voltò e mi chiese:

"Quando ci racconterai che cosa hai fatto, lassù, in Scozia? Nessuno sa niente, ma sembra che sotto ci sia un gran segreto."

Ora, stavano tutti in silenzio e mi guardavano.

"Più in là... più in là...lo racconterò a tutti!" dissi facendo un gesto vago nell'aria.

"Scommetto che a lui gliel'hai detto!" intervenne un altro.

"Perché allora, non glielo vai a chiedere?" gli risposi, alla scozzese.

"Bono, quello! Solo tu lo sai prende' pe'l su' verso!"

La gente non lo conosceva, come veramente era, sotto quella sua ruvida scorza.

Le feste, i balli e le baldorie nelle cantine ebbero termine.

Anche gli ultimi turisti lasciarono l'isola, che tornò nel suo beato silenzio. 

Una sera, dopo cena, l'isolano mi disse:

"Domani a buio, andiamo a mollare le coffe, ho rimediato l'esca."

Dopo cena, andammo in cantina e innescammo le coffe con pezzetti di totano. La gatta grassa che dormiva lì, si strofinava e miagolava. Quando ebbimo finito, l'isolano la sollevò per la collottola e disse:

"Questa postema portitela in casa tu, tanto dormi sempre co' la porta aperta. Qu'in cantina si finirebbe l'esca. Ti vengo a svegliare io." 

In casa pensai:

"Anche quest'uomo semplice e giusto era stato coinvolto nell'astuta farsa degli spiritelli scozzesi e quello stratagemma dell'asina con il saccone sdrucito, architettato per la mia investitura a sacerdote, ne palesava il tipico e nero senso dell'humour"

"Io ero solo stato capace di progettare un tranello per il re del loch, ma loro disponevano di mezzi più potenti della ragione."

Mi sentii protetto insieme con tutti gli isolani, e mi addormentai accanto alla gatta grassa.

 

IX. Una bella pescata

 

Scendevamo giù, per il ripido sentiero che menava alla torre. Non si scorgeva quasi nulla. Aveva un paniere per braccio e un terzo, coperto da un tovagliolo, con pane, acciughe, pomodori e una bottiglia di vino, lo portavo io.

"Seguimi passo, passo. Questa strada la conosco come le mi' tasche e la farei a occhi chiusi. Durante la guerra, andavo tutti i santi giorni alla miniera di pirite del Franco." 

 Proprio quando il sentiero girava, addentrandosi in un folto boschetto di lecci, un fenomeno inaspettato ci fece fermare di colpo.

Un cerchio di fuoco, ondeggiante, si avvicinava lentamente e si sentiva, portato dalla brezza, un pesante tanfo di capra.

Mi si gelò il sangue. 

Una vecchia minuta, vestita di nero, veniva in su, facendo roteare un tizzone ardente e un caprone, dello stesso colore della sua veste, la seguiva.

"Ma, che fai?" le chiese, lui brusco.

"Ullo vedi, dunque?" rispose lei, stizzita "Mi fò lume!"

Finita l'emozione, riprendemmo a scendere e l'isolano commentò:

"Il mondo è bello perché è vario. Tutti vanno coll'asino e quella va in giro col becco. La ficaia pazza fa un mucchio di fichi e poi li butta tutti in terra e tu, ti credi d'esse' sano? Sei bello matto, come me!" 

Spingemmo la barchetta in acqua.

"Ora voga fuori il fariglione, io controllo l'esca e preparo i calamenti"

Gli sembrava niente, una vogata di più di un chilometro!

Non protestai.

Una volta, mi aveva raccontato di aver vogato dal continente all'isola, al tempo di guerra, e tutto in una sola tirata.

"Reggi ora, la corrente porta in fuori... sìa un po' a destra... sempre piano così"

In piedi a prua, guardò verso l'isola e inquadrò i punti della mira.

"Ecco, qui finisce il macciottito (fondo corallino) e cominciano i fanghi e le triglie... i dentici ci vanno matti."

Mollammo le coffe, per un tratto, diritto al faraglione e poi, facemmo una virata verso sinistra.

Mi feci insegnare i punti di riferimento della mira.

"Ora, voga sui Pozzarelli."

Rigirai la barchetta e misi la prua verso quella spiaggetta e in piedi la diressi a riva.

"Salperemo le coffe dopo mangiato."

Una volta a terra, ci mettemmo a fare le lampite (patelle).

"Ci viene un sugo magnifico per la pasta. Sceglile piccole, le grandi sono callose, se no, quella mi brontola!" fece.

Meno male che c'era qualcuno a metterlo in riga.

Riprendemmo il mare e, per passare il tempo, cominciammo a pescare a bollentino, usando le patelle sgusciate per esca.

Non si sentiva neanche una toccata.

"Aspetta, aspetta...poi vedrai che cominceranno a mangiare tutt'assieme."

Aveva ragione.

Ad un certo momento, non facevamo a tempo a calare sul fondo la lenza che i pesci subito davano. In breve tempo ne riempimmo quasi un secchio. Tutti pesci di scoglio.

Bollaci, giudole, perchie, zenne e pure qualche femminella di tannuta.

"Proprio una bella frittura!" dissi, soddisfatto "Un piatto lo voglio portare anche al Padrone. E' sempre così generoso con tutti!"

"Si, è una degnissima persona" acconsentì lui.

Una volta a terra, mi misi a pulire i pesci.

Dopo mangiato, tornammo in barca. Mi sentivo emozionato come quel giorno sul lago. Cominciò a salpare le coffe dal punto dove avevamo iniziato a mollare. Ora, il mio compito era più complicato. Perché, oltre a stare ai remi ad eseguire gli ordini, dovevo anche accomodare la coffa nel paniere, per non farla imbrogliare.

"Attento, dammi il coppo!" ordinò, ad un certo punto.

Con destrezza portò a bordo un grosso dentice, che sarà stato sui sei chili.

"Questo è meglio del luccio del tuo amico scozzese!" disse, trionfante.

Mentre lui lo slamava, io, che ero seduto sul banco di mezzo e rivolto a poppa, vidi che un altro bel pesce era venuto a galla, insieme al cordino bianco della coffa.

"Guarda, guarda!" esclamai.

Si girò indietro.

Poi, assistemmo ad uno spettacolo inimmaginabile.

Uno dietro l'altro, assommavano grossi pesci, aranciati e argentei, che si stagliavano sul blu del mare, adagiati lungo il trave bianco della coffa. Cinque ne contai, senza il più grosso che avevamo già a bordo. Ammutoliti, li recuperammo. Erano tutti denticiotti sui tre e quattro chili.

Alla fine, lui disse, serio, accennando con la testa alla montagna:

"Quello lì su, ti vuole bene."

Non risposi. Ero troppo emozionato.

Finimmo di salpare, ma non trovammo più niente. La pescata aveva qualcosa di miracoloso. 

Ringraziai, in cuor mio, il Caso. 

Una donna, allo scalettino della torre, mormorò convinta:

"Questi due, quanto è vero Iddio, ci puliscono il mare..."

Lui prese il dentice grosso e lo alzò per farlo vedere a tutti.

"Siete boni voi a prendere questi pesci!" gridò.

"Stattene un momento zitto" dissi a bassa voce.

"Vorrei proprio vede'!" rispose lui con voce grossa e prepotente, sfidando la piccola folla.

Nessuno fiatò.

Probabilmente, aveva saputo del commento fatto da uno di quei pescatori, quel giorno, che ero andato in mare da solo.

Salimmo su al paese con la corriera. Una volta a casa, consegnammo il pescato all'isolana sbalordita. Ora, cominciava il suo compito.

"Però," osservò lei "si vede che sei arrivato!"

"E già, questo, è nato colla camicia!" fece lui, afferrandomi per il collo e scotendomi. 

Entrai in casa del Padrone, sapevo che non c'era nessuno, lui al solito tornava tardi dalla campagna. Presi un piatto dalla credenza e ci misi i pesci che gli avevo messo da parte. Lo chiamavano tutti così perché aveva tante proprietà in paese e nella campagna. Aveva i figlioli sposati, ma voleva essere completamente indipendente.

La sera, cenammo tutti riuniti fuori del paese, nella nuova casa della figliola più grande.

 

X. Vita sull'isola

 

Verso la metà di marzo, l'isolano mi prese da parte e disse serio:

"Ascolta a me, tu mi nascondi qualcosa. Ricordati che l'isola ha mille occhi." Capii subito quello che stava per dirmi e gli rammentai che, con quella ragazza scozzese, avevo iniziato una ricerca sulla migrazione delle farfalle e che, nel pomeriggio, mi dedicavo alla loro cattura e marcatura.

"Ora, ti ci mancava solo questo. Per le campagne, dietro alle farfalle. La gente dirà che sei davvero tutto matto. Così mi toccherà litigare pure con qualcuno"

"Allora, lo dirò a tutti e mi farò aiutare da qualche amico studente"

"Boni quelli, so'tutti vagabondi! Non capisco poi che cosa ci ricavi, se quelle bestie lì fanno un viaggio d'andata e ritorno sull'isola."

"Io niente, ma potrebbe essere utile per la scienza" replicai.

"Troppo studio e troppa scienza ingrulliscono le persone!" sentenziò.

Però, visto che io non gliela davo vinta si mise l'animo in pace.

Qualche volta, diventava troppo possessivo e dovevo accettare la critica che mi aveva fatto Ata.

Il Rettore e l'isolano non sarebbero mai andati d'accordo.

L'uno, sospeso a mezz'aria in una cesta, come faceva Aristofane con i filosofi, e l'altro, saldamente ancorato a terra, come un personaggio delle commedie di Plauto.

Con gli amici, riuscimmo a marcare quasi trecento farfalle in una sola settimana. Ora, dovevamo aspettare verso la fine di settembre, dopo le feste, per vedere se ne trovavamo qualcuna con due puntini.

I ragazzi si mostrarono molto disponibili e informarono anche i loro insegnanti di scienze, in continente. Avrebbero preparato, per la scuola, delle relazioni su quella ricerca.

Scrissi a Maribelle di tenersi pronta e di mobilitare qualche altra persona che non fosse, però, la madre di Annie bee. Perché ce la saremmo sicuramente giocata e poi, fumava troppo per le farfalle. Aggiunsi i saluti per Tom e per i Muir. 

Verso la fine di giugno, tornavo dalla vigna, l'isolano era andato a quella più vicina al paese e incontrai il Padrone sulla sua vecchia asinella bianca.  Si fermò e smontò di sella.

"Come va?" gli dissi.

"E come vuoi che vada? Da poveri vecchi" rispose.

"E già, sembrate sempre un giovanotto, voi!"

"Sì, ma di ottanta e passa" rispose lui, sorridendo. "Ti ho visto nella vigna, lavori svelto e con garbo"

"Detto da voi è un complimento. Ho avuto un bravo maestro" dissi.

"E lui, che fa?" chiese.

"Brontola!"

Si mise a ridere di cuore.  C'incamminammo verso il paese.

"Però, a te ci tiene molto. Sei un figliolo rispettoso e obbediente. Ah, grazie per i pesci che mi lasciate in casa"

"Non dovete neanche pensarlo. Sembra che voi lavoriate per tutti e la vostra cantina è sempre aperta!"

"Beh, io sono fatto così e mi dà soddisfazione. Ho sempre lavorato nella mia vita e non smetterò fin quando non mi troveranno morto in campagna. Devi sapere, che nei tempi passati, la gente non aveva soldi per il prete e la cassa. Facevano una buca in terra e via. Così. quando bevi un bicchiere di vino, pensa a queste cose e lo rispetterai. Lì dentro, ci sono l'isola e gli isolani!" concluse.

Eravamo arrivati sulla piazza e ci salutammo.

Come tutti, provavo stima e affetto per quell'uomo. 

Il turismo stava prendendo piede e gli isolani, più o meno, si trovarono coinvolti in questa nuova attività. 

Nel mese di settembre, avvertii tutti quelli che andavano in campagna di tenere gli occhi bene aperti, per vedere se trovavano delle farfalle celesti con due puntini vicino alla testa, uno bianco e l'altro rosso. Anche il mio gruppo avrebbe fatto lo stesso.

L'isolano decise che, da quest'anno, la vendemmia l' avrebbero fatta loro. I ragazzi cominciavano ad essere grandicelli e dovevano imparare.

Noi ci saremmo dedicati ai lacci, alla pesca e all'orto.

Verso la metà di settembre, la ricerca delle farfalle non aveva dato nessun risultato. Farfalle se ne vedevano in giro, ma tutte senza puntini.

Se almeno il santo Patrono avesse fatto un miracolo!

Ero andato perfino a Pietravela, a mettere dei dolcetti in qualche fessura, su in alto nella grotta.

Ero soddisfatto di questa contraddizione, il sentimento cominciava a prevalere sulla mia razionalità 

Una sera, in casa, mentre rileggevo una lettera dei Muir, entrò Giacomino. Un folletto tutto pepe, con gli occhi vispi e azzurri. Versai del whisky in due bicchieri e gli dissi:

"Siediti, comparetto, assaggia questo. Non ho vino in casa."

 Lo chiamavano tutti così per la sua statura e per distinguerlo dagli altri Giacomo.

Prese una sedia e guardò dubbioso il suo bicchiere. Sembrava a disagio di trovarsi in un luogo chiuso e che non conosceva.

Svelto, tirò fuori della tasca del camiciotto un pezzetto di giornale ripiegato e disse:

"Guarda un po', se è quella che cercavi."

Dentro, leggermente spiaccicata, c'era una farfalla con due puntini sul torace.

"Bravo! Dove l'hai trovata?"

Rispose che l'aveva presa al volo colle mani nella sua vigna, dalle parti del Botrone.

"Ora questa la spedirò in Scozia. La Monarca canadese ha perso più della sua esclusiva!" esclamai.

Mi guardò, a bocca aperta, come se non mi conoscesse e disse:

"Un ci'ho capito nulla, ma da come l'ha' detto dev'esse' importante!" rispose, inorgoglito.

Alzai il bicchiere per brindare e lui fece altrettanto e mandò giù un sorso.

"Madonnaa...come brugia! Poco bono, però!" (Molto buono) esclamò.

Scolò il suo bicchiere e se n'andò tutto contento.

Lo avrebbe raccontato a tutti.

Così, Kahl aveva ragione, ma io dovevo sperimentarlo, in accordo con i dettami del Galilei pisano.

Scrissi subito a Maribelle della data del ritrovamento, le consigliai di andare, a Edimburgo, dal Professor Bartelett e di fare una ricerca in biblioteca. Poi, con il suo aiuto, doveva scrivere una comunicazione da pubblicarsi con i nostri nomi. Inserii nella busta anche la farfalla di Giacomino. 

"Anche quest' è fatta! Come disse quello, che ammazzò la moglie".

Però, queste sono le parole dell'isolano e non le mie.

Poi, ci furono altri rinvenimenti e gli studenti portarono le povere farfalle a scuola dai loro insegnanti.

Dal College mi arrivarono in seguito delle reprint (copie dell'articolo) e, anche se erano scritte in inglese, l'isolano ne volle una per mostrarla a tutti, perché nel titolo c'era il nome dell'isola.

Mi sono dimenticato di dire, che l'asina si era sposata coll'asino di Pietro e aveva avuto un bel puledrino grigio, con una croce nera sulla groppa. 

Erano quasi le cinque del pomeriggio.

Quel giorno, avevo appuntamento con gli amici sul solito muretto. Scesi verso la porta e sentii che, sulla panca, c' erano degli anziani.

Li riconoscevo uno per uno dalla voce e sapevo che mi avrebbero sicuramente trattenuto.

"Ma, ti ricordi, quando venne per la prima volta, com'era buffo?"

Parlavano di me.

"Sì," fece un altro, "chiamava tutti signore come un militare e quando sentiva un'imprecazione diventava tutto rosso."

"Guardalo ora, è proprio come noi e sa fa' tutto in campagna e in mare," fece un altro "parla in dialetto e non è più sempre rosso." Risero. "L'ha' proprio tirato su bene."

"Già," commentò l'isolano, "ora ha imparato a vivere. Una volta si teneva tutto dentro, come un riccio."

"Ero davvero così scozzese?" mi chiesi.

Ritornai sui miei passi.

Forse era meglio se uscivo dalla porta della Casamatta, su in alto, ma feci lo sbaglio di passare dal sagrato della chiesa.

C'erano le anziane, sulla lunga panca addossata al muro del piazzale, nell'attesa della messa vespertina. 

"Chi t'ha sciolto?" disse la più allegra.

"Ora me la passo bene!" pensai.

"Dove corri? Che, ti fanno paura le donne?" chiese un'altra.

"No," risposi, fermandomi "ma cambiano tutti i momenti. Non le capisco!"

"E lo sai perché?" disse quella più anziana.

"perché 'un c'è nulla da capire, grullo. So' tutte 'na moina!" terminò la prima.

"Sì, digli pure così e poi non si sposa più!"

Gran risata generale.

Il prete sortì dalla chiesa e, con un tono da confessionale, bisbigliò:

"Signore, signore, vi prego, c'è il Santissimo!", e si ritirò.

"Statevi zitte, ignorantone, se no sbaglia a conta' i dindi nel bussolotto!" Commentò quella allegra.

Altra gran risata.

Intanto, per il provvidenziale intervento del prete mi ero allontanato dal quel gruppo di Allegre Comari di Windsor.

Feci solo a tempo a sentire una che mi gridava dietro:

"Vai dall'amorosa, eh?" e giù a ridere.

"'n dove vòi ch' indìa!" le risposi in dialetto.

Il prete avrebbe fatto bene a suonare la messa in anticipo, quella sera, erano tutte così eccitate.

Infine, ce la feci ad uscire dal paese e a raggiungere gli amici.

"Ce n'ha' messa /i>!"

"Che non ti dava il permesso, il tu' padrone?"

Tutti risero.

"Immaginate un po' i babbi e le mamme che si mettono di guardia alle tre porte delle mura, come fareste ad uscire?" dissi io, per tergiversare.

"Mica possono star lì tutto il giorno!" rispose un ragazzo.

"Ma potrebbero darsi il turno" commentò una ragazza.

"Bisognerebbe calarsi, con una corda, da una finestra della Rocca"

"E già," intervenne un'altra, "con il rischio di romperti l'osso del collo!"

"A te poi," rivolta a me, "ti darebbe un bel colpo sul capo, quello!"

Decidemmo di prendere la mulattiera e di andare al Porto. Per il ritorno, verso le sette, c'era una corriera. 

Passarono, in tal guisa, diversi anni.

Ora, ero più spesso da solo, in campagna e in mare. L'isolano preferiva dare ordini da casa e per un nonnulla s'infuriava. Nei pomeriggi, si riuniva con i suoi coetanei a giocare a carte nel bar.

Avrebbe voluto tenermi sempre accanto. Mi raccontava dei suoi genitori, dei fratelli, dei tempi di quando era ragazzo, della guerra e della miniera. Finiva così con l'intristirsi e rimaneva lì, a capo chino. Allora, dovevo spingerlo fuori di casa e inventarmi sempre delle cose nuove per distrarlo. 

Un giorno, gli dissi:

"Sai, quell'industriale milanese, che abbiamo conosciuto la scorsa estate? Ci ha invitato, sul suo motoscafo, per una gita all'isola di Giannutri. Non abbiamo mai fatto la traina alle lecce (ricciole) e ho preparato una lenza come mi ha fatto vedere il fanalista del Capel Rosso."

Sembrò ritornato ai vecchi tempi e, tutto contento come un ragazzetto, esclamò:

"E ch'aspetti? Te la se' procurata l'esca?"

Risposi che mi ero fatto dare un seppietta da Nando il pescatore e che, l'indomani mattina, saremmo andati con la corriera giù alla villa. 

Mentre, a tutta velocità sul potente motoscafo, facevamo rotta verso l'isola, lui, felice, non faceva altro che sporgersi di qua e di là, in continuazione. Alla fine, lo presi per il braccio e lo feci sedere a forza.

"Ma, stattene un attimo fermo! Che voi casca' in acqua?" gli dissi, arrabbiato.

Mi fissò sorpreso e poi, vidi un'espressione beata sulla sua faccia.

Si era reso conto che si erano invertiti i ruoli.

Ora stava a me vegliare su di lui. Io ero maturato e lui tornava ragazzo.

Si asciugò gli occhi con la manica della camicia. 

Nel pomeriggio, dissi a Giulio, così si chiamava l' industriale:

"Metti al minimo, con un solo motore. Voglio fare la traina alle lecce."

Infilai il grosso amo nella seppia, facendoglielo passare da dietro fino a farlo spuntare tra gli occhi, mollai e cominciai a svolgere la lenza dal sughero. 

"Ferma, ferma...ho incocciato i tramagli di qualcuno!" gridai.

Avevo sentito qualcosa di pesante che mi tratteneva l'amo, a sordo.

Poi, sentii portarmi via la lenza di mano e diedi un forte strattone e il pesce fece altrettanto, ferendomi le dita.

Diedi il sughero all'isolano e dissi:

"Tieni, tirala su, tu!"

Mentre, lui la lavorava, respirava in fretta, affannosamente.

 Il milanese, che guardava giù con lo specchio, gridò, ad un tratto:

"Mollate, mollate! E' un pescecane!"

Dopo poco, il grande pesce, avvilito e ansimante, era lì a pancia all'aria, fuori di bordo al motoscafo. Gli infilai tutte e due le mani negli opercoli e, di colpo lo lasciai cadere sulla moquette. Una ricciola di quasi trenta chili.

Giulio continuava a gridare:

"Che pesce, che pesce nella mia barca!"

Vidi un risolino negli occhi dell'isolano:

"Che c'è?" gli chiesi "Pensi che sia stato quello, anche qui a Giannutri?"

" Unno so!" (Non lo so!) rispose lui, un po' geloso.

"E già, glieli porti tu, i dolci a Pasqua e a Natale!" dissi, risentito.

Ora, avrebbe avuto una nuova avventura da raccontare ai suoi amici.

Giulio ci venne a prendere con la macchina per portarci giù al ristorante. C'erano tutti i suoi conoscenti delle ville con le loro signore eleganti, con braccialetti e collane.

Brindammo alla bella pescata con champagne.

L'isolano, tutto ne'su'cenci (a suo agio), parlava e parlava. A me, invece, brontolava, quando mi fermavo a chiacchierare con qualcuno.

"Stattene un momento zitto! Parli troppo...peggio delle donne!" diceva e mi tirava via.

Passai da Pietravela per ringraziare Kahl al mio solito modo. Lui, superstizioso, non ci aveva neanche mai messo il naso sotto la grotta. 

Maribelle mi aveva scritto che Tom finalmente si era sposato con una irlandese di pari stazza e metteva al mondo più figli che poteva. La pensione era stata chiusa e suo fratello e sua moglie pensavano di rilevarla. Avevano già preso dei contatti con l'erede che era in Rhodesia. Lei, dopo la pubblicazione, su proposta del Professor Bartelett aveva trovato un posto come bibliotecaria al College e mi pregava di inviare le mie lettere al suo nuovo indirizzo. Aveva sempre sognato di passare la vita con tanti bei libri da leggere.

Per Natale mi mandò alcune opere di Shakespeare. Erano state divise in atti e scene e con i versi numerati. Negli scritti originali, l'autore non lo aveva mai fatto. Io, da parte mia, le regalai un foulard di seta italiano.

Chissà se un giorno ci saremmo rincontrati da vecchietti!

Meglio di no, così potevamo restare giovani per sempre. 

Uscii dal paese.

 L'isolano era seduto sulla banca a discutere con gli amici.

"Quando passi di qua, ti devi sempre fermare" disse uno di loro, severo.

Mi sedetti, facendo finta di ascoltare le loro chiacchiere, ma intanto fra me riflettevo.

Prima o poi, questa panca addossata alle mura, che a sera rimanda il calore assorbito durante il giorno, sarebbe toccata anche a me. Un posto perfetto, per vedere chi partiva o veniva dal continente e per scambiare una parola con quelli che uscivano e entravano in paese. Qui, si rincontravano gli amici del muretto, per rivivere i loro ricordi di gioventù.

Su questo annoso scranno, potevi chiedere consigli, informazioni sulle località, sui fatti e persone del passato.

Un'edicola vivente della conoscenza isolana.

Tutti sarebbero sostati qui prima di terminare i loro giorni e se, per caso, c'era un giovane, questo doveva alzarsi per far posto a chi n'aveva il pieno diritto. I vecchi, molto avanti con l'età, stavano per lo più in casa, ma, quando desideravano prendere 'na boccata d'aria, si sedevano in luoghi isolati che portavano il nome di occupanti famosi, cote del...o canto del...e lì, al sole, con le spalle alle mura, fissavano passivamente il mare, mentre nella loro mente percorrevano velocemente e senza sosta le località dell'isola assolata. Se passavi a salutarli, ti appellavano con affettuosi vezzeggiativi, come si fa coi bambini e sorridevano contenti.

Non sarebbero scomparsi perché, nelle cantine, sulla banca o sul sagrato, tornavano a vivere nelle discussioni e nelle citazioni dei loro detti, che talvolta diventavano d'uso comune, "come disse, come fece il povero".

Questa comunità non si disperdeva, ma si richiudeva su se stessa a uovo e diventava sempre più popolosa. Era come se uno, costeggiando ripetutamente intorno all'isola, annotasse ciò che vedeva sul libro di bordo, le cui pagine via, via diventavano sempre più numerose.

Mentre le tue spoglie si disfacevano nella terra, tu potevi rimanere non solo nella memoria umana, ma anche in quella più capiente dell'isola.

Questa non ha solo scogli, boschi, vigne e orti, ma anche un'anima che la impregna tutta. Qui, anche i sassi portano un   nome proprio e c'è posto per tutti!

Non dissi niente agli anziani di questi miei pensieri, perché loro già lo sapevano. 

Passarono ancora degli anni. 

Comprai un fuoribordo Seagull, come quello del signor Harold, e lo piazzai sulla poppa quadra della barchetta. Preparai delle lenze di nylon e ci dedicammo alla traìna delle lecce.

Ora potevamo muoverci più facilmente intorno all'isola, pescando anche al bollentino. Il nipote più grande ci accompagnava in macchina e veniva a riprenderci alla marina. 

L'attività di campagna si era ridotta al solo orto che produceva con generosità. Avevo piantato anche del ribes e dell'uvaspina.

Era scontato, se avevamo due lenze in mare, quello che incocciava la leccia ero sempre io, ma poi gli passavo la mia per farlo divertire a tirarla. 

Qualche volta si arrabbiava:

"Ma c'ha' preso, c'ha' preso, qui, non si sente proprio un bel niente!" e io mi mettevo a ridere.

"Guarda che ci sta nuotando dietro, tira più svelto e la sentirai, brontolone!"

"..e c'è,e c'è... avevi ragione!" esclamava contento e alla fine brusco:

"Mettila a bordo, svelto!"

 

XI. Le code

 

(Nuvole basse, bianche, grigie e nere, in lunghi fusi alterni.) 

Cariche gruppate di ponente, stavano ricoprendo rapidamente il golfo.

L'isola trascolorava.

Intenso odore d'erbe selvatiche.

Il mare plumbeo e cagliato.

"Guarda, guarda! le code!"

L'improvvisa esclamazione di Doralice, mi fece sussultare.

"Vedi quell'occhio a vento?" continuò, salendo di tono e descrivendo col dito un alone iridato accanto al sole. 

Curve e ritorte appendici, nere come code di topo si allungavano dalle nuvole al mare. Diventavano sempre più grosse fino a trasformarsi in grandi coni, che sulla superficie dell'acqua formavano prima dei vortici e poi alte colonne di spruzzi.

"è meglio che tu scenda da codesta cote e cerchi riparo, sono trombe marine e guai a capitarci dentro, potrebbero risucchiare pure un uomo" continuò lei in un bisbiglio, quasi per non farsi sentire da quell'incombente minaccia.

Assorto nella lettura, non l'avevo sentita venire dall'orto.

Presi il libro e saltai giù dal grande masso di granito tondeggiante, dove mi ero seduto a leggere.

L'aria s'era fatta troppo diaccia per un inizio d'autunno.

"Andiamo," dissi con calma "entriamo nella fonte di Barbarossa. Lì, sotto quella spessa volta staremo al sicuro."

Salimmo un tratto del viottolo sassoso e ci fermammo davanti alla piccola porta di ferro arrugginita.

Tirai il chiavistello e l'aiutai ad entrare.

Ci sedemmo sui bordi della gora, in silenzio. 

Lo sportello si richiuse fragorosamente, facendo increspare la superficie dell'acqua e spaventando un piccolo geco, che in un angolo alto della parete ci spiava curioso.

Una coda era giunta fin lassù.

Assediati dal vento.

I rami della grande ficaia raspavano impazziti il muro esterno, spifferi gelati fischiavano tra le fessure, lo sportello a tratti sussultava ripetutamente, si avvertiva un forte odore di terra e di lattificio. Sconquassi metallici e cupi rimbombi provenivano dall'alto.

I vasi delle tombe, la porta della cappella.

"Speriamo che non ne scoperchi qualcuna" mormorò lei, rannicchiandosi contro il muro e prendendo le distanze dal geco.

"Macché, non ce la farebbe!" risposi.

"Lo dici tu, lo dici" ribatté lei, annuendo lentamente. 

Poi tutto cessò com'era cominciato.

Non si sentiva neanche un cinguettio dal di fuori e né lo stormire delle fronde.

Il piccolo geco rassegnato ricominciò ad arrampicarsi sul muro imbiancato a calce.

"inky pinky spider climbing up again"

Stavo invecchiando.

Avevo mormorato quella strofa di una vecchia nursery rhyme (filastrocca infantile), senza rendermene conto.

"Tu non sei tutto giusto", commentò Doralice.

"Perché?" chiesi.

"Non so, ora sei e ora non sei" rispose vaga.

Doralice, un'accanita lettrice, non si era sposata, viveva con il vecchio padre e parlava con proprietà.

Sensibile, intelligente, appassionata di mineralogia e botanica, conosceva la storia di tutte le famiglie, che più di ottocento anni prima avevano popolato l'isola.

Più volte ero ricorso a lei per soddisfare le mie curiosità. 

Scendemmo dalla fonte.

Il sentiero ingombro di foglie e frasche. La ficaia spoglia, bianca e artigliata verso il cielo.

"Andiamo su a vedere in quali condizioni ha lasciato il cimitero" disse e risoluta si avviò per la salita.

Scelsi dei rametti di verde, le donne ne avrebbero avuto bisogno. 

Un campo di battaglia.

Fiori e vasi sparsi da per tutto. Alcune lapidi divelte giacevano sul terreno.

La porta della cappella spalancata. Un greve silenzio.

"Cling!"

Avevo urtato col piede un vasetto di metallo.

"Quello è di Mindo, mettiglielo lì" disse lei, indicando la sua tomba.

"Prendi la scopa, nell'angolo della fontanina, e vai a vedere se qualche topo è entrato nella cappella e se l'ossario del camposanto vecchio è ancora coperto" aggiunse.

Trovai solo uno di quei gatti opportunisti che inselvatichiti giravano per le campagne depredando i nidi dei topi e degli uccelli.

Bianco, lungo e snello mi squadrò dalle feritoie dei suoi occhi gialli, guardò la scopa, vecchia conoscenza, afferrò con la bocca il topo morto e se ne uscì con non curanza.

Fermai la porta col nottolino. 

"Qui c'è troppo da fare, un gran putiferio. è meglio andare su al paese e avvertire le altre!" esclamò, sciogliendosi il fazzoletto che spesso portava annodato sotto il mento, per via dei suoi lunghi e folti capelli neri.

Ci avviammo.

"Si racconta che nei tempi passati c'era un vecchio pescatore al Campese che sapeva tagliare le code", disse ad un tratto, con un po' di affanno.

"E con che le tagliava?" chiesi sbalordito, richiamando in fretta le mie nozioni di fisica.

Si mise a ridere.

"Come sei buffo! Mica con il coltello, che credi, è un nostro modo di dire" spiegò.

"Come faceva, allora?" chiesi incuriosito.

"Beh, dicono che salisse su uno scoglio e che da lì, dopo aver fatto il segno della croce nell'aria, mormorasse alcune parole e le code, tàh, si spezzavano" replicò fissandomi.

"Quali parole?" chiesi ancora.

"Non le confidò nemmeno ai figli. Diceva che le avrebbero sentite ogni anno nei due giorni del Gloria."

"C'erano anche delle anziane," seguitò "chiamate medichesse dal medico condotto geloso, capaci di tagliare i vermi. Le mamme le conducevano i figlioli con il mal di pancia. Erano tempi duri quelli, sai, e i bimbi sempre affamati giravano per le campagne mangiucchiando di tutto. Bene, queste si facevano indicare dal bambino dove gli doleva, ci segnavano la croce, sbisoriando alcune giaculatorie e i vermi sparivano"

"Ma va", replicai incredulo.

"Sì, sì lo dicono tutti!" rispose lei, accentuando l'ultima parola. 

La sera a cena l'isolano mi domandò:

"Dov'eri, quando e venuta quella sventolata, m' ha' fatto sta' in pensiero."

"Sotto la fonte di Barbarossa" risposi.

"Bravo, un potevi sceglie' un posto meglio. Quella lì non la porterebbe via nemmeno il diavolo. è stata costruita da' Pisani e si chiama così perché il pirata turco Barbarossa, molti secoli fa, ci fece il campo e portò via quasi tutti gli isolani come schiavi, così almeno dicono" commentò soddisfatto.

Non gli parlai di Doralice perché mi avrebbe preso in giro.

"è vero" chiesi, rivolto all'isolana che apparecchiava la tavola "delle medichesse che tagliavano i vermi a' bimbi?"

"Sì, sì" confermò lei divertita "c'erano due o tre di loro che lo facevano per mestiere."

"e Tutt'un pezzo tagliava le code co' la lametta" aggiunse lui ridendo.

Topi, gatti, uccelli, gechi e umani, tutti avevano trovato un rifugio sotto l'imperversare della tempesta.

Sì, tutti, senza distinzione di specie, anche se gli umani si allontanavano dagli altri sulla pretesa di un'anima immortale.

Iniziando dai Faraoni e a seguire Alessandro Magno, gli Imperatori romani e infine Cristo, l'idea di uomo-dio aveva determinato una netta separazione tra gli umani e la cosiddetta Natura non cosciente.

"E i vegetali?". La voce di Maribelle.

"Bene, quelli spontanei crescono già in luoghi riparati e adatti al loro sviluppo" feci.

La ficaia, poveraccia, aveva perso tutte le foglie, ma tanto le sarebbero cadute comunque, prima del letargo.

Immergersi nella Natura non significa contemplarla per l'appagamento del proprio senso estetico o per l'eccitante novità di un insolito ambiente, ma per quel richiamo alla comunione che puoi far assommare dall'intimo e che ti rende stranamente felice.

Ti senti allora attratto da tutto e da tutti.

"Secondo me, in questo consiste la reale meditazione. Perché un alveare deve essere naturale e un grattacielo, artificiale? Senza api non ci sarebbe cera e senza uomo il cemento armato."

"Questo è Induismo!" esclamò Sir Geoffrey, in un sussulto.

"No, umiltà!"

"Lotta e attrazione costituiscono il motore della vita" continuai, imperterrito.

"E la morte?" s'intromise di nuovo Maribelle.

"Lo sai, un ritorno al caos per tutti!"

"Non so, ma anche a me sembra un'eresia. Non ti accorgi del contrasto tra gli insegnamenti del College e quelli della tua isola?"

"Sì certo, ma non conducono allo stesso fine, forse? Chi dalle tue parti e pienamente convinto delle proprie programmate azioni?"

"In fondo, tu sei ancora il solito Scozzese ribelle, guardingo e spinoso", ribatté lei, sconsolata.

"Allora anche tutti questi isolani lo sono!" risposi e misi termine a quel flusso di pensieri, che una volta non avrei   osato formulare nemmeno in me stesso.

 

XII. Le rondini di mare

 

Erano arrivate in poppa al vento di scirocco. Tutti gli anni in primavera. Il capino blu, le alucce marroni, il petto grigio e le penne della coda nere.

La natura sa scegliere i suoi colori!

Si posavano di colpo sulla sabbia e morivano stremate.

La piccola Velia, bionda e riccioluta, con i grandi occhi celesti, le raccoglieva e se le stringeva al petto, cullandole.

"Poverine, poverine", mormorava.

"Quelle lì, mangiano nell'aria e con tutte le medicine che danno oggi, non trovano neanche un moscino!" commentò Armida da dentro il buio del magazzino. Era intenta a rammendare le reti e lavorava, abile e svelta, con l'aguglia. Praticava il mestiere di pescatore come un uomo e parlava in modo schietto e autoritario e niente moine.

"Vedi come te le conciano, quelle murenacce, guarda, guarda, piene di buche! Prendono i pesci ammagliati e girano come fusi, annodano tutto e spezzano i fili" disse rivolta a me, mentre dispiegava la rete, stretta a un capo con una corda e appesa ad un grosso chiodo infisso nel muro.

"Non sei padrona di niente, in mare le murene e nell'orto i conigli, i topi e gli uccelli. Va bene che non siamo soli a questo mondo, ma loro sono troppi e quello che più mi fa rabbia è che vogliono tutto bell'e pronto!" fece una pausa per caricare l'aguglia di pareto e ricominciò: "Senti, dato che sei venuto giù dal paese a vedere l'arrivo delle rondinelle di mare, ha' visto quante ne muoiono quest'anno, sempre peggio! che ti volevo dire? Ah già, m'è venuta un'idea, dammi una mano a mollare una coffetta da giorno. Mangia con me a mezzogiorno, siamo soli, il mi' marito e il mi' figliolo sono andati in continente, ho fatto il sugo di gamberi e poi andiamo in mare, ti va?" Risposi di sì. Durante il pranzo, mi raccontò che da piccola, tutti i giorni a buio, saliva al paese per andare a scuola e a piedi.

Prendemmo la cestina della coffa e un po' di sardine.

"Andiamo con la barca piccina, il posto è vicino, proprio qui alla costiera."  Lei vogava e io tagliavo dei grossi pezzi di pesce per l'esca. La guardai, aveva più stile di me e faticava meno. Mollammo torno, torno alla punta dietro il faraglione.

"Ecco," disse "ora prima che cali il sole la salpiamo e vedrai quante murene ci rimangono attaccate e che bella pulizia!" e poi: "Appena comincia a far buio, mollo le reti fine da triglie, dritte fuori e le ritiro dopo un paio d'ore, fa notte tardi di questa stagione!"

"Senti Armida," dissi "ti aiuto a salpare la coffa, però dopo salgo in paese, se non vado a cena mi fa una scenata, tanto le reti le puoi tirare su pure da sola." Si mise a ridere, rovesciando la testa all'indietro e scoprendo il collo pieno e bianco.

"è bello vecchio ora, vero?" Annuii col capo. "e geloso com'i bimbi." Prendemmo una decina di piccole murene che lei chiamò stringole. Ritornati sulla spiaggia la salutai e lei disse che mi avrebbe mandato delle trigliette da friggere.

A metà strada, sentii gracchiare i due grossi corvi che avevano preso residenza sull'isola da alcuni anni. Alzai le braccia e agitai le mani.

"Non ho topi morti da darvi, oggi!" gridai. Smisero di girarmi intorno e se n'andarono. Tutti gli anni, in autunno, quando i corvetti, della loro covata, diventavano indipendenti, l'anziana coppia li allontanava, attaccandoli e spingendoli al volo verso il continente. Più che naturale, come era accaduto anche a me. Chiusi subito quell'argomento.

 

XIII. La polla si rompe 

 

Prima l'isolana e poco dopo l'isolano mi lasciarono in eredità alla loro numerosa famiglia, giunta alla terza generazione e in vista della quarta. 

Desideravo ora rivedere Kahl.

Passai dal sentiero di sotto e giunto al Pietraio girai a destra e mi inoltrai nella macchia.

In quella calda estate, il fresco della grotta di Pietravela era molto piacevole.    

Prima o poi, si sarebbe presentato, ne ero certo.

"Bene Kahl, sono venuto per sapere che cosa ne pensi del mio desiderio di svelare a tutti, il segreto del nostro incontro" dissi.

Aspettai un poco e poi spazientito, a voce più alta, ricominciai:

"Guarda ragazzino, che mi devi del rispetto perché io sono il tuo sacerdote e ti ho ridato la vita!"

Sentii un fruscio di frasche, uno sbuffo di vento e comparve nel solito posto.

"Tieni, Sacerdote!" disse allegro e mi porse un piccolo ninnolo d'oro raffigurante la dea Tanit.

Lo presi.

"Dove aveva trovato quell'oro?" mi chiesi.

Lui rise e disse:

"Forse un giorno te lo dirò, ma intanto cerca bene nelle torri!"

Aveva dei lineamenti molto fini e gli occhi e i capelli nerissimi. La sua pelle era più chiara e liscia. Avrà avuto cinque o sei anni, però quante conoscenze doveva avere! Se almeno fosse stato più disponibile. Le solite orecchie tonde e sporgenti da etrusco e i piedi sempre troppo grandi.

"Vedi, noi non ci muoviamo a saltelli, come tu pensavi. Hai mai notato che tutti gli esseri più veloci di questo mondo, compresi gli insetti, poggiano in terra solo la punta del piede e non la pianta come fate voi?"

"Raccontalo pure a tutti, tanto nessuno ti crederà, tranne la tua amica Maribelle!" proseguì ghignando e scomparve.

Il suo carattere era rimasto immutato, però aveva smesso di parlare in versi, ora c'era un legame tra noi. 

Ritornai a casa, riposi la piccola dea in un cassetto e mi accinsi a scrivere a Maribelle.

Dopo cinque giorni, ricevetti la sua risposta, le comunicazioni erano più rapide ora.

 La lettera cominciava con "Dear Ken, ...." (Caro Ken). Aveva ancora voglia di scherzare e quel nomignolo l'aveva sicuramente sentito da qualcuno del College, che mi aveva conosciuto. Mi diceva che, da buon scozzese, quel giorno, non avevo risposto alla sua domanda e mi ero affrettato a chiederle una collaborazione nella ricerca. Lei aveva già visto i piccoli prima di me in quello stesso posto, ma non lo aveva detto a nessuno perché la valle si sarebbe spopolata e Tom, superstizioso com'è, sarebbe ritornato al porto di Glasgow. Poteva diventare un'attrazione turistica, ma, nelle case, chi avrebbe avuto il coraggio di passare, in pace, i mesi invernali? Il progetto di Tom era andato a buon fine e la sua figlia grande si era diplomata, a Edimburgo, in una scuola a indirizzo economico e turistico. Se fosse andata in Italia, per studiarne la lingua, sarebbe passata dall'isola per incontrarmi. Dalle sue parti, si diceva, che solo poche persone particolarmente sensibili, avevano il privilegio di vederli. Sapeva anche della pecora shetland, nel cerchio dei Druidi. Questi erano dediti ai sacrifici umani. Mi ringraziava e salutava tutti gli abitanti dell'isola.

La mattina, andai all'orto e colsi delle verdure e le portai alla figliola grande dell'isolano. Ora, spettava a lei il compito di distribuire i prodotti della campagna e della pesca. Mi fermai lì, a pranzo.

Verso sera, mi sedetti sulla panca e un giovane venne a chiedermi delle informazioni sulle mire, perché voleva andare a pesca.

Una vecchia amica del muretto si venne a sedere accanto   e non la finiva mai con quel suo chiacchiericcio senza pause.

"Ti ricordi quella volta... ti ricordi quando quello... "

Mi aveva fatto venire sonno. 

Andai a casa e cominciai a buttar giù degli appunti per il mio racconto.

Avevo comprato un computer e questo mi avrebbe facilitato il compito. Il mio italiano non era all'altezza del mio inglese, però, avevo studiato latino e greco in College. 

La mia specializzazione riguardava il campo scientifico, in particolare.

Se almeno avessi letto più libri in italiano, ma questa mia nuova vita era stata improntata con un indirizzo pratico e naturale.

Avrei chiesto in prestito dei libri di narrativa e di poesia andando per gradi, come si fa a scuola.

Studente ancora una volta. 

Era, però, molto appagante uscire da casa a tutte le ore ed incontrare persone che conoscevi.

Ti salutavano sorridendo, ti chiedevano come stavi e cosa facevi.

In una città, mi sarei sentito triste, solo e, quel ch'è peggio, inutile.

Non mi piaceva il pensiero di chiudermi in casa, a leggere libri su libri, come faceva Maribelle.

Meglio su quella banca che qualche bigotta chiamava, "dello scandalo e del pettegolezzo". 

Se avevo bisogno di calore umano c'erano le cantine per bere un bicchiere di vino e scambiare due chiacchiere con gli amici o con qualche forestiero occasionale.

Infine, quell'aprico e ridente cimitero che mi faceva sentire in comunione, con tutti quelli che avevo conosciuto e amato. 

"Senti che pace," disse il prete con enfasi "il profilo armonioso del golfo, il ricamo turchino delle posidonie, il luccichio dei quarzi e della pirite, la possente presenza della torre e di riscontro il faraglione, laggiù al largo sulla punta del Franco, ti sono piaciuti i libri?"

"Sì, si," risposi sedendomi accanto a lui su quella liscia e calda roccia, detta cote del prete, perché qui tutti i parroci a memoria d'uomo si erano sempre seduti e che, posta al centro di un semianfiteatro di terrazze invignate e ripidamente degradanti, dominava la spiaggia e il mare. Montecristo era ben netta sull'orizzonte. "specialmente Dante e Petrarca mi hanno entusiasmato."

Figlio di poveri contadini, aveva studiato in un seminario della capitale, colto ed esperto di storia dell'isola.

"Immaginati un po'" continuò il prete, felice di poter dar sfogo alle proprie conoscenze, "il terrore dei paesani, quando una mattina di novembre, quasi due secoli fa, videro una fregata armata con una trentina di cannoni e sei grandi sciabecchi fare rotta, a vele spiegate, verso la spiaggia. Il Bey di Tunisi, approfittando dell'invasione della Toscana da parte delle truppe napoleoniche, aveva inviato i suoi pirati ad impossessarsi dell'isola, per farne una base d'illeciti traffici e un covo strategico."

Poi, sempre più infervorato e notata la mia viva attenzione passò al presente storico, come se consultasse una mappa:

 "L'assalto sembra ben studiato tatticamente, gli sbarchi sono precisi agli imbocchi dei sentieri che portano alla Rocca.

La presenza di una fregata battente bandiera greca si presta a due interpretazioni: o è una copertura per camuffare la flotta degli assalitori da innocuo convoglio per il trasposto di granaglie diretto al porto di Livorno, oppure segnala la partecipazione di pirati greci mainoti.

Comunque sia, gli isolani, resi più sensibili dei militari forestieri dal loro secolare e continuo vivere nella natura, avvertono subito il pericolo e si preparano allo scontro.

Dalla batteria partono alcuni colpi d'avvertimento, ma l'incertezza del castellano permette ai veloci sciabecchi di bordeggiare di fronte alla torre, cannoneggiando la postazione. I cinque militari di guardia si rifugiano dabbasso e alzano il ponte levatoio.

Inizia così lo sbarco sulla spiaggia che avrebbe permesso agli invasori di impadronirsi dei cannoni e dell'armeria, ma i soldati difendono l'entrata, facendo fallire una mossa strategica fondamentale.

A questo gruppo di pirati non resta altro che correre su per la strada del Gronco per unirsi, sul piano del Vernaccio, a quegli altri due, già sbarcati sui sentieri di Scopeto e della Fontuccia.

I pirati si comportano come in un arrembaggio e dove passano distruggono e depredano magazzini, capannelli, ovili, castrucci...

Intanto sulla Rocca, il comandante crede ancora che, dopo tale scarica di colpi e lo spiegamento di cinque bandiere turche, quelli non siano dei pirati, ma soldati di una potenza straniera amica del Granducato (erano tutte amiche per il Granduca, badava solo ai suoi guadagni!): ligio agli accordi stipulati dal governo centrale, non concede l'uso del cannone a lunga gittata e ordina di esporre una bandiera bianca con uno stendardo e di mandare due militari fuori delle mura a parlamentare.

I paesani però, liberi di decidere per proprio conto, s'impadroniscono dei fucili, afferrano la bandiera bianca e la portano sulla casamatta, allo scopo di attirare gli assalitori da quella parte, sotto il tiro del cannone piccolo, proprio come si fa a caccia col cimbello.

I pirati cadono nel tranello e si avvicinano esultanti per l'evitato conflitto.

Il sergente è ancora dubbioso e fa scaricare il cannone a mitraglia per ricaricarlo a palla, spara un colpo di avvertimento e cerca di parlamentare, ma gli isolani non si curano degli ordini e nel medesimo istante cominciano tutti insieme a centrare i pirati a colpi di fucile, come fossero tordi.

Quelli si sparpagliano e formano delle postazioni, ciascuna marcata da una bandiera e sembrano minacciare un assedio, ma sono troppo a tiro, disordinati, distratti e insofferenti per la lunga attesa che si sta prospettando, loro avvezzi agli attacchi lampo e in massa.

È questo l'errore fatto dal Bey!

Doveva imbarcare delle truppe regolari se voleva conquistare l'isola, comunque un militare di un certo rango c'era, come si può desumere da una scimitarra di pregevole fattura, ritrovata dopo lo scontro. La prossima volta che vieni in canonica per i libri te la farò vedere."

Qui fece una pausa, mi guardò e ricominciò:

"Qualcuno aveva pure bevuto e tenta di approfittare di una vecchia pastora, che non se ne rende neanche conto, preoccupata solo che con tutto quel baccano le sue bestie non siano entrate in qualche recinto coltivato.

Catturare animali di passaggio, da preda o non, per gli isolani era stata sempre una questione di sopravvivenza e già nella loro mente era assommata quella tecnica di caccia concertata che li avrebbe impegnati senza neanche accorgersene per molte ore, in assoluto silenzio, pronti a colpire al minimo segno di cedimento nervoso della preda.

In mancanza di cani bastava un colpo di cannone diretto verso un gruppo, una scarica anche a sassi, per stanarli e quindi colpire al volo il malcapitato che correva verso un altro riparo o rimaneva imbrogliato in un rovaio o inciampava a piedi nudi sul terreno accidentato.

Chissà qual era lo stato d'animo di quei predatori, diventati prede, con quella frustrazione che aveva smorzato tutti i loro bollenti ardori!

Forse imprecavano contro i capi che li avevano cacciati in un'avventura impossibile e disastrosa e poi il giorno "volgeva al termine" e quei demoni d'isolani, lassù appostati sulle mura in silenzio... sembrava che fossero intenti a preparare una manaita, per la pesca delle sardine e delle acciughe.

Verso sera il gioco delle bandiere ebbe termine e un'altra azzurra, la più attesa, fu issata sul pennone di maestra della fregata, per segnalare la ritirata, prima che facesse buio; perché allora l'isola si sarebbe trasformata in un inferno e avrebbe mietuto le sue vittime dal passo incerto.

 Come scrive il cronista nella parte finale di un prezioso manoscritto, che conservo in canonica, i pirati se ne tornarono al porto di Tunisi, dove furono visti scendere dalle navi, mesti e malconci, da un marinaio genovese abitante sull' isola.

Con questa vittoria riportata sullo stato barbaresco di Tunisi, l'isola assume la dimensione di una nazione indipendente.

Agli inizi del 1800, sotto l'incalzare delle truppe napoleoniche, il governo granducale non esisteva più e gli isolani furono così praticamente liberi di autogovernarsi per circa otto anni.

Formalmente facevano parte del dipartimento dell' Ombrone del Regno di Etruria, per volere dei Francesi, ma queste erano parole e fatti al di là del mare e quindi non contavano nulla, meno delle gabbiane!"

Il sacerdote tacque e riprese a contemplare il mare.

Mi sentii congedato. 

 La postina chiamava da fondo alle scale.

Scesi in fretta la gradinata esterna e lei mi consegnò la grande busta gialla che ricevevo, ogni anno, dal College. 

Il resoconto delle attività svolte, il progetto di quelle da svolgersi, previa approvazione dei membri di Convocazione, di cui facevo parte, e il formale invito alla riunione del 23 ottobre, con un dettagliato programma della giornata.

"L'indirizzo è giusto, ma il nome è sbagliato" fece lei.

La presi. Era indirizzata a K. Swinburne, Esquire.

"Va bene così" le risposi, impassibile.

In quel momento non mi passava davvero nulla per la mente. 

"Certo che tu ne hai dei segreti!" commentò, curiosa, la donna.

"A suo tempo, a suo tempo, " risposi vagamente.

"Vorrei vede'!" disse lei in tono di rimprovero e se n'andò per il suo giro di consegne.

La grande borsa di cuoio giallo a tracollo sulla giacca grigia, il viso rosso accaldato e l'andatura dondolante.

Sostai sul pianerottolo, come per arginare il penoso flusso di coscienza che mi urgeva dentro.

Accostai lentamente l'uscio. 

Ci deve essere un nuovo personale amministrativo nel College.

La segreta polla sepolta, stava ora per esplodere e riversare all'esterno il suo geloso contenuto.

Ritardare, contenere. 

L'isolano, se n'era andato e Kahl, occupato a decodificare i messaggi delle farfalle celesti.

A proposito, come funzionava quel sistema?

L'unica spiegazione, che mi venne in mente, fu quella di assimilare gli occhi composti degli insetti a un chip di memoria dei computer. Tra l'altro le farfalle avevano grandi occhi alla Betty Boop.

Con tutto quel lavoro, avrebbe avuto un po' di tempo per me? 

Poteva diventare il mio ultimo Chirone!

Inoltre, c'era qualcosa che, da tempo, mi assillava...

Kahl era solo il Caso o anche il suo catalizzatore cosciente?

Lo vedevo allungare il dito stecchito e indirizzare i fatti a suo piacimento.

Avevo trascurato questo dettaglio, quel pomeriggio, allorché sdraiato sull'erba del Parco dei Principi, assaporavo la gioia per il successo del mio progetto. 

Chi era la dea Tanit del cielo fenicio?

La fantasiosa interpretazione di un fenomeno cosmico, accaduto in tempi remoti?

Perché l'evoluzione darwiniana avveniva per salti e non in modo continuo?

A causa dei corpi celesti che colpivano la superficie terrestre? 

Quanto è delicato l'equilibrio del nostro pianeta.

Non mi consta che gli studiosi abbiano mai trovato degli anelli di congiunzione tra l'uomo e le scimmie, anche se talvolta ho dei seri dubbi nei riguardi dello stesso Darwin.

In ogni religione la divinità donatrice di vita viene sempre dal cielo, come un'improvvisa cometa.

Le comete non sono solo degli immani ammassi di ghiaccio, ma nel nucleo contengono tutte le fondamentali sostanze degli organismi viventi. Una di queste avrebbe colpito la terra, formando gli oceani e seminando la vita.

La prossima potrebbe distruggerlo. 

I legati pii, da quale mondo scaturivano?

Forse, erano solo dei fenomeni psicocinetici che traevano origine da noi stessi, in stati straordinari di coscienza. Campi elettro-magnetici in altri termini.

Kahl non poteva appartenere ad uno di questi eventi, la dea d'oro era reale e stabile nel tempo. 

Tanit, Thànatos, nel mondo greco era la dea della morte. 

Ritardare, contenere.

    Rigirai a lungo la busta tra le mani e poi la riposi senza aprirla.

Fu inutile. 

Chi erano e che fine avevano fatto i miei genitori?

Perché mia madre, che parlava con un accento toscano, mi aveva affidato ad una sua amica straniera?

Perché Fiona, che ripeteva my dear child, mi aveva poi mollato in un College scozzese? A causa della guerra?

Erano forse delle spie britanniche cattoliche, presso il Vaticano?

A chi apparteneva quell'antico anello vescovile con ametista, che Fiona mi aveva fatto scivolare in tasca, prima di lasciarmi?

Quel nome latino che portavo, era una copertura?

I soldi erano stati depositati a quello stesso nome in una banca di Londra, che aveva provveduto al mio mantenimento.

Quindi, non ero stato rapito.

Perché quel nomignolo, nel College?

Perché nessun dei miei compagni non mi aveva mai rinfacciato di essere uno straniero?

Perché avevo ricevuto un'educazione così militaresca?

Perché quell'occhiata tra i coniugi Muir?

"How much are you a Scotsman?" (Quanto sei uno Scozzese?) mi aveva chiesto, impermalito, John Harris e poi, aveva insinuato che dovevo indossare il kilt.

Anche Maribelle, ora, iniziava la sua lettera con Dear Ken.

Cosa sapevano tutti, che io non sapevo, o meglio, non avevo mai voluto sapere?

L'attestato dei miei studi, mai richiesto, recava lo stesso nome italiano del mio passaporto britannico? 

Lady Banthorpe avrebbe potuto consegnarmelo subito!

Quel K. sulla busta gialla stava forse per Ken? 

Ma che vuoi che siano un diploma, un nome oppure un altro!

"It's all a game!" (E' tutto un gioco!) aveva affermato, una volta, James Watson.

"Much ado, about nothing" (Un gran daffare, per nulla) declamò il mio vecchio amico drammaturgo.

 "Mangi di molto, co' quei pensieri!" s'intromise l' isolano di prepotenza. 

Ah già, dovevo mangiare, come tutti i miei compagni viventi.

Presi il piccolo libro di tela blu, lo sfogliai e liberamente tradussi: 

                Felice è chi vede e contempla assente,

 Ore, giorni ed anni in un dolce svanire,

 Salute nel corpo e la pace nella mente,

           Notte è sonno, giorno quieto ire.

Così fammi vivere, non visto e non noto,

Così fammi morire, senza alcun lamento,

Rubato dal mondo e il mio giacer ignoto,

           Senza il narrar di un monumento.

                                                                         A. Pope                                                

 

 Passare la vita come struzzi, con la testa affondata nella sabbia, o perseguire appariscenti ruoli ed effimeri conforti?

Non fa lo stesso, forse?

A che serve inventare anime gemelle, dolci metà e angeli custodi?

Paraocchi! 

Si vive come si sogna, perfettamente soli.

Una vita piena di strepito e furore, ed infine una stracca monade, coi buchi.

Tanti, quante sono state le nostre sensazioni.

Un'unità caseiforme di tipo svizzero.

Che si rivolti pure nella sua tomba, Gottfried Wilhelm von Leibniz, gran pensatore e matematico di stirpe barbarica! 

"Madonnina! Apri, aprici una finestra per la Carità."

La voce concitata del prete.

Non aveva torto.

L'ondata di polla sembrava voler travolgere tutto.

 

XIV. Il fiore dei morti 

 

Rimaneva soltanto un enigma da risolvere, quello dei legati pii. 

La macchinosa spiegazione che n'avevo dato in precedenza, nell'emotività del momento, non mi convinceva troppo.

Non credo a tutte quelle fole tibetane sulla materializzazione del subcosciente e dubito delle gratuite illazioni della scienza soggettiva dell'intimo. 

Queste entità, che ogni tanto si manifestavano, dovevano  pur avere una loro dimora, ma dove?

Avevo usurpato il posto del prete e lì, seduto sulla sua cote, ero assalito da questi rari pensieri.

Il curato ci doveva aver lasciato lo strascico dei suoi. 

 "Gli antichi Greci pensavano che le ombre dei trapassati si aggirassero su prati di asfodeli e se ne nutrissero." 

"Dove sei Kahl?" sussurrai, senza scompormi.

Fece capolino da un cespuglio, disse:

"Cerca nell'isola un posto pieno di quei fiori" e si dileguò, prima che potessi rivolgergli altre domande.

Passai dall'orto, tanto per distrarmi. Incontrai qualche paesano di ritorno dalla campagna.

"Asfodeli? Mai sentiti.. che si mangiano?" Fu la meno laconica risposta che ottenni.

Forse, il parroco ne sapeva qualcosa. 

Il giorno seguente, andai alla canonica con i libri da restituire.

Si mise a ridere.

"Oh, è la pianta leggendaria e più rappresentativa dell' isola. è una gigliacea e non escludo che abbia dato il nome a questo scoglio. Qui, la chiamano cipolla gaetana o meglio caietana. Forse introdotta sull'isola, in epoca preromana, dal territorio della città di Caièta, l'attuale Gaeta. Caièta era il nome della nutrice di Enea, morta subito dopo quell'epico sbarco in Campania. Ciò suggerirebbe un utilizzo molto antico di questa pianta, per preparazioni officinali. Non è possibile confermarlo, ma neanche confutarlo."

La solita dialettica, pensai.

"Il succo ha proprietà cordiocinetiche, ma i nostri contadini lo usano solo per passarlo sulla frutta non ancora matura. Sembra che sia molto irritante e faccia gonfiare le labbra dei ladruncoli" disse soddisfatto.

Lo ringraziai e presi in prestito alcuni libri di letteratura e anche uno di botanica.

Una donna, molto anziana, seduta presso il sagrato mi confidò, con fare grave e misterioso:

"Ho sentito quello detto al prete. Ne trovi un cespuglio nel cimitero, appena entri, su a destra. Ce l'aveva viste anche il mi' nonno. Fanno dei grossi butti e grappoli di fiorellini. Quel grullo di becchino le mozza sempre, quando raschia il terreno, ma quelle rispuntano più gagliarde di prima. Sono belle, ma chi ce le vorrebbe in un conchino sul baschetto, dicono che portino male."

Mi ricordai che il baschetto era costituito da un piccolo ballatoio squadrato, che faceva da ingresso alle porte delle case, cui si accedeva di solito con una ripida rampa esterna di gradini in granito. 

Andai a vederle per farmene un'idea. Avevano delle grandi e lunghe foglie che partivano dalla base. I bulbi dovevano essere molto voluminosi, perché una buona parte di loro, rossa scura, sbucava dal terreno.

Proprio delle belle piante ornamentali, conclusi.

Il posto è appropriato, ma chi può avercele messe.

Segregate lì dalla superstizione popolare?

Non sembrava che se ne curassero, però.

Venivano su sane e vigorose, come i cavoli dell'isolano.  

Finalmente, il fanalista del Capelrosso, mi diede la giusta indicazione.

"Prendi la strada del faro e quando sei alla sorgente dell' Acqua a' gabbiani, vai giù a sinistra verso il mare. Troverai una bella conca d'erba, piena di cipolle gaetane" fece, tutto di un fiato.

"Ma che ne fai, ti rubano forse i fichi fioroni (primaticci)?" Subito aggiunse per prendermi in giro.

"No, no, voglio solo vedere come sono fatte" mentii.

Non era un assiduo frequentatore del cimitero, come la vecchia Serena. 

Per la seconda volta, mi preparai per una lunga escursione. Avevo intenzione di fare un giro esplorativo. Prima giù alla Valle del Dolce e poi su per il sentiero del bosco fino alla strada della sorgente della Bredici. Qui potevo fare una sosta per mangiare e quindi, raggiunto Mortoleto, più in alto, avrei proseguito a diritto e a piano verso il faro. 

La mattina dopo, misi in un paniere la colazione, un coltello, una bottiglia e la piccola dea Tanit e partii per le campagne, come dicono qui. 

 Scendevo con cautela per il sentiero scosceso e intramezzato da scivolosi liscioni di granito. Pensai all'isolano.

Il clima quasi primaverile dell'isola aveva fatto sbocciare un'infinità di narcisi selvatici. Le sponde erbose del piccolo ruscello, che scorreva a fondo valle, ne erano tappezzate. 

(Respiro dolciastro e profumato. Stillicidio d'acqua e inspiegabile senso di protezione.) 

Accorto a non calpestarli, scavalcai l'acqua limpida e imboccai il sentiero che s'inoltrava nel fitto bosco di lecci. Alla loro ombra erano nati ciclamini primaverili e lucidi ranuncoli giallo oro.

Accarezzai i ciuffi di Capelvenere che pendevano dal muro interno della chiusa della Bredici.

Acqua pura, fresca e leggera.

Dopo mangiato, ripresi il cammino per il piano di Mortoleto. Qui c'è un'altra sorgente, alimentata probabilmente dalla stessa polla, sepolta sotto il poggio soprastante, chiamato dei Terneti. Non so perché.

A metà strada incontrai Alfio che zappava. Alzò la testa.

"Vedi, quel piccolo pettirosso? Fa tanti passi quanti ne faccio io man, mano che svoltolo la terra. Sta lì, pronto a beccare tutti i vermi e gl'insetti che sbucano fuori delle zolle, e guai a chi glieli tocca! Tutte le mattine, quando vengo a cavallo, m'aspetta e mi vola sulla spalla. Ho smesso di tendere le tagliole per paura che ci rimanga. Bellino, eh?" disse, mirandolo compiaciuto. La testa bianca inclinata di lato.

Un'integrazione perfetta.

"Sì, sì" risposi "sente che non ha proprio nulla da temere."

Lo salutai e proseguii. Non mi aveva neanche chiesto dove andassi, talmente preso dal suo compagno. 

Eccomi finalmente su quello strano prato a forma di conca e disseminato di piante d'asfodelo.

Lunghe foglie carenate di un verde cupo brillante.

Il libro di botanica dava i suoi frutti.

Posai il paniere sul terreno. La piccola dea luccicava al sole. La presi, assorto, rigirandola tra le dita.

"Tu sei il sacerdote di Kahl?" chiese con una vocina infantile, il piccolo bambino roseo e bruno che, in un'ampia veste leggera e bianca, mi stava di fronte a piedi nudi.

Annuii.

Dietro di lui, ce n'era una diecina.

Tutti uguali e schierati sul bordo opposto del campo.

Diafane figurine contro il mare.

Candidi fiori poggiati sui loro stami.

Fantasiose mutazioni dello stesso Kahl.

Il Rettore e i suoi fedeli inservienti. 

Avete mai notato lo sguardo limpido e inquisitivo di un bimbo che ti fissa serio negli occhi?

Ti senti a disagio, di fronte a tanta viva intelligenza e innata saggezza. Poi, una sbriciolata scolarizzazione e la possessiva apprensione delle mamme finiranno con l'ottundere l'una e l'altra. 

"Pensavo che voi foste più numerosi" riuscii a dire.

"Sei gentile, ma ciascuno di noi esiste in questa forma, finché il ricordo di un uomo giusto è ancora presente nel mondo dei vivi" rispose lui, severo.

"Però siete anche dispettosi", balbettai.

"Sì, ma solo con quelli che fanno dei torti. Vedi, anche questa pianta si comporta allo stesso modo e non pensa. Punisce, ma non uccide. Proprio come noi."

La dea di metallo, che avevo serrato nel pugno, mi faceva male. Aprii il palmo e la guardai.

Alzai lo sguardo.

Tutto, come prima.

Creature dei due classici regni, dei vivi e dei morti.

Nella mia e nella loro realtà.  

Mi chinai sul terreno e aiutandomi con il coltello spiantai delicatamente alcuni asfodeli.

Li riposi nel paniere.

Avrei scritto a Maribelle di questa mia nuova esperienza, per farla ingelosire.

Il nostro mondo è certamente più gentile e poetico di quello dei guerrieri celtici.

Loro hanno scorbutici e rumorosi fantasmi, erranti nei castelli barati, e levietani che scivolano silenziosi nei loch.

Noi, invece, piccoli e innocenti legati pii

Tornato sulla piana di Mortoleto, proseguii a diritto e in fine tagliai a destra per la grotta di Pietravela.

"Ecco," dissi "ho piantato questi tre asfodeli per omaggio e anche a monito che le regole valgono per tutti, caro Kahl!"

Il più grande e rigoglioso era ora in un capiente conchino sul davanzale della mia finestra.

Finalmente libero! 

A metà giugno, avevo quasi terminato di scrivere il racconto, ma l'asfodelo ancora non fioriva.

Si pavoneggiava nella brezza con le sue grandi foglie lucenti.

Mi aspettavo un grappolo di piccoli fiori, delicati e bianchi.

 "Forse, gli dedico troppe attenzioni" pensai. 

"Proprio così!" brontolò l'isolano: "Le piante e i cristiani, felici e contenti, vengono su tutti in gagliardia, e non producono nulla. Più patiscono e più saporiti e abbondanti saranno i frutti.

Un'Italia travagliata da guerre, carestie e pestilenze, aveva partorito la Cappella Sistina. La tranquilla Svizzera, un orologio a cuccù.

Chi l'aveva detto? Diderot, Joyce, Orson Welles .... 

"Uno di questi giorni, passerò da Pietravela per vedere quelli di Kahl" conclusi tra me, asciugandomi gli occhi. 

Poi, accadde qualcosa d'imprevisto.

Eravamo ai primi di un torrido luglio, e nel periodo di soli tre giorni il mio asfodelo si seccò.

Tutte le sue foglie gialle e appassite giacevano ora, tristemente a serto, sul terreno del vaso.

Non era possibile!

Feci un rapido sopralluogo al cimitero, a Pietravela e al Capelrosso.

Tutte le cipolle gaetane, come se si fossero date una voce   si erano seccate.

Bello scherzo ...

Morte o quiescenti?

Avrei spulciato il libro di botanica.

Non venni a capo di nulla. Forse, i botanici chiamavano quella specie con un altro nome. Fatto di scarsa importanza. 

Una mattina di metà agosto, tornavo da quell'antica fonte, che mi aveva dato asilo con Doralice, sotto la sfuriata delle code marine, quando la vecchia Serena, sul cancello del cimitero, mi fermò:

"Entra, vieni a vedere" disse brusca. 

Avevo passato una settimana a studiare e misurare quella intrigante costruzione. Sei pinnacoli a tronco di piramide torreggiavano sugli spigoli del tetto a due spioventi, coperto da un doppio manto di piastrelle in cotto. Una traccia di un'ampia arcata in mattoni spiccava sulla facciata. Non sembrava una semplice fonte, anche se era stata chiusa a tale scopo, con blocchi di granito e due sportelli, ma piuttosto un ninfeo. In estate, c'era meno acqua e si poteva scendere fino al primo livello, costituito da un impiantito in piastrelle e rifinito verso la parete di fondo da un cordolo di granito. Tre alti pilastri in mattoni con due archi intonacati sorreggevano la volta a botte, delimitando così un vestibolo, che immetteva alle acque trasparenti di un pozzo ben squadrato. Immaginavo un sacerdote in ampi paramenti bianchi che prendeva dei vasi dalle mensole laterali, i nostri sedili di quel giorno, per dare inizio ad un rito purificatorio, ed una piccola folla di contadini, in rozze e corte tuniche, radunata fuori.

In alto, sul pilastro centrale c'era un incavo rettangolare, che doveva ospitare una targa. Un piccolo schizzo in un suo angolo, in basso a destra, tracciato da mano abile e sicura, forse con uno stilo di piombo, rappresentava un gladiatore ghermito da un leone. Uno scudo tondo con tridenti, una spada e una rete, ben disegnati, mi avevano indotto a tale interpretazione. Poteva essere il progetto, per una futura decorazione dell'abside. 

    Frastornato da quei pensieri, entrai nel cimitero. 

    Braccio teso e dito adunco.

Serena, grigia e minuta,

m'indicava il posto.

I quattro gradini a destra.

Il groviglio di foglie secche.

In ginocchio. 

Lunghi e carnosi steli verde-rossastri, con voluminosi racemi conici apicali, spuntavano ora, nel luogo degli asfodeli. Alla base di queste infiorescenze già s'intravedevano, petali bianchi di piccoli fiori in boccio. 

(Silenzio assordante) 

...... un'altra rinascita ....... perché nel cimitero ....

Un glorioso messaggio.

L'uomo sorge per puro caso, a lui la scelta tra il regno e le tenebre.

O solo una cipolla come tante altre 

 Restai immobile.

"Che c'è?" chiese infine la vecchia.

"Niente," risposi, allargando le braccia "è che tutti questi cari, un giorno si sveglieranno a nuova vita."

"Mah", fece lei, spazientita", l'ho sempre saputo."

"Chiudi il cancello, quando esci", aggiunse e si avviò.


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